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22 settembre 2013

IRRILEVANTE, AI FINI PROBATORI, LA DICHIARAZIONE DELL’AGENTE POSTALE PER PROVARNE LA TEMPESTIVITA' DELLA NOTIFICA - INDISPENSABILI LE RICEVUTE.


La Corte di Cassazione Civ. Con la sentenza n. 21042 del 13 settembre 2013 imprime un'ulteriore rafforzamento al convincimento che il termine per le notifica riguardante il c.d.s. debba essere considerato perentorio. La Corte ha accolto il ricorso di un uomo che aveva proposto opposizione avverso l’ordinanza ingiunzione del Ministero dell’interno.
L’ordinanza era stata notificata subordinatamente ad un verbale di accertamento per violazione dell’art. 142/8 del Codice della Strada. In prima Istanza il ricorso del Ministero venne accolto dal Tribunale e successivamente cassato dalla S.C., atteso che era incorsa la tardività della notifica in falsa applicazione dell'art. 140 c.p.c. e 201 del C.d.s. , concretizzatasi oltre i 150 giorni (ora novanta) . L'agente notificatore del servizio Postale Italiano ha dichiarato di aver notificato il verbale di accertamento, ma non ha fornito alcuna prova con le conseguenti ricevute postali, in difetto delle quali la successiva notifica doveva ritenersi eseguita oltre i 150 giorni.


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18 agosto 2013

NOTIFICA A MEZZO POSTA

Corte di Cassazione Civile n. 13278, sez. VI del 28/5/2013



Alla stregua dei principi generali enunciati dalla Corte Costituzionale con le Sentenze n. 03/2010 e n. 258/2012 nonchè, per quanto di rilievo in questa sede, dalla Corte di Cassazione, fra l'altro, con le sentenze n. 1224/1999 e n. 28856/2005; queste ultime, in particolare, hanno affermato che nel caso di notifica a mezzo posta e di irreperibilità relativa, le modalità di notifica devono essere rigorosamente osservate e menzionate nell'avviso di ricevimento, deducendone che la dove, come nel caso, dalla sola annotazione dell'Agente Postale riportata nell'avviso, non possa ricavarsi l'avvenuto puntuale espletamento di tutte le prescritte formalità, e segnatamente il luogo di immissione dell'avviso, la notifica non può ritenersi correttamente effettuata


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4 dicembre 2012

NOTIFICAZIONE DELLA CARTELLA DI PAGAMENTO - SI ESPRIME LA CORTE COSTITUZIONALE


La Corte costituzionale 22/11/2012 n. 258 Dichiara l’illegittimità costituzionale del terzo comma (corrispondente all’attualmente vigente quarto comma) dell’art. 26 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 (Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito), nella parte in cui stabilisce che la notificazione della cartella di pagamento "Nei casi previsti dall’art. 140 del codice di procedura civile (...) si esegue con le modalità stabilite dall’art. 60 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600", anziché "Nei casi in cui nel comune nel quale deve eseguirsi la notificazione non vi sia abitazione, ufficio o azienda del destinatario (...) si esegue con le modalità stabilite dall’art. 60, primo comma, alinea e lettera e), del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600".
Tali disposizioni sono costantemente interpretate dalla giurisprudenza di legittimità e di merito, ormai assurta a diritto vivente (ex plurimis, Corte di cassazione, sentenze n. 14030 del 2011; n. 3426 del 2010; n. 15856 e n. 10177 del 2009; n. 28698 del 2008; n. 22677 e n. 20425 del 2007), nel senso che, se il destinatario dell’atto di accertamento è temporaneamente assente dal (noto) suo domicilio fiscale (sia esso la casa di abitazione, l’ufficio od il luogo in cui esercita l’industria o il commercio) e se non è possibile consegnare l’atto per irreperibilità, incapacità o rifiuto delle persone legittimate alla ricezione (in altri termini: se ricorrono i casi di irreperibilità cosiddetta "relativa", previsti dall’art. 140 cod. proc. civ.), la notifica si perfeziona con il compimento delle attività stabilite dall’art. 140 cod. proc. civ., richiamato dall’alinea del primo comma dell’art. 60 del d.P.R. n. 600 del 1973 ("La notificazione (...) è eseguita secondo le norme stabilite dagli articoli 137 e seguenti del codice di procedura civile"). Occorrono, dunque, per perfezionare la notificazione di un atto di accertamento ad un destinatario "relativamente" irreperibile: a) il deposito di copia dell’atto, da parte del notificatore, nella casa del Comune dove la notificazione deve eseguirsi; b) l’affissione dell’avviso di deposito (avviso avente il contenuto precisato dall’art. 48 delle disposizioni di attuazione al codice di procedura civile), in busta chiusa e sigillata, alla porta dell’abitazione o dell’ufficio o dell’azienda del destinatario; c) la comunicazione, mediante lettera raccomandata con avviso di ricevimento, dell’avvenuto deposito nella casa comunale dell’atto di accertamento; d) il ricevimento della lettera raccomandata informativa o, comunque, il decorso del termine di dieci giorni dalla data di spedizione della raccomandata informativa (sentenza n. 3 del 2010 di questa Corte).


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14 ottobre 2012

NOTIFICHE VERBALI - OMESSA NOTIFICA - CONOSCENZA TARDIVA - ANNULLABILITA'

Il ricorrente impugna l’ordinanza del 22 marzo 2010 del giudice di pace di Sassari, emessa ai sensi dell’articolo 23, primo comma, legge 689 del 1981, con la quale veniva dichiarato inammissibile per tardività il suo ricorso proposto avverso sei verbali di accertamento di violazioni al codice della strada.
Il ricorrente chiarisce nel suo ricorso avanti al giudice di pace di aver avuto notizia delle violazioni in questione soltanto all’esito di un accesso effettuato nel dicembre del 2009 ad Equitalia di Sassari e all’esito della richiesta di copia dei verbali avanzata al Comando dei vigili. La Corte di Cassazione con sentenza !5479/2012 accoglie il ricorso del cittadino.


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5 luglio 2012

NOTIFICA - NULLA SE MANCA L'AVVISO DI RICEVIMENTO

La notifica è sempre nulla se non viene prodotto in giudizio l’avviso di ricevimento del destinatario, così ha deciso e ribadito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 10689 del 26 giugno 2012.


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18 maggio 2011

NOTIFICA DI CARTELLA ESATTORIALE AL PORTIERE

Corte di Cassazione Civile sez. II 12/4/2011 n. 8284
Riscossione - Cartella esattoriale - Notifica - Dichiarazione - Mancato ricevimento - Sanzioni - L. n. 890 del 1992, art. 7 - Art. 139 c.p.c.

FATTO E DIRITTO

  1. - L'avvocato M.T. impugna la sentenza n.  1985  del2005, depositata il 14 marzo 2005, del Giudice di Pace di Roma che rigettava la sua opposizione avverso la cartella esattoriale n. …,  deducendo  di  non aver mai ricevuto la notifica dei  verbali  di  violazione  alle  norme  del Codice della Strada che avevano dato luogo a tale richiesta.   
    2. - Il Giudice di  Pace  rigettava  il  ricorso,  rilevando  che  dalla documentazione esibita dal Comune  di  Roma,  costituitosi  a  giudizio  con funzionario, risultava che "i verbali erano stati ritualmente  notificati  amezzo servizio postale nei termini di legge, ai sensi dell'art. 149  c.p.c., che prevede tale notifica quando, come nel caso di specie, la stessa non sia vietata". Non era quindi applicabile l'art. 139 c.p.c. "in quanto lo  stesso prescrive l'invio della raccomandata quando l'ufficiale giudiziario notifica nelle mani del portiere o di un vicino che accetti l'atto".   
    3. - Il ricorrente articola due motivi di ricorso. Col primo lamenta  la nullità della notifica dei verbali contravvenzionali, avvenuta  a  mani  del portiere del suo stabile, senza che l'ufficiale postale  effettuasse  alcuna ricerca del notificando o di un suo familiare o addetto alla casa.  Aggiunge che non gli era stata inviata alcuna raccomandata circa l'avvenuta  notifica al portiere ex art. 139 c.p.c., comma 4. Deduce quindi  violazione  e  falsa applicazione dell'art. 139 c.p.c., commi 2 e 3 e della L. n. 890  del  1992, art. 7, comma 3. Col secondo deduce vizi di motivazione.   
    4. - Resiste con contro ricorso il Comune di Roma,  il  quale  deduce  la regolarità del procedimento di notifica, posto che l'ufficiale  postale  con"l'apposizione  della  crocettatura  della  casella  stampata  sulla   busta concernente il verbale di accertamento, relativa alla consegna al  portiere,presuppone ovviamente la infruttuosa ricerca del destinatario e  il  mancato preventivo rinvenimento delle persone indicate dall'art. 139 c.p.c.".

    5. Attivata la procedura ex art. 375  c.p.c.,  la  Procura  Generale  ha concluso per iscritto per l'accoglimento del ricorso.

     
    6. - Il ricorso è fondato. Infatti, deve intendersi  nulla  la  notifica effettuata a mezzo posta con la sola consegna  al  portiere  dello  stabile,senza attestazione dell'avvenuta  ricerca  delle  altre  persone  abilitate,attestazione che può avvenire  anche  con  la  crocettatura  delle  apposite caselle nel relativo modulo. In tal senso il costante orientamento di questa Corte (vedi tra le altre,  Cass.  Sezioni  unite  2005  n.  11332).  Nè  può desumersi il compimento di tale attività dal solo fatto che la consegna  sia stata effettuata al portiere, come deduce  la  difesa  dell'avvocatura,  non risultando alcunché dalla notifica.   
    7. - Non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto -  in  quanto dall'accoglimento del ricorso deriva logicamente il giudizio  di  fondatezza dei motivi posti a base dell'opposizione  -  è  consentito  in  questa  sede pronunciare nel merito ai sensi dell'art. 384 c.p.c., comma 1, ed accogliere l'originaria opposizione.  

    8. — Le spese seguono la soccombenza anche per il merito.   

P.Q.M.


LA CORTE    accoglie il ricorso, cassa senza rinvio il  provvedimento  impugnato  e,decidendo  nel  merito,  in  accoglimento  dell'opposizione  originariamente proposta al Giudice  di  Pace,  annulla  la  cartella  esattoriale  opposta. Condanna la parte intimata alle spese di giudizio, liquidate in 500,00  Euro per onorari e 100,00 Euro per spese per il giudizio  di  merito,  nonchè  in 400,00 Euro per  onorari  e  200,00  Euro  per  le  spese  del  giudizio  di legittimità, oltre accessori di legge.


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18 gennaio 2011

LA NOTIFICA VA FATTA ENTRO 150 GIORNI

  

Corte di Cassazione Sezioni unite civili 9/12/2010 n. 24851
Novità in materia di dies a quo per il computo dei termini per la notifica - la pronuncia delle sezioni unite

omissis

a) il "dies a quo" del termine di 150 giorni per la notifica del verbale di contestazione delle violazioni del codice della strada, nel caso in cui il destinatario abbia mutato residenza provvedendo a far ritualmente annotare la relativa variazione (con l'indicazione dei dati relativi ai veicoli di appartenenza) soltanto negli atti dello stato civile e non anche nel Pubblico Registro Automobilistico, va individuato nella data di annotazione della variazione di residenza negli atti dello stato civile;
b) non può ritenersi tempestiva la notifica del verbale di contestazione delle infrazioni al codice della strada quando siano trascorsi più di 150 giorni dalla variazione anagrafica del trasgressore conseguente alla rituale domanda di cambio di residenza con l'indicazione dei dati relativi ai veicoli di appartenenza, ma meno di 150 dalla relativa annotazione nel P.R.A. o nell'Archivio Nazionale Veicoli.
Il ricorso principale deve quindi essere rigettato posto che i riportati principi sono stati correttamene applicati dal giudice di pace nella fattispecie in esame caratterizzata dalle seguenti rilevanti date:

  • 18 ottobre 2002: data di annotazione negli atti dello stato civile del cambio di residenza del trasgressore xx da Verona a Budrio;

  • 9 dicembre 2001: data di accertamento dell'infrazione in questione:

  • - 17 marzo 2004: data di annotazione nell'archivio nazionale dei veicoli del cambio di residenza:
    - 22 marzo 2004: data di emissione del verbale di contestazione;
    - data del primo tentativo infruttuoso di notifica: imprecisata ma entro i 150 giorni dalla trasgressione:
    - 22 giugno 2004: data di notifica del verbale presso la nuova residenza dei B. avvenuta oltre i 150 giorni dalla data di accertamento dell'infrazione in questione. omissis


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6 gennaio 2011

NOTIFICAZIONI ALTERNATIVE

 Corte Costituzionale 22/12/2010 n. 365

È costituzionalmente illegittimo l'art. 22, quarto e quinto comma, della legge 11 novembre 1981, n. 689 nella parte in cui non prevede, a richiesta dell'opponente che abbia dichiarato la residenza o eletto domicilio in un comune diverso da quello dove ha sede il giudice adito, modi di notificazione alternativi al deposito presso la cancelleria


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1 giugno 2010

DIRITTO DI ACCESSO AGLI ATTI - INERZIA DELLA P.A. - OMISSIONE DI ATTI D'UFFICIO

 Spesso ci si continua a chiedere se l’inerzia della pubblica amministrazione innanzi ad una richiesta formale , di accesso agli atti e/o quant’altro, possa integrare il reato penale di cui all’art. 328 del c.p.

La legge n. 241/90, per altro modificata dalla L. n.69/2009, ha rafforzato l’obbligo posto a capo delle pubbliche amministrazioni, di concludere i procedimenti amministrativi (accesso agli atti) entro il termine di 30 giorni, o, comunque mai oltre i 180 giorni, fissato dai regolamenti dei singoli enti. Viene determinata altresì una sanzione risarcitoria degli eventuali danni procurati in caso di mancata conclusione entro i termini previsti. La violazione di questo precetto determina tanto la condanna a provvedere, che l’obbligo di risarcimento del danno, inoltre, può integrare la fattispecie del reato della violazione dei doveri d’ufficio di cui all’art. 328 del c.p.

L’art. 328 c.p. prevede il reato di omissione di atti d’ufficio per il pubblico ufficiale che entro 30 giorni dalla richiesta, o in un tempo più lungo come sopra citato, non compie l’atto e non risponde spiegando le ragioni del ritardo.

Il reato si configura anche a fronte di una richiesta di accesso da parte del privato cittadino, infatti, il pubblico ufficiale ha il dovere di rispondere entro 30 giorni o rilasciando l’atto richiesto ovvero negandolo motivatamente; nella ipotesi di mancata risposta espressa nel termine previsto, ai sensi del Co. 4 dell’art. 25 della L. 241/90, la richiesta “si intende respinta”, stimolando così il meccanismo del silenzio rigetto. In siffatta ipotesi si ipotizza invece, che a carico del funzionario inadempiente si possa ravvisare il reato di cui all’art. 328 c.p.

Parte della giurisprudenza ha ritenuto inapplicabile il reato di cui all’art.328 del c.p. in materia di accesso, poiché maturerebbe comunque il meccanismo del silenzio rigetto, un provvedimento negativo, comunque emesso dalla p.a., onde scatterebbe la causa di giustificazione codificata dall’art.51 c.p. costituendo un diritto per la p.a., il potere di sostituire un provvedimento tacito a quello espresso.

E’ stato tuttavia giustamente replicato che il richiamo alla scriminante di cui all’art.51 c.p. appare fuori luogo, giacché il meccanismo del silenzio rigetto costituisce soltanto una fictio iuris e non una manifestazione di un diritto attribuito dalla p.a. (che anzi ha pur sempre il dovere di concludere il procedimento mediante provvedimento espresso ex art. 2, comma 2, legge 241/90).

La giurisprudenza prevalente, inoltre, non ha ritenuto di condividere nemmeno l’impostazione dottrinale secondo cui la consumazione del reato presupporrebbe che, a seguito della formazione del silenzio rigetto per effetto del decorso dei 30 giorni dall’istanza, l’interessato invii un ulteriore atto di diffida. La tesi, che sarebbe plausibile ove il termine per la conclusione del procedimento sia superiore a quello penale di 30 giorni, non appare esatta nel caso in cui il termine procedimentale e quello penale coincidano: in tal caso un atto sollecitatorio, volto a stigmatizzare un silenzio già intrinsecamente illecito, sarebbe sicuramente inutile. Per quanto esposto, il rapporto tra l’art. 328 c.p. e la legge 241/90 è facilmente rinvenibile. Si può affermare che la legge n. 241 fissa in modo circostanziato il precetto al quale la p.a. e i suoi dipendenti devono attenersi in materia di accesso agli atti, mentre l’art. 328 c.p. co. 2, prevede le punibilità per la violazione di tale precetto.

23 maggio 2010

CONTRATTO TELEFONICO

       Sentenza n. 7997 del 1° aprile 2010
(Sezione Terza Civile, Presidente S. Senese, Relatore A. Amendola)

CONTRATTI – CONTRATTO DI UTENZA TELEFONICA – PERFEZIONAMENTO – APPLICABILITA’ DELLA DISCIPLINA CODICISTIVA – SUSSISTENZA

Il contratto di attivazione della linea telefonica è a forma libera e si perfeziona, alla stregua delle norme generali degli artt. 1325 e 1326 cod. civ., nel momento in cui il proponente ha conoscenza dell'accettazione del destinatario, con la conseguente disapplicazione dell’art. 3 del d.m. 8 settembre 1988, n. 484 (contenente l'approvazione del regolamento di servizio per l'abbonamento telefonico) che riconduce il perfezionamento contrattuale all’atto della sottoscrizione della polizza ovvero dell'attivazione dell'impianto.

19 maggio 2010

LE BOLLETTE

"La delibera n. 66/07 condannava l'Enel a circa 11 milioni di euro per mancata informazione, in bolletta, dell'esistenza di almeno una modalità gratuita di pagamento della bolletta. Essa è stata recentemente confermata dal Consiglio di Stato Sent. 2507 del 23.2.2010 dep 03.05.2010 , che ha riformato la sentenza del Tar lombardo che la annullò."

"La sentenza tratta accuratamente e approfonditamente della questione delle spese di spedizione. Prende atto della sentenza della Cassazione sul punto e anzi, partendo proprio da essa, trae argomenti a sostegno della pretesa del consumatore.

Il Tribunale civile di Napoli, sez. XII n.4044 del 12.4.2010 si pronuncia anche sull'Iva che, ad avviso del giudicante, non è applicabile sulle spese di spedizione. Censura il comportamento della Telecom consistente nel non dimostrare quanto effettivamente spende per l'invio tramite posta delle fatture ai propri clienti.

L'ulteriore importanza di questa sentenza è quella di provenire dalla XII^ sezione, cioè da una delle due "sezioni specializzate" (tra cento virgolette) nel ramo dei contratti tra professionisti e consumatori (l'altra è la XI^).

Canone idrico e consumi presunti.

Il giudice di pace di Nocera il 16 febbraio 2009 afferma che la cessione del contratto di somministrazione non può desumersi ma necessita di forma scritta, escludendo pertanto la possibilità per i gestori del servizio di distribuzione dell'acqua potabile di determinare il canone, avente natura di corrispettivo reso, sulla base dei consumi presunti in quanto il pagamento richiesto dev'essere solo per l'acuqa effettivamente erogata ( cfr. Trib. Napoli 21.11.2001). Si ribadisce l'obbligatorietà della forma scritta da parte della p.a e si esclude la cessione del contratto, allorquando provenga dalla p.a. o da un ente pubblico (cfr. Cass. 12.04.06, n. 8621). Molti gestori privati purtroppo calcolano i consumi presunti sebbene in mancanza di atto di cessione e sottoscrizione e/o consenso dei contraenti ceduti. Nella fattispecie, la cessione del contratto è nulla e non suscettibile a ratifiche. (cfr. Cass. Civ. 15.03.2004, n. 5234)

Le bollette inerenti il gas, l'acqua, la luce, il telefono, etcc.. non sono più esigibili decorsi i cinque anni (art. 2948 c.c. ) . Qualora le fatture siano oggetto di controversia il termine è di 10 anni. Dopo tale termine le bollette devono ritenersi cadute in prescrizione ai sensi dell'art.2934 del c.c.


 

20 aprile 2010

ACCESSO AI CURRICULUM VITAE DEI CONCORRENTI

 

Tribunale Amministrativo Regionale Toscana sez.I 1/4/2010 n. 897
Diritto di accesso ai curricula dei candidati

(omissis)
FATTO e DIRITTO
1. Il ricorrente ha partecipato ad una selezione pubblica indetta dall'Azienda Ospedaliera Universitaria Senese per il conferimento di un incarico quinquennale di dirigente avvocato. All'esito della procedura ha avuto comunicazione dell'avvenuto conferimento dell’incarico ad altro concorrente non specificato, senza che gli venisse fornita motivazione in proposito. Con nota 16 novembre 2009 inviata tramite fax nella medesima data ha quindi richiesto l'accesso alla documentazione epigrafata, e non avendo avuto riscontro si è determinato a proporre il presente ricorso, notificato il 15 gennaio 2010 e depositato il 29 gennaio 2010.
Alla Camera di Consiglio del 10 marzo 2010 la causa è stata trattenuta in decisione.
2. Il ricorso deve essere accolto parzialmente.
Non vi è dubbio che il ricorrente abbia una posizione tutelata ad accedere alla documentazione amministrativa inutilmente richiesta all'Azienda intimata. Tale posizione legittimante nasce dalla sua partecipazione alla citata selezione pubblica, ciò che ha creato un suo interesse diretto, concreto ed attuale a conseguire la relativa documentazione poiché da questa potrà valutare se l'operato dell'Azienda sia stato legittimo o se invece sia stato caratterizzato da vizi suscettibili di determinarne l’annullamento. Deve quindi essere ordinata l'esibizione della documentazione inutilmente chiesta dal ricorrente, con esclusione però dei curricula dei partecipanti alla selezione. Questi ultimi documenti infatti possono rappresentare dati personali dei partecipanti medesimi, l'accesso ai quali, ai sensi dell'art. 24, comma 7, legge 7 agosto 1990, n. 241, è consentito solo in presenza di esigenze difensive che devono essere rappresentate dall'istante. È ben vero che, a causa del comportamento omissivo dell'Azienda, il ricorrente non è stato messo in grado di valutare la necessità di acquisire anche detti elementi; tale necessità egli potrà evincere e rappresentare in una nuova istanza di accesso dall'esame della restante documentazione che ha vanamente richiesto, la quale dovrà essergli prodotta dell'intimata Azienda Ospedaliera entro trenta giorni dalla comunicazione o, se anteriore, notificazione della presente sentenza. L'Azienda dovrà anche fornire i domicili dei partecipanti alla pubblica selezione in questione al fine di mettere in grado il ricorrente di notificare loro eventuali ulteriori atti giudiziari a propria difesa.
Le spese seguono la soccombenza e vengono liquidate in € 1.500,00 (millecinquecento/00), cui devono essere aggiunte le sole somme per IVA e CPA.

P.Q.M.
il Tribunale Amministrativo Regionale della Toscana, Sez. I, accoglie il ricorso e per l’effetto ordina all'Azienda Ospedaliera Universitaria Senese di produrre la documentazione di cui in motivazione nei termini e con le modalità ivi indicate.
Condanna l'Azienda Ospedaliera Universitaria Senese al pagamento delle spese processuali nella misura di € 1.500,00 (millecinquecento/00), oltre IVA e CPA.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministra
tiva.

15 aprile 2010

LA TASSA SUI RIFIUTI URBANI

 

Alcuni comuni applicano l’intera tassa o tariffa di nettezza urbana anche nei confronti degli utenti che hanno i cassonetti delle immondizie lontano dalle abitazioni. E’ da precisare che, se il cassonetto è troppo distante dalla dimora , l’utente è tenuto a pagare la tassa o tariffa nella misura non superiore al 40%. Lo ha stabilito la Corte di cassazione con la sentenza n. 6312/2005 decidendo definitivamente sulla vertenza fra un Comune lombardo e un utente. Interpretando il decreto legislativo n. 507/1993, la suprema corte ha sentenziato che il cittadino deve avere la concreta possibilità di usufruire del servizio di raccolta dei rifiuti, altrimenti si applica l’articolo 59, comma secondo, del suddetto decreto legislativo, in base al quale “la tassa è dovuta in misura non superiore al 40 per cento, da determinare in relazione alla distanza del più vicino punto di raccolta”. Il Comune deve emanare un “regolamento del servizio di nettezza urbana” nel quale devono essere stabiliti i limiti della zona di raccolta obbligatoria e le distanze massime di collocazione dei cassonetti. Il comma 4 dell’articolo 59 stabilisce anche che se l’utente non può fruire agevolmente del servizio di raccolta, la tassa (o tariffa) è dovuta nella misura non superiore al 40 per cento.

10 aprile 2010

DIRITTO DI ACCESSO AGLI ATTI E DIRITTO ALLA RISERVATEZZA

 

 
Spesso ci  si è domandati se il diritto soggettivo dell’individuo, a garanzia della tutela giuridica,  possa superare quello che riguarda la riservatezza degli altri e,  se in uno specifico contesto, si possano acquisire dati c.d. supersensibili e/o conoscere il depositario di un’esposto presentato contro la propria persona. Orbene, due sentenze dei Tribunali amministrati dell’Emilia – Romagna e della Campania, hanno dato una risposta nel merito.
La seconda sentenza tratta di un ricorso avverso il trasferimento ad una sede scolastica (sede di lavoro)  della stessa città, piuttosto che a un’altra, assegnata alla controinteressata per motivi di salute. E’ ovvio che, nella fattispecie, gli interessi della ricorrente, così come proposti, non possono che recedere ad un rango inferiore rispetto a quelli della controparte, che riguarderebbero la tuela della riservatezza dei dati inerenti il suo stato di salute.
 
. Emilia –Romagna, Bologna, sez. II, 2 febbraio 2010, n. 633.
Diritto di accesso agli atti di un procedimento disciplinare avviato nei confronti di un professionista – diniego – illegittimità.
 
E’ illegittimo il diniego di accesso, opposto dal consiglio dell’ordine, in merito ad un’istanza ostensiva avanzata da un professionista iscritto all’albo, avente ad oggetto gli atti del procedimento disciplinare adottato dal consiglio medesimo nei suoi confronti, a seguito di un esposto presentato da terzo. Infatti, gli atti di un procedimento disciplinare ed in particolare l’esposto che ha dato origine allo stesso, non rientrano tra quelli esclusi dall’accesso, di cui al tassativo elenco del nuovo testo dell’art. 24, della legge 7 agosto 1990, n.241, come sostituito dall’art.16 della legge 11 febbraio 2005, n.15; d’altra parte, il diritto di accesso deve essere comunque consentito, nei limiti in cui sia strettamente indispensabile, anche nei confronti di atti contenenti dati idonei a rivelare dati personali riservati ovvero c.d. “supersensibili”, nel caso in cui il richiedente abbia motivato l’istnza ostensiva con la necessità di tutelare e difendere i suoi interessi giuridici, nel rispetto della riservatezza dei terzi, secondo le modalità e termini previsti dall’art. 60 del d. lgs. N.196/2003
 
T.A.R. Campania, Salerno, sez. I, 2 febbraio 2010, n. 1029
 
Diritto di accesso – rapporti con il diritto alla riservatezza – istanza ostensiva riguardante dati c.d. “ultra sensibili” – diniego – legittimità – riferimento all’art.60 del d.lgs. n. 196/2003.
 
E’ legittimo il diniego opposto dal Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca in merito alla richiesta di accesso avanzata da un docente, per ottenere copia dei documenti – ivi compresi certificati sanitari – e dei titoli che hanno consentito ad un altro docente di prendere il proprio posto, per verificare se l’amministrazione scolastica ha fatto corretta applicazione dell’art.4, della l. n. 104 del 1992, laddove subordina i previsti benefici all’accertamento, da parte di una Comissione medica della Asl, dell’esistenza di una patologia invalidante. E’ infatti vietato alla p.a. ex art.60 del d.lgs. n. 196/2003, di esibire i dati personali c.d. “ultra sensibili” e/o “supersensibili”, allorché il rango della situazione giuridicamente rilevante fatta valere dall’accedente (nella specie, si trattava dell’assegnazione presso una sede scolastica di lavoro, piuttosto che ad un’altra, nell’ambito della stessa città) è chiaramente inferiore e, quindi recessivo, rispetto a quello primario dell’interessato alla salute, e, correlativamente, a mantenere riservati documenti che possono renderne conoscibile lo stato.
 

23 marzo 2010

IL FISCO SOCCOMBE

 

Dopo alcune sentenze contraddittorie che avvantaggiavano il fisco a danno del cittadino, la Corte di  Cassazione Civile, Sez. III,  con la sentenza n. 698 del 19.01.2010, ha stabilito che l’Agenzia delle entrate, quindi la P.A.,  debba essere ritenuta responsabile ai sensi dell’art. 2043 del codice civile per il mancato o ritardato annullamento di un atto illegittimo, nell’esercizio del potere di autotutela, ove tale comportamento abbia arrecato danno al privato. La P.A. è stata condannata al rimborso delle spese legali ed esistenziali del ricorrente. 

Spesso la P.A.,  ancor di più quella finanziaria, è stata  favorita dalla giurisprudenza civile, che l'ha così  legittimata a vessare il cittadino con un comportamento sufficiente e prevaricante, tanto da evitare di dare risposte o di agire in autotutela innanzi ad un atto palesemente illegittimo od errato. Possiamo dire BASTA a siffatti comportamenti, BASTA sentirci ricercati e perseguitati dall’amministrazione pubblica. Aggiungerei che,  le spese legali e risarcitorie, dovrebbero gravare sul funzionario che ha perseguito con insistenza questa strada.

Infine, altra sentenza della S.C., n. 4077/2010,  ha sancito che non si può iscrivere ipoteca sulla casa per debiti tributari inferiori agli 8000 euro.

24 febbraio 2010

IDENTIFICAZIONE DEL DIPENDENTE PUBBLICO

 

 

19 febbraio 2010

RESIDENZA NEGATA - IL COMUNE CREA OSTACOLI

Newsletter dell'Unione Nazionale Consumatori                                                             22 (SdC – feb. 10) –

Talvolta l’anagrafe comunale fa resistenza alla domanda del cittadino di cambiare residenza, facendo riferimento ad una “normativa” di cui non si ha notizia. Non esiste una normativa del genere, anzi nel negarle la residenza l’ufficiale dell’anagrafe compie un abuso e un rifiuto di atti d’ufficio che potrebbe essere denunciato alla Procura della Repubblica. Lo ha chiarito anche il ministero dell’Interno con la circolare n. 81/995, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 19 giugno 1995, nella quale ha ricordato che la richiesta di residenza “costituisce un diritto soggettivo del cittadino, non appare vincolata da alcuna condizione né potrebbe essere il contrario, in quanto in tal modo si verrebbe a limitare la libertà di spostamento e di stabilimento dei cittadini sul territorio nazionale in palese violazione dell’articolo 16 della Costituzione”. Il ministero dell’Interno ha ulteriormente precisato che “appaiono contrari alla legge e lesivi dei diritti dei cittadini quei comportamenti adottati da alcune amministrazioni comunali che, nell’esaminare le richieste di iscrizione anagrafica, chiedono… nel caso di persone coniugate, la contemporanea iscrizione di tutti i componenti il nucleo familiare”. La circolare ministeriale conclude che, semmai, l’amministrazione comunale può accertare in un tempo successivo l’effettiva presenza del cittadino nel luogo di residenza.

5 febbraio 2010

TRIBUTI

 

TRIBUTI - ESTRATTO DI RUOLO - IMPUGNABILITA' In tema di contenzioso tributario, la S.C. ha affermato che anche l’estratto di ruolo può essere oggetto di ricorso alla commissione tributaria, costituendo una parziale riproduzione del ruolo, atto considerato impugnabile dall’art. 19 del d.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546.  
Sentenza n. 724 del 19 gennaio 2010
 

25 novembre 2009

LA RIFORMA FORENSE CRITICATA DAL PRESIDENTE DELL'ANTITRUST

Nel panorama di "immobilismo generale" sul terreno della liberalizzazione delle professioni "si fa solo una legge di riforma forense che e' peggiore di quella del '39 sulle libere professioni e che mi fa rimpiangere quella legge". E' il presidente dell'Antitrust, Antonio Catricala', a bollare cosi' la riforma attualmente in discussione al Parlamento. Nel suo intervento al 'Consumers' Forum' Catricalta' incalza: "penso che quella legge vada rivista, vada fermata, non perche' non fara' contenti Abi e Confindustria, ma perche' non saranno contenti i cittadini e i giovani".
"E' una guerra degli anziani contro i giovani -dice- e noi dobbiamo stare con i giovani che sono il nostro futuro". A giudizio di Catricala' il processo di liberalizzazione "si e' davvero interrotto, mentre sui servizi pubblici locali si sono fatti grandi passi avanti, sulla riforma della professioni sta succedendo 'l'ira di Dio'. Se fosse solo una legge e il sistema pero' andasse avanti, non sarei qui a lamentarmi". Ma, "il problema e' che non si muove niente c'e' un immobilismo generale".

1 settembre 2009

TELECOM - DEVE FORNIRE COPIA DELLE REGISTRAZIONI VOCALI

  Ordini telefonici: diritto ad avere copia della registrazione

Se l'azienda non accoglie la richiesta dell'utente che chiede una copia della registrazione con cui ha effettuato un ordine, commette un illecito, e ci si puo' rivolgere al Garante della Privacy e ottenere soddisfazione. Cosi' un provvedimento del Garante contro Telecom dello scorso 8 luglio. Non basta la trascrizione del colloquio, ma occorre proprio una copia della registrazione vocale.

24 luglio 2009

SI PUO' SPIARE LA PROPRIA EX IN AUTOMOBILE

Spiare la ex in automobile non è interferenza illecita
(Cassazione 28251/2009)

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE


QUARTA SEZIONE PENALE

ha pronunciato la seguente


SENTENZA

La Corte di Cassazione osserva

Il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Potenza aveva chiesto la misura cautelare della custodia in carcere nei confronti di […] e […] per violazione degliarticoli 615 bis o 617 bis c.p. [1]nonché per la violazione degli articoli 314 e 323 c.p. per il solo […].
I due si sarebbero procurati indebitamente notizie attinenti la vita privata di […] con la quale il […] aveva avuto una relazione sentimentale, poi interrottasi per volontà di lei , installando nell’auto della donna nel vano della luce di cortesia un telefono cellulare con suoneria disattivata su cui era impostata la funzione di risposta automatica in modo da consentire la ripresa sonora di quanto avveniva nell’ auto .
Il P. M. presso il Tribunale di Potenza escludeva che fosse ravvisabile il delitto di
cui all’art. 615 bis o 617 bis c. p. riteneva insufficienti gli indizi in relazione all’articolo 314 cp. mentre in relazione all’abuso in atti di ufficio disponeva la sospensione dall’ufficio del […].
Gli appelli delle parti venivano rigettati dal Tribunale della libertà di Potenza con ordinanza del 19 dicembre 2008.

Con il ricorso per cassazione il Procuratore della Repubblica di Potenza deduceva con riferimento agli articoli 615 e 617 bis cp. la inosservanza ed erronea applicazione della legge penale di cui alla lettera b) dell’articolo 606 cpp e la contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione ex articolo 606 lettera e) c.p.p.

Le questioni sottoposte aI vaglio della Suprema Corte possono così sintetizzarsi :
a) se l’automobile con riferimento ai reato di cui all’articolo 615 bis cp. possa o meno considerarsi un luogo di privata dimora ai sensi dell’ articolo 614 cp. norma espressamente richiamata dall’articolo 615 bis cp.
h) se il divieto di cui all’articolo 617 bis cp. concerna o meno gli strumenti di comunicazione
e) se la espressione altra forma di trasmissione a distanza dei suoni di cui all’articolo 623 bis cp. sia riferita all’oggetto della intercettazione o allo strumento di captazione.

I motivi di ricorso non sono fondati

Le norme in discussione 615 bis c.p. e 617 bis c.p. - tutelano la riservatezza o meglio la libertà morale delle persone individuabile in rapporto all’ambiente e agli strumenti di comunicazione
La disposizione dell’articolo 615 bis cp. tutela la riservatezza di notizie ed immagini e fa riferimento ai soli luoghi indicati nell’art. 614 c. p. e cioè l’abitazione e la privata dimora.

Orbene l’autovettura che si trovi sulla pubblica via non è ritenuta dalla giurisprudenza della Suprema Corte formatasi essenzialmente in materia di intercettazioni tra presenti, luogo di privata dimora ( vedi da ultimo n. 4105/07 - 2356/01 n. 13/05 - 230533 e Cass. Sez. V penale 30 gennaio 18 marzo 2008 n. 12042 )

Tale indirizzo trova conferma nella pronuncia delle Sezioni Unite Penali n. 2795 del 2006 , che con affermazione che, sebbene resa nel contesto della interpretazione della normativa processuale in tema di video riprese appare di carattere generale, ha osservato che non c’è dubbio che il concetto di domicilio individui un rapporto tra la persona ed un luogo, generalmente chiuso, in cui si svolge la vita privata in modo anche da sottrarre chi lo occupa alle ingerenze esterne e da garantirgli, quindi, la riservatezza. Ma il rapporto tra la persona ed il luogo deve essere tale da giustificare la tutela di questo anche quando la persona è assente. In altre parole, la vita personale che vi si svolge, anche se per un periodo di tempo limitato, fa si che il domicilio diventi un luogo che esclude violazioni intrusive, indipendentemente dalla persona che ne ha la titolarità, perché il luogo rimane connotato dalla personalità del titolare, sia o meno questi presente.
Nemmeno gli articoli 617 bis e 623 bis cp risultano violati.
Tali disposizioni concernono infatti gli strumenti di comunicazione nel senso che l’art. 617 bis ha ad oggetto le attività volte a intercettare o impedire comunicazioni e conversazioni che avvengono con il mezzo del telefono o de telegrafo o a seguito dell’ampliamento della fattispecie derivante dall’applicazione della norma di chiusura contenuta nell’articolo 623 bis c.p con altre forme di trasmissione a distanza di suoni immagini o altri dati e non possono con certezza riguardare, anche le intercettazioni o gli impedimenti di conversazioni tra presenti ( vedi oltre la citata Cass. 30 gennaio 2001 n. 12042 anche la n. 4264 del 2006 ).

Insomma, i reati in questione sono ravvisabili quando un terzo si inserisca con l’uso di apposite apparecchiature in un canale di trasmissione di dati , cosa che non è avvenuta nel caso di specie.
Le pur interessanti osservazioni del Pubblico Ministero ricorrente non consentano di superare gli indirizzi giurisprudenziali indicati

Non ricorrono i presupposti indicati dall’articolo 618 c.p.p. per devolvere le questioni di diritto prospettato alle Sezioni Unite Penali come richiesto dai Pubblico Ministero di udienza.
Per le ragioni indicate il ricorso deve essere rigettato.

 

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

DEPOSITATA IN CANCELLERIA IL 9 LUGLIO 2009

 

27 giugno 2009

IL SILENZIO DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

 

Il silenzio rifiuto della pubblica amministrazione è illegittimo
(Tar Lazio 9948/2007)
L’istanza presentata da un privato cittadino alla pubblica amministrazione per ottenere un provvedimento discrezionale a proprio favore, determina l’obbligo della stessa pubblica amministrazione di fornire una risposta, senza rimanere inerte. Ciò, in base alle disposizioni di cui agli articoli 2 e 3 della legge 7 agosto 1990, n. 241, e successive modificazioni, le quali, in materia di procedimento amministrativo, hanno definitivamente sancito l’intrinseca illegittimità del silenzio-rifiuto della pubblica amministrazione. In tal senso si è pronunciato il TAR (Tribunale Amministrativo Regionale) del Lazio nella Sentenza n. 9948/2007, con la quale è stato accolto il ricorso presentato da alcuni cittadini del Comune di Marino affinché la propria amministrazione comunale fosse indotta ad adottare un provvedimento in merito alla richiesta da essi più volte avanzata senza ricevere alcuna risposta e finalizzata ad ottenere l’allaccio delle loro utenze al servizio idrico comunale. Relativamente all’obbligo dell’amministrazione comunale di emettere un provvedimento esplicito senza potersi avvalere del silenzio-rifiuto, il TAR del Lazio ha svolto varie considerazioni tra cui le seguenti. Il legislatore, con la legge n. 241 del 1990 è intervenuto a stabilire gli obblighi di comportamento della pubblica amministrazione con riguardo alle richieste del cittadino al cui servizio essa è istituzionalmente preposta. La richiesta rivolta dai ricorrenti alla propria amministrazione comunale non corrisponde ad un procedimento amministrativo tipizzato a conclusione del quale è prevista l’emanazione di un provvedimento amministrativo finale. Sennonché, secondo una giurisprudenza consolidata in materia, il dovere di provvedere può scaturire non solo da puntuali previsioni di legge o di regolamento, ma anche dalla peculiarità della fattispecie nella quale ragioni di giustizia o equità impongono l’adozione di provvedimenti o lo svolgimento di un’attività amministrativa, alla stregua dei principi posti in via generale dall’articolo 97 della Costituzione. La legge n. 241 del 1990, ancorché legge di principi, esplica un effetto precettivo direttivo in tutti i casi in cui le esigenze partecipative, di trasparenza e di buona amministrazione non abbiano uno specifico riscontro nella disciplina di un singolo procedimento tipizzato. Pertanto, nella fattispecie, in base alle richiamate norme degli articoli 2 e 3 della legge n. 241/1990, l’istanza presentata al Comune di Marino dai ricorrenti, ha dato inizio ad un procedimento amministrativo che avrebbe dovuto legittimamente avere termine con l’adozione di un provvedimento contenente disposizioni conclusive del procedimento avviato da tale istanza. Il silenzio serbato dal Comune di Marino sull’istanza presentata dal ricorrenti è, quindi, illegittima. Da qui la Sentenza con la quale il TAR del Lazio, in accoglimento del ricorso, ha ordinato al Comune di Marino di adottare, entro trenta giorni dalla relativa notifica o comunicazione, un espresso provvedimento a definizione della richiesta che i ricorrenti avevano ad esso rivolta, prevedendo inoltre che, in caso di mancata adozione del provvedimento, questo, su domanda dei ricorrenti, dovrà essere emanato, in sostituzione del Comune, da un Commissario ad acta, cioé nominato appositamente.(17 marzo 2008)
 

19 giugno 2009

GLI AVVOCATI DEVONO MOTIVARE LE PARCELLE

 

L’avvocato non può inserire nella parcella la voce di tariffa “esame e studio” dell’udienza se nell’udienza non è svolta alcuna attività processuale
 
Il “caro tariffa” degli avvocati è scontato, ma che sia giustificato è il minimo che si possa pretendere e ciò dovrebbe valere non solo, come nel caso in esame, quando a dover pagare è lo Stato, ovvero si tratti di gratuito patrocinio, ma anche quando a pagare gli avvocati siano i privati cittadini.
Le tariffe legali, si sa, oscillano tra un minimo e un massimo. Con riferimento al gratuito patrocinio, lo Stato riconosce, quale compenso dovuto al legale, un importo che costituisce la media tra il minimo e il massimo. Ora, un avvocato, nominato difensore d’Ufficio di un cittadino ammesso al gratuito patrocinio, con ricorso al Presidente della Prima Sezione del Tribunale di Messina, lamentava il mancato riconoscimento dei valori medi degli onorari di cui alla tariffa penale. Il Tribunale dichiarava il ricorso improcedibile, sul rilievo che il ricorso andava presentato al Presidente della Corte di Assise. La Corte di Cassazione annullava il provvedimento impugnato, trasmettendo gli atti al Tribunale di Messina. Il Tribunale rigettava il ricorso, ribadendo il principio secondo il quale, in tema di gratuito patrocinio, la disposizione normativa, che impone di liquidare l’onorario e le spese al difensore in modo che l’importo non risulti superiore ai valori medi delle tariffe professionali vigenti, va interpretato nel senso che la media dei valori tariffari costituisce il limite massimo invalicabile e non nel senso che la liquidazione deve avvenire secondo la media delle tariffe, in quanto il compenso può essere liquidato anche in misura inferiore alla media, purché non al di sotto delle tariffe minime. Il ricorrente aveva lamentato anche il mancato riconoscimento della voce esame e studio, con riferimento a oltre trenta udienze a cui lo stesso aveva partecipato. Ma, il Tribunale rilevava che quanto alle udienze di mero rinvio, nonché a quelle in cui era stata svolta solo l’ attività di lettura degli atti, era sufficiente considerare che risultava inutile l’espletamento di qualsiasi attività di studio propedeutica alle stesse, pertanto l’onorario relativo alla voce esame e studio andava attribuito solo con riferimento alla partecipazione alle udienze e caratterizzate dall’effettivo svolgimento dell’ attività dibattimentale. Avverso tale pronuncia, l’avvocato ha promosso ricorso per Cassazione. La Suprema Corte si è pronunciata con la Sentenza n. 23889/2009, rigettando il ricorso. In buona sostanza, la Corte ha ribadito quanto affermato dal giudice del merito. Infatti, il Collegio ha confermato che il compenso per “esame e studio”, prima della partecipazione all’udienza, è finalizzato a retribuire lo sforzo intellettuale che il difensore deve svolgere per organizzare la sua linea difensiva in relazione alla dinamica del dibattimento che si va ad affrontare. Ora, nel caso in cui nell’udienza non si svolga alcuna attività processuale, mero rinvio, ovvero si proceda a una mera lettura di atti già assunti in precedenza e già programmati, il difensore, in prospettiva di tali udienze non deve attivare uno sforzo per la preparazione, in quanto è sufficiente quello già fatto e remunerato per la prima udienza antecedente al mero rinvio o alla lettura.
 

11 giugno 2009

LEGGE PINTO

 

Verso un innalzamento del risarcimento per i "processi lumaca"
E' ora di pagare il conto !
 
 
L’ARGOMENTO TRATTATO
( in breve )
 
nLegge Pinto: la Cassazione afferma la forza vincolante del precedente della Corte di Strasburgo
 
ARTICOLO
 
Ritorna prepotentemente d'attualità la legge 89 del 2001, denominata comunemente legge "Pinto", con cui il legislatore ha introdotto nel nostro ordinamento giuridico uno strumento che consente un'equa riparazione a chi ha subito un danno patrimoniale o non patrimoniale per effetto della violazione dell'articolo 6, paragrafo 1, della Convenzione per la Salvaguardia dei Diritti dell'Uomo e delle Libertà Fondamentali (CEDU), che riconosce ad ogni persona il diritto "a che la sua causa sia esaminata… entro un termine ragionevole".
Utilizzando questo strumento i soggetti coinvolti in un processo con durata superiore ad un "délai raisonnable" possono proporre domanda di accertamento e di condanna al risarcimento del danno davanti alla Corte d'appello che sarà così chiamata a decidere applicando la procedura camerale, con decreto immediatamente esecutivo ed impugnabile in Cassazione.
Con la legge Pinto si è così tentato di bloccare i numerosi ricorsi che giungevano, ad un ritmo ormai insostenibile, alla Corte di Strasburgo dall'Italia attraverso l'inserimento di uno strumento idoneo a rendere operativa la regola del previo esaurimento dei ricorsi interni (articolo 26 della CEDU), sfruttando la natura sussidiaria del meccanismo di controllo europeo.
Il rinnovato interesse per la questo strumento è stato determinato dal contenuto rilevante di alcune recenti sentenze delle Sezioni Unite della Cassazione.
La novità, in estrema sintesi, consiste nell'aver riconosciuto alla giurisprudenza della Corte Europea di Strasburgo un valore di riferimento vincolante estraneo, almeno nella sua logica di base, al modo di essere dell'ordinamento giuridico italiano classicamente collocato, con le ovvie conseguenze sull'interpretazione del criterio dello "stare decisis", entro la categoria degli ordinamenti di tipo "civil law".
Come ha messo ben in evidenza uno dei primi commentatori del nuovo indirizzo giurisprudenziale (E. Sacchettini), non si tratta di "un fulmine a ciel sereno", poiché la Corte di Strasburgo ha già affermato, con la sentenza del 27 marzo 2003, il principio per il quale il giudice nazionale ha l'obbligo di adeguarsi nella determinazione dell'equo indennizzo agli standard fissati dalla Convezione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali.
Le Sezioni Unite della Cassazione (sentenza 1339 del 26 gennaio 2004) mettono in evidenza che la tesi secondo cui il giudice italiano può seguire, nell'applicare la legge 89/2001, un'interpretazione non conforme a quella della Corte di Strasburgo determina, in modo irrazionale, il fatto che nel caso in cui la vittima della violazione riceva una riparazione dal giudice nazionale ritenuta non sufficiente secondo la giurisprudenza di Strasburgo, l'interessato possa nuovamente ricorrere in giudizio per la completa soddisfazione prevista dall'articolo 41 della CEDU.
Questo modo di procedere obbligherebbe il soggetto interessato ad una duplice operazione per tutelare i propri diritti: la prima davanti alla Corte d'appello; la seconda davanti alla Corte di Strasburgo per ottenere l'integrazione della riparazione "nazionale".
Tale meccanismo si pone chiaramente contro il principio di sussidiarietà, la cui violazione determina una chiara violazione della più volte citata Convenzione e della stessa legge Pinto, la cui "ratio", come si evince chiaramente dai lavori preparatori, è proprio quella di rappresentare uno strumento interno capace di risarcire il danno derivante da un'irragionevole durata del processo.
Per quanto attiene alla riparazione del danno non patrimoniale appare di particolare interesse una seconda sentenza (la n.1340) delle Sezioni Unite con cui si afferma che la forza del precedente di Strasburgo "ha natura giuridica perché inerisce ai rapporti tra la detta legge e la CEDU, onde il mancato rispetto di essa da parte del giudice del merito concretizza il vizio di violazione di legge denunziabile a questa Corte di legittimità".
La Corte d'appello, quindi, dovrà procedere alla liquidazione in via equitativa del danno non patrimoniale ex articolo 2 della legge Pinto muovendosi però entro i confini di una ragionevolezza dettata dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo. Appare opportuno ricordare in questa sede che la stessa Corte d'appello è vincolata, nella determinazione del "quantum" da liquidare, anche al rispetto del principio della corrispondenza tra "il chiesto" ed "il pronunciato".
Per questo motivo l'esame dei casi analoghi risolti dalla Corte di Strasburgo diviene un momento irrinunciabile non solo per il giudice, chiamato a decidere, ma anche per la stessa parte ed in particolare per il suo difensore, chiamato a formulare le legittime richieste di indennizzo.
Le Sezioni Unite della Cassazione con quattro sentenze (1338, 1339, 1340 e 1341 del 26 gennaio 2004) hanno così realizzato, per via giurisprudenziale, l'attuazione nel nostro ordinamento giuridico dei principi espressi dalla CEDU in tema di violazione del principio della durata ragionevole dei processi.
Come incisivamente Dott. Salvatore SUNCK afferma , questo meccanismo non deve essere ora circoscritto e limitato alla legge Pinto ma deve essere ritenuto un valido strumento interpretativo da utilizzare per tutte le norme di diritto interno che sono in contrasto con quelle della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo.
 
 

 

2 giugno 2009

NOTIFICA DI ATTI - LA CASSAZIONE DICE LA SUA

 

E’ profondamente giusto che tutti conoscano i curiosi arzigogoli della nostra Corte Suprema. Questa volta tocca alla sezione tributaria con la sentenza 11620 depositata lo scorso 19 maggio 2009. Una doverosa premessa per i non addetti: la notifica è “atto dell’ufficiale giudiziario” (ma anche dell’aiutante, del trimestrale, del messo comunale, del postino e di recente, dell’avvocato autorizzato) mediante la quale si attesta la consegna “legale” di copia di un atto (o documento) al destinatario; oppure anche senza la consegna materiale, comunque si mette a conoscenza “legale” il o i destinatari, del contenuto di un atto (ad es. la notifica per pubblici proclami). E’ intuitivo che la notifica “per eccellenza” è quella effettuata nelle mani del destinatario. Se il destinatario è una persona giuridica, un ente, è altrettanto ovvio che andrà individuato il “soggetto idoneo” a riceverla. Altro principio generale è che la costituzione in giudizio, successiva alla notifica, sana eventuali vizi di cui fosse affetta la stessa notifica “in quanto l’atto ha raggiunto il suo scopo”. Fermi questi principi generali, per il processo tributario l’art.16 del d.lgs. n. 546 del 1992 testualmente dispone: le notificazioni possono essere fatte anche direttamente a mezzo del servizio postale mediante spedizione dell'atto in plico senza busta raccomandato con avviso di ricevimento ovvero all'ufficio del ministero delle finanze ed all'ente locale mediante consegna dell'atto all'impiegato addetto che ne rilascia ricevuta sulla copia.Quindi non prevede la necessità di un soggetto qualificato a fare le notifiche, ben potendole fare la parte personalmente (o il suo difensore), e prevede che “l’impiegato addetto” (o meglio che si qualifica tale…) ne rilascia una ricevuta sulla copia. La sentenza in commento dichiara inammissibile il ricorso proposto da un contribuente contro l’Agenzia delle entrate consegnato al dipendente dell’Agenzia delle entrate ma non notificato con l’ufficiale giudiziario. E questo, anche se vi è stata la successiva costituzione in giudizio dell’Agenzia delle entrate (quindi aveva avuto ben conoscenza del ricorso). A tali conclusioni, la Cassazione è giunta in quanto "il ricorso risulta consegnato dal contribuente (e non notificato) al “Front Office” dell’ufficio delle entrate di Aversa. Tale modalità di introduzione del giudizio non è sicuramente equipollente ad una notificazione (che è atto dell’ufficiale giudiziario), costituente l’unica modalità di introduzione del giudizio di Cassazione, cui – anche a prescindere dal fatto che la consegna ad un dipendente non equivale a consegna a mani proprie – comunque non si applica l’art.17 del d.lgs. n. 546 del 1992 (Cass. 3419/05), dettato esclusivamente per il giudizio dinanzi alle commissioni tributarie. Deve dunque ritenersi che la notificazione sia del tutto inesistente, con la conseguenza declaratoria di inammissibilità del ricorso, a nulla rilevando l’intervenuta costituzione in giudizio dell’agenzia". Al di là del fatto che “la consegna a mani proprie di un ente” può essere solo frutto di fantasia, il decreto legislativo di cui in discorso titola: DISPOSIZIONI SUL PROCESSO TRIBUTARIO. Senza eccezioni.

Commento tratto da Remedia Juris

http://remediaandpartners.blogspot.com/2009/05/inammissibile-il-ricorso-per-cassazione.html

14 aprile 2009

LE SPESE DI GIUDIZIO DEVONO ESSERE MOTIVATE

 

 

 

 Corte di Cassazione Civile sez.II 20/3/2009 n. 6895
La compensazione delle spese deve essere motivata

(omissis)
Svolgimento del processo
Con ricorso depositato ritualmente davanti al G.d.P. di Roma, ()  proponeva opposizione avverso il verbale di accertamento n. () con il quale gli era stato ingiunto dalla polizia municipale del Comune di Roma il pagamento di una sanzione pecuniaria per aver circolato in zona a traffico limitato senza la prescritta autorizzazione.
Deduceva l'opponente di essere in possesso di suddetta, rilasciatogli dal Comune di Roma onde accompagnare il proprio figlio (), permesso temporaneo per accedere alla zona rimasto incidentato in un sinistro ed impossibilitato a camminare autonomamente, alla scuola (), sito in ().
Depositata copia del permesso ZTL e copia istanza di rinnovo, nella contumacia del Comune, il G.d.P. con sentenza 28.03.03 accoglieva l'opposizione ed annullava il provvedimento impugnato, compensando fra le parti per motivi di equità, le spese del giudizio.
Avverso tale sentenza ricorre in Cassazione () deducendo la violazione e falsa applicazione degli artt. 91, 1° comma e 92, 2° comma c.p.c., nonché l'omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione ex art. 360 nn. 3 e 5 c.p.c. per avere il G.d.P. erroneamente compensato fra le parti le spese del giudizio senza motivare tale decisione, nonostante la totale soccombenza del Comune.
Resiste con controricorso il Comune di Roma.

Motivi della decisione
Il ricorso è fondato.
Come, infatti, hanno chiarito le S.S.U.U. di questa corte, con la pronuncia n. 20598/08, anche nel regime anteriore a quello introdotto dall'art. 2 c. 1 lett. a) della l. 28.12.2005 n. 263, il provvedimento di compensazione parziale o totale delle spese, in deroga al criterio generale della soccombenza, ed al di fuori della soccombenza reciproca, normativamente prevista, che implicitamente lo conferma, deve trovare una motivazione che consenta di individuare con chiarezza le ragioni che lo giustificano; ciò potendo avvenire non solo specificamente indicando tali ragioni, ma anche desumendole dalle argomentazioni svolte dal giudice di merito sia sotto il profilo giuridico che di fatto, le quali evidenzino quegli elementi di incertezza della lite che hanno indotto il soccombente ad intraprendere il giudizio o a resistervi.
Nella presente fattispecie, la formula del tutto generica adottata dal G.d.P. nel compensare le spese del giudizio, non risponde in alcun modo a rendere conto delle ragioni giustificatrici della decisione, a fronte della totale soccombenza del Comune di Roma.
La sentenza impugnata va, pertanto, cassata con rinvio, anche per la liquidazione delle spese del presente giudizio, ad altro G.d.P. di Roma.

Per questi motivi
La corte accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per la liquidazione delle spese del presente giudizio, ad altro G.d.P. di Roma.
(omissis)

14 aprile 2009

LA MANCANZA DELL'AVVISO DI RICEVIMENTO INFICIA LA NOTIFICA

 

  Corte di Cassazione Civile sez.II 26/2/2009 n. 4697
La mancata produzione dell'avviso di ricevimento comporta l'inesistenza della notifica

 (omissis)
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Con sentenza in data 9/28.11.2002, il Giudice di pace di Civitavecchia aveva accolto l'opposizione spiegata da (), avverso cartella esattoriale notificatagli a seguito di infrazione al Codice della strada; avverso tale decisione aveva proposto ricorso per cassazione il Comune di (), sulla base di un solo motivo.
All'udienza del 24.1.2007, questa Corte, rilevato che l'intimato non aveva svolta attività difensiva e che non era stato prodotto l'avviso di ricevimento relativo alla notifica del ricorso a mezzo posta, aveva rinviato a nuovo ruolo in attesa delle decisioni che le SS.UU., già investite della questione, avrebbero assunto circa la qualificazione della natura del vizio che da tanto consegue.

 

 MOTIVI DELLA DECISIONE
Aderendo all'avviso giurisprudenziale (v. Cass. 18.7.2002, n 11257; 10.3.2004, n. 4900 ed altre) secondo cui, nel caso di notifica a mezzo del servizio postale, la mancata produzione dell'avviso di ricevimento comporta l'inesistenza della notifica e non la mera nullità della stessa, con conseguente impossibilità di rinnovare la notifica stessa, recentissimamente riaffermato dalle Sezioni unite di questa Corte, che hanno così composto il contrasto verificatosi sul punto, deve argomentarsi nel senso che la mancata produzione dell'avviso di ricevimento, verificatasi nel caso di specie, come già rilevato in narrativa, comporta l'inammissibilità del ricorso, stante l'inesistenza della notifica del ricorso stesso conseguita alla mancata produzione dell'avviso medesimo, non potendosi accertare l'effettiva e valida costituzione del contraddittorio, segnatamente nel caso in cui l'intimato, come nella fattispecie processuale che ne occupa, non abbia spiegato attività difensiva.
La convinta adesione a tale avviso giurisprudenziale, chiaramente derivante da una corretta applicazione del sistema, segnatamente in assenza di qualsivoglia richiesta sul punto da parte del comune ricorrente, che non ha chiesto termine nè per ottenere una certificazione sostitutiva, relativa all'effettiva consegna del plico da parte dell'Amministrazione postale al notificando, nè per produrre il duplicato dell'avviso di ricevimento, comporta la declaratoria di inammissibilità del ricorso.
Non v'ha luogo a provvedere sulle spese.

 

P.Q.M.
La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

30 marzo 2009

FIRMA DIGITALE

 Con il recepimento della Direttiva europea sulle firme elettroniche 1999/93/CE le cose sono cambiate. Difatti, già il primo provvedimento legislativo, il DLGS 23 gennaio 2002, n.10, modificando l’articolo 10 (L) “ Forma ed efficacia del documento informatico” del DPR 28 dicembre 2000, n.445 – dove era confluito il DPR 10 novembre 1997, n.513 – modificava, rafforzandolo, il valore giuridico di una sottoscrizione effettuata con firma digitale. Detto articolo, al comma 3, prescrive che “ Il documento informatico, quando è sottoscritto con firma digitale o con un altro tipo di firma elettronica avanzata, e la firma è basata su di un certificato qualificato ed è generata mediante un dispositivo per la creazione di una firma sicura, fa inoltre piena prova, fino a querela di falso, della provenienza delle dichiarazioni da chi l’ha sottoscritto

Quindi, alla sottoscrizione con firma digitale “forte” (quella che possiede le seguenti caratteristiche: 1- è unafirma elettronica avanzata, 2- è basata su un certificato qualificato, 3- è generata per mezzo di undispositivo sicuro per la generazione delle firme) viene data la medesima validità giuridica di una firma autografa autenticata da un pubblico ufficiale.

A tutte le altre possibili tipologie di firme elettroniche, cioè quelle cui mancano uno o più delle tre caratteristiche indicate nel periodo precedente, viene esplicitamente conferito valore probatorio.

In un procedimento legale tali firme elettroniche dovranno essere di volta in volta analizzate dal giudice (che si avvarrà certamente di un perito) che deciderà se ammetterle quali prove in giudizio.

Questa previsione, che è stata resa esplicita per recepire senza dubbio alcuno quanto prescritto dalla Direttiva europea, era già presente nel nostro codice civile in quanto, lo stesso, prevede che nessuna prova in giudizio possa essere ricusata a priori.

 

 

15 marzo 2009

L'AMMINISTRATORE DEL CONDOMINIO

 

Ho vissuto sempre in una casa ove i problemi del condominio venivano superati dall’esiguo numero degli appartamenti e la gestione era finalizzata esclusivamente al pagamento della luce delle scale ed alla pulizia delle stesse. Da qualche anno ho deciso di andare a vivere in campagna , sennonché, il problema che non avevo mai vissuto prima, è sorto proprio ove credevo non esistesse. La nomina di un amministratore esterno cui affidare la gestione della strada privata di proprietà dei titolari dei lotti di terreno, per finalizzare alcune opere e gestirne l’ordine. Quello che pensavo non avrei mai dovuto affrontare nell’andare a vivere in campagna diventava così la problematica principale. Eccoci arrivati alla nomina del terzo amministratore, tutti sfiancati dalle controversie interne dei proprietari dei lotti ma ligi a presentare e ricevere la nota spese della gestione dell’amministrazione. L’ultimo amministratore ha creato delle difficoltà nel rilasciare la documentazione all’amministratore subentrante.

Ecco alcune regole che possono interessare:

“L’amministratore , in virtù del suo mandato, è tenuto a conservare e consegnare, in caso di sua revoca, tutti i verbali delle assemblee e tutte le ricevute di pagamento effettuate dai condomini, regolamento, elenco dei condomini e tutte le carte inerenti. Lo smarrimento di questi documenti deve essere tempestivamente denunciato dall’amministratore e può comunque portare ad un contenzioso per il risarcimento del danno subito dal condominio”.

Leggermente diversa e se trattiamo la documentazione contabile, riguardante i rapporti con i terzi fornitori (es.: pulizia scale, elettricista, enti erogatori servizi di luce, gas, ecc.). In questi casi gli obblighi dell’amministratore sono limitati al tempo di prescrizione dei rapporti giuridici sottostanti. Maturata la prescrizione del diritto sotteso, che a seconda dei casi varia da cinque anni a dieci anni, l’amministratore in carica non ha più alcun obbligo giuridico di conservare i relativi documenti.

A tal proposito enumeriamo due ipotesi raffigurabili:

 

a) la mancata consegna della documentazione nel passaggio di gestione da un amministratore ad un altro;

b) la richiesta di prendere visione delle carte da parte del condominio.

 

Nel primo caso, fatta salva la possibilita' di chiedere un risarcimento laddove vi sia danno, il condominio nella persona dell'amministratore subentrante puo' chiedere, con un'azione giudiziaria, la restituzione della documentazione mancante e non consegnata dall'amministratore uscente.
Per cio' che concerne il secondo caso, e' utile sottolineare che il condomino ha sempre diritto a prendere visione della documentazione condominiale. A seconda delle circostanze, pero', variano tempi modi ed effetti. Cosi' se il condomino vuole visionare le carte prima di un'assemblea per informarsi della situazione e l'amministratore glielo impedisce, la delibera e' da considerarsi annullabile (cosi' Cass. n. 12650 del 2008). La ragione sta nel fatto che si considera leso il diritto alla corretta informazione e formazione del consenso. A parte il periodo che precede l'assemblea, il condomino ha sempre diritto di prendere visione ed estrarre la documentazione condominiale. La sentenza n.15159 del 2001 della Corte di Cassazione dice, infatti, che ogni condomino ha diritto ad avere accesso e ad estrarre copia della contabilita' condominiale. Tuttavia a proprie spese e senza creare intralcio all'attivita' dell'amministratore.

 

10 marzo 2009

INPDAP - TRATTENERE DENARO INDEBITAMENTE PERCEPITO - RICORSO

Succede a volte che, in buona fede, si percepiscano somme di denaro non dovute e, solo successivamente, l'ente creditore  richiede indietro quanto versato, con trattenute mensili. A tal proposito giova ricordare che i ricorsi presso la Corte dei Conti non necessitano di patrocinio legale. Si allega pertanto un modello esemplificativo per resistere all'azione di chi una volta commesso l'errore cerca di ricorrere ai ripari a danno del pensionato.
 

CORTE DEI CONTI

SEZIONE GIURISDIZIONALE PER LA SARDEGNA

 

Ricorso avverso il decreto di recupero di indebito pensionistico.

per

Il Sig.____________, nato in Italia a _________________ il 25 a ________________res. a______________ via _______________________________, C.F. ___________________;

Ricorrente

Contro

Direzione provinciale INPDAP, via Sardegna nr. 25, 07100 Sassari;

Resistente

******

OGGETTO:- decreto di recupero di indebito pensionistico di euro _______, Prot.llo nr.

datato _____________________, della Sede Provinciale di Sassari dell’INPDAP;

Fatto

In data ___________, il ricorrente è stato collocato in congedo assoluto per infermità con il grado di ____________ e diritto a pensione identificata nella posizione nr. ______;

Per ben 4 anni e 5 mesi gli è stato corrisposto un trattamento di quiescenza provvisorio;

In data _______________ la sede INPDAP resistente, emetteva dispositivo di recupero indebito pensionistico di euro 7.000 per somme indebitamente percepite a causa di una corresponsione NON OCCULATA da parte dell’ente deputato al calcolo e alla corresponsione all’avente diritto;

In data _____________ l’odierno ricorrente a mezzo A/R costituiva in mora l’amministrazione resistente diffidandola a sospendere il provvedimento adottato nei confronti della sua posizione pensionistica;

In data _________, l’amministrazione resistente rispondeva con missiva all’odierno ricorrente che il recupero sarebbe stato confermato, giustificando la decisione che se pur esistendo giurisprudenza in materia ad avallo della richiesta formulata dall’odierno ricorrente, le sentenze non erano applicabili “Erga Omnes”

Diritto

Pertanto si contesta l’irripetibilità dell’indebito pensionistico;

Chiede che

l`Ill.ma Corte dei Conti adita, voglia accogliere le seguenti:

Conclusioni

contrariis rejectis,

immediata sospensiva dell’addebito

restituzione delle somme indebitamente trattenute

rivalutazione e interessi di legge su quanto arbitrariamente trattenuto

Si allegano i seguenti documenti in copia fotostatica:

Copia del provvedimento emesso dall’INPDAP sede di Sassari;

Copia della messa in mora da parte del ricorrente;

Copia della risposta alla messa in mora.

Sassari, lì _______________

            In fede

 

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