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10 ottobre 2014

MEDICO DEL LAVORO - LE VISITE SONO EQUIPARATE ALL'ORARIO DI LAVORO

Fonte: Ministero del Lavoro – Interpello 18/2014

Prot. 37/0016610/MA007.A001
Riportiamo un interessante chiarimento circa l'assolvimento dell'obbligo delle visite mediche previste dal DL 81/2008 in merito all'accertamento e al rinnovo dell'idoneità fisica al lavoro.
La questione avanzata riguarda se queste visite debbano essere effettuate durante l'orario di lavoro o se il datore di lavoro possa disporre l'organizzazione delle stesse anche in intervalli temporali al di fuori di quello di servizio.

Il Ministero del Lavoro ha fornito la propria interpretazione anche sulla base di quanto riportato dallo stesso Testo Normativo in materia di Salute e Sicurezza che chiaramente dispone che l'assolvimento dell'obbligo non debba comportare oneri finanziari accessori per il lavoratore.
Per questo motivo si intende che l'assolvimento dell'obbligo a carico del datore di lavoro debba preferibilmente essere assolto durante l'orario di lavoro, alternativamente il lavoratore potrà considerarsi comunque in servizio durante lo svolgimento di detto controllo.


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21 settembre 2013

CHI OBBLIGA IL PROPRIO DIPENDENTE A PARTECIPARE AD UNA RIUNIONE COMMETTE IL REATO DI VIOLENZA PRIVATA

TRATTO DAL SITO WWW.ADODS.ORG NEL SEGUENTE LINK

:http://www.adods.org/4/post/2013/09/si-ravvisa-la-violenza-privata-quando-si-costringe-il-dipendente-a-presenziare-alla-riunione.html


La Corte di Cassazione, con sentenza n. 32463 del 6 settembre 2013, conferma la condanna inflitta ad un dirigente di un Comune che obbliga la propria dipendente a non lasciare la riunione ed a concludere il discorso iniziato. Nella fattispecie la dipendente del Comune stava abbandonando la riunione a causa delle tensione sorte in seno ad essa, ma fu seguita è costretta dal dirigente a continuare. Il Dirigente è stato condannato per violenza privata.


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13 dicembre 2012

LAVORARE IN MALATTIA - LICENZIAMENTO LEGITTIMO - STRAORDINARI MATURATI DA CAPO REPARTO E NON LIQUIDATI - NON SPETTANO


Esaustiva la sentenza della Corte di Cassazione 29 novembre 2012, n. 21253 che delinea i confini dell'attività lavorativa straordinaria e l'illegittimità del lavoro presso altra attività durante il periodo di malattia.

A volte bisognerebbe ponderare attentamente l'utilizzo troppo spesso forzato dello straordinario e la capacità di svolgere  altre mansioni durante il periodo di malattia.


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10 dicembre 2012

RIPOSO NON GODUTO E NON REMUNERATO - RISARCIMENTO DANNO PISCO- FISICO - LEGITTIMITA' - PRESCRIZIONE DECENNALE.


Il Consiglio di Stato n. 6161/2012, sez. V del 3/12/2012 ritiene che il riposo non fruito e non remunerato, causa di danno psico-fisico, debba essere oggetto di giusto risarcimento. La prescrizione per l'azione risarcitoria si prescrive dopo dieci anni.


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25 novembre 2012

VA RICONOSCIUTO IL LIVELLO SUPERIORE ANCHE AL LAVORATORE PROMISCUO

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 18149 del 23 ottobre 2012, non esclude la prevalenza delle mansioni superiori al fine del riconoscimento del livello superiore, che deve essere comunque riconosciuto indipendente dalla prevalenza delle corrispondenti mansioni.
Il dato letterale di tale norma non esclude il superiore inquadramento sulla necessità della prevalenza delle mansioni superiori nel caso della promiscuità delle mansioni stesse.


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20 settembre 2012

LAVORO - BUSTA PAGA - ESTORSIONE

La sentenza della Corte di Cassazione n. 31535 del 3 agosto 2012 ritiene configurabile il reato di estorsione ex art. 629 del c.p. da parte del datore di lavoro che costringa il lavoratore , con la minaccia del licenziamento, ad accettare la corresponsione del trattamento retributivo inferiore a quello previsto.


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11 giugno 2012

ASSENZE DAL LAVORO PER CAUSE DI FORZA MAGGIORE

Può essere interessante l’interpellanza posta al Ministero del Lavoro, riguardo alle assenze dei pubblici dipendenti causate da eventi straordinari, quali il notevole flusso di neve caduta, tale da impedire il raggiungimento del luogo di lavoro. Il Ministero, con risposta n. 15 del 7giugno 2012 ,  ha  differenziato il  settore pubblico da quello  privato, specificando che:

a) nel settore pubblico , ha ritenuto che la mancanza della presenza del dipendete a causa dei motivi summenzionati, possa essere ascrivibile ad ipotesi non imputabili al lavoratore, per impossibilità sopravvenuta. Nella fattispecie, tale situazione dovrebbe essere paragonata al cosiddetto factum principis, considerato quale provvedimento d’autorità di chiusura degli uffici pubblici a causa della neve.

B) nel settore privato, il Ministero ha ritenuto, invece, il provvedimento paragonabile  al divieto della circolazione dei mezzi privati sprovvisti delle apposite catene, che non costituisce impedimento di carattere assoluto dell’effettuazione della prestazione lavorativa.

Le due fattispecie prese in esame, liberano in sostanza  il lavoratore da eventuali responsabilità disciplinari,  ed il datore di lavoro, nel caso di cui al capo B), di corrispondere la diaria giornaliera dello stipendio, atteso che comunque il lavoratore del settore privato può fruire dei giorni di permesso retribuito, fermo restando le disposizioni del Contratto Collettivo Nazionale. Nel primo caso, cui al capo A), invece, deve considerarsi un assenza giustificata retribuibile.

 

 

 


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7 giugno 2012

OBBLIGO DELLA PARTE DATORIALE DI RISARCIRE IL DIPENDENTE CHE ACQUISTA LA DIVISA DI LAVORO


La Corte di Cassazione con sentenza n .8531 del 29 maggio 2012 ha sancito l’obbligo da parte del datore di lavoro di risarcire il dipendente che acquista a proprie spese la divisa di lavoro, qualora essa non venisse fornita,  in contrasto con le obbligazioni derivanti dagli accordi sindacali.               


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25 maggio 2012

LAVORO - DENIGRAZIONI E VESSAZIONI - VIOLENZA PRIVATA

I comportamenti denigratori e vessatori di un superiore sul luogo di lavoro, nei confronti dei dipendenti, integrano il reato di “violenza privata”Corte di Cassazione Penale n. 12517/2012, sez. VI del 3/4/2012


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20 aprile 2011

LAVORO - SUPERAMENTO DEL PERIODO DI COMPORTO - LICENZIAMENTO - NON SUSSISTE

MALATTIA DERIVANTE DA CAUSE INERENTI IL LAVORO - SUPERAMENTO DEL PERIODO DI COMPORTO - LICENZIAMENTO - NON SUSSISTE.        

La Corte di Cassazione ha stabilito, nella sentenza numero 7946 del 7 aprile scorso, come deve essere regolato il licenziamento. Il lavoratore non può essere oggetto di licenziamento da parte del datore di lavoro qualora la sua malattia sia derivante da causa inerente il lavoro.

Da considerarsi, nella fattispecie, i casi di malattia derivanti dall'ambiente nel quale si svolge la mansione lavorativa, durante la quale si abbia superato il periodo di comporto (periodo nel quale il lavoratore risulta assente per "fatti inerenti la sua persona", quale malattia, gravidanza, infortunio..etc).

La sentenza della Corte di Cassazione, quindi, motiva l'impossibilità del licenziamento in quanto l'eventuale malattia del lavoratore è da additare, qualora sia causata sul posto di lavoro, dalla non ottemperanza dell'obbligo di sicurezza (ex articolo 2087 del Codice Civile), da parte dello stesso datore di lavoro. Il periodo di "comporto", quindi, può essere tranquillamente superato dal lavoratore in questi casi senza correre il rischio di vedersi licenziati senza alcuna motivazione.

La sentenza rinnova la tutela dei lavoratori e intende, inoltre, lanciare un monito ai datori  affinchè la sicurezza sul lavoro, oltre ad essere un obbligo di legge, rappresenti anche una forma di "tutela" per la stessa azienda.


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10 dicembre 2010

RECESSO DEL DATORE DI LAVORO DAL CONTRATTO

Cassazione Civile, Sezione Lavoro, Sentenza n. 23926 del 25/11/2010

"l’impossibilità della prestazione lavorativa quale giustificato motivo oggettivo di recesso del datore di lavoro dal contratto di lavoro subordinato (art. 1 e 3 1. n. 604 del 1966 e art. 1463 e 1464 c.c.) non è ravvisabile per effetto della sola ineseguibilità dell’attività attualmente svolta dal prestatore di lavoro, perché può essere esclusa dalla possibilità di adibire il lavoratore ad una diversa attività, che sia riconducibile – alla stregua di un’interpretazione del contratto secondo buona fede – alle mansioni attualmente assegnate o a quelle equivalenti (art. 2 103 c.c.) o, se ciò è impossibile, a mansioni anche inferiori, purché tale diversa attività sia utilizzabile nell’impresa, secondo l’assetto organizzativo insindacabilmente stabilito dall’imprenditore (Cass. sez. un., 7/08/1998, n. 7755, e le successive decisioni conformi). "


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10 luglio 2009

INAIL - DIFFIDA

La diffida ex art. 16 TU 1124/1965 ed i ricorsi in materia di obbligo assicurativo Inail
(Inail, Nota 24.6.2009 n. 6704 - Dott.ssa Silvana Toriello)

Prima della richiesta dei premi nei casi di accertata violazione delle disposizioni ex art. 12 TU 1124/1965 va spedita diffida al datore di lavoro.  Il Ministero del lavoro con  la nota del 7 aprile 2009 ha comunicato, alle proprie DPL, di non considerare ammissibiligravami in materia di obbligo assicurativo Inail prodotti verso atti diversi dalla diffida ( certificati di assicurazione o di variazione).   
L'INAIL, con la nota n. 6704 del 24 giugno 2009, ha reso noto che è stato concordato un periodo di transizione di 6 mesi, durante il quale le DPL continueranno a pronunciarsi sui ricorsi amministrativi proposti ai sensi dell'art. 16 del TU n. 1124/65 anche in presenza di atti che rivestono una forma diversa dalla diffida, se riferiti a controversie circa la sussistenza dell'obbligo assicurativo, compresi, quindi, i certificati di variazione emessi da una sede Inail. Nel contempo, l'Istituto si attiverà per adeguare al disposto normativo le procedure informatiche realizzando , peraltro, d'intesa con lo stesso Ministero del Lavoro, una interoperabilità per via informatica con le DPL, secondo modalità che verranno individuate in seguito .

8 luglio 2009

ASSENZE PER MALATTIA

 

Articolo 17, DL 1/7/2009 n. 78 - Assenze per malattia: si torna alle vecchie fasce orarie di reperibilità e la spesa per la visita fiscale non ricade sull'ente locale
 
ASSENZE PER MALATTIA
         Il comma 5 dell’art. 71 L. 133/08 è abrogato, e gli effetti di tale abrogazione decorrono dall’entrata in vigore del presente Decreto Legge.

         Il comma 5 citato prevedeva la non fruizione delle somme stanziate per la contrattazione integrativa in caso di assenza per malattia del dipendente, con conseguente diminuzione dell’introito netto annuo. Tale abrogazione significa che l’assenza per malattia non inciderà negativamente sulla distribuzione del salario accessorio.   Ciò è in linea con la Riforma dell’Amministrazione che il Governo sta attuando attraverso la L. 15/09 e il collegato Decreto legislativo di attuazione della stessa, che basa la distribuzione dei fondi destinati alla contrattazione integrativa sui risultati ottenuti dal personale e sulla sua produttività.

         Il Decreto Legge abroga poi, anche il secondo periodo del comma 3 dell’art. 72 L. 133/08 che fissava le fasce orarie di reperibilità per le visite di controllo dalle 8.00 alle 13.00 e dalle ore 14 alle ore 20.00, che davano luogo a qualcosa di simile ad un arresto domiciliare dei lavoratori. Il diverso trattamento riservato ai lavori pubblici rispetto ai lavoratori privati, del tutto ingiustificato sotto ogni profilo, di merito e di diritto, viene finalmente meno dopo un anno di pressioni. Le fasce di reperibilità pertanto tornano ad essere –dalla data di entrata in vigore del Decreto Legge- quelle precedenti, vale a dire dalle 10:00 alle 12:00 e dalle 17:00 alle 19:00.
         Per ciò che riguarda i carichi onerosi derivati dall’effettuazione dei controlli sulle assenze per malattia, essi spettano al Servizio sanitario nazionale. Il Decreto Legge infatti chiarisce che il Servizio Sanitario Nazionale non può pretendere il pagamento delle visite di controllo alle Amministrazioni richiedenti, poiché tale attività è un suo specifico compito istituzionale. Si pone fine così al braccio di ferro che spesso ha opposto il Servizio Sanitario Nazionale alle diverse Amministrazioni.
 

5 giugno 2009

TRASFERIMENTO PER INCOMPATIBILITA' AMBIENTALE

Consiglio di Stato sez.VI 17/3/2009 n. 1577
Trasferimento per incompatibilità ambientale

È necessaria la comunicazione d'avvio del procedimento ex art. 7, L. 241/1990, per adottare un provvedimento di trasferimento per incompatibilità ambientale di un pubblico dipendente. La P.A. deve tener conto, nel disporre il trasferimento, anche della situazione familiare del dipendente, e deve motivare le ragioni per le quali individui una determinata sede anziché altre, in ipotesi, meno disagevoli per l'interessato.

FATTO

Con il ricorso introduttivo del giudizio era stato chiesto dall’odierno appellato  l’annullamento  dell’ordine di servizio n.341 del 15 maggio 1996, prot. n.6461, adottato dal Dirigente dell’Ufficio Provinciale del Lavoro e della Massima Occupazione di Arezzo – Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale – con cui era stato disposto il trasferimento del dipendente medesimo dalla S.c.i.c.a. di Camucia n.40 alla S.c.i.c.a. n.15 di Arezzo con decorrenza 3 giugno 1996 – nonché del d.m.96/0179 prot.n.4528, del Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale di reiezione del ricorso gerarchico presentato dal Pietrantuono contro il sopraccitato ordine di servizio n.341 del 15 maggio 1996 prot.6461.
Erano state dedotte a sostegno del gravame, le censure di eccesso di potere per illogicità dell’atto, sviamento di potere, erroneità dei presupposti, difetto di motivazione, contraddittorietà tra atti, violazione di legge, violazione di norma regolamentare (art.40 D.P.R. n.266/87), vizi afferenti alla motivazione (art.3 legge n.241/90), violazione del giusto procedimento (artt.7 e segg. legge n.241/90).
I primi Giudici hanno in primo luogo respinto l’eccezione di irricevibilità del ricorso sollevata dall’Avvocatura dello Stato atteso che la decisione del ricorso gerarchico era  stata notificata all’appellato  in data 23 ottobre 1996 ed il ricorso introduttivo del giudizio di primo grado era stato notificato in data 23 dicembre 1996: tenuto conto che il 22 dicembre 1996 era festivo, il ricorso risultava essere stato tempestivamente proposto.
Il Tar ha poi accolto il gravame, - con assorbimento degli ulteriori motivi di doglianza- ritenendo essere stato scorrettamente ed immotivatamente omesso l’inoltro dell’avviso dell’avvio del procedimento, il che viziava la statuizione finale posto che si era nella impossibilità di determinare, in sede di legittimità quale sarebbe stato l’apporto collaborativo dell’odierno appellante ove ritualmente avvisato.
Avverso la sentenza in epigrafe l’amministrazione ha proposto un articolato appello.
Ha richiamato in punto di fatto gli elementi sottesi alla determinazione dell’amministrazione, evidenziando che il provvedimento di trasferimento si era reso necessario a cagione delle assenze e delle numerose infrazioni disciplinari commesse dall’appellato (specificamente sanzionate nell’ambito di distinti procedimenti) e del conseguente stato di tensione, ricadente sull’intero ambiente lavorativo.
Ha evidenziato la condivisibilità dell’orientamento giurisprudenziale (opposto a quello seguito dai primi Giudici) secondo il quale  tale fattispecie di provvedimenti non era necessario che fosse preceduta dall’incombente di cui all’art. 7 della legge n. 241/1990; ha rammentato la portata della novella legislativa di cui all’art. 21octies della legge n. 241/1990, ed ha infine fatto presente la situazione di obiettiva urgenza che rendeva indifferibile un tempestivo intervento a tutela della serenità delle condizioni di lavoro.     
La sentenza appellata, in quanto errata, meritava, conclusivamente, di essere annullata.

DIRITTO

La sentenza deve essere confermata previa declaratoria di infondatezza dell’appello.
Non v’è contestazione alcuna in ordine agli aspetti fattuali e cronologici sottesi alla causa, né in ordine alle disposizioni applicabili alla fattispecie, il che esonera il Collegio dal rivisitare tali aspetti.
Come è noto, in subiecta materia, si sono fronteggiati nel tempo due distinti orientamenti giurisprudenziali.
Secondo il più risalente -  che coincide con le prospettazioni poste a fondamento dell’appello della difesa erariale – “viene meno la necessità della comunicazione di avvio di procedimento allorquando venga in contestazione un trasferimento per incompatibilità ambientale, non sussistendo la possibilità, nè sul piano della logica nè sotto il profilo di esigenze garantistiche, di un coinvolgimento dell'interessato, ai sensi dell'art. 7 l. n. 241 del 1990, nella determinazione che l'amministrazione deve assumere, atteso che in tale situazione le circostanze oggettive, pure riferibili al funzionario interessato, prescindono da ipotesi di responsabilità delle quali il medesimo debba essere ammesso a discolparsi, o che possa contribuire a rimuovere con la partecipazione al procedimento.” (Consiglio Stato , sez. IV, 28 maggio 2003, n. 2970).
Una contrapposta ricostruzione ermeneutica, invece – costantemente seguita dalla Sezione – ha affermato che “è necessaria, ai sensi dell'art. 7 l. 7 agosto 1990 n. 241, la comunicazione di avvio del procedimento volto all'adozione di un provvedimento di trasferimento per incompatibilità ambientale di un pubblico dipendente.” (Consiglio Stato, sez. VI, 30 dicembre 2005, n. 7579).
Tale orientamento appare al Collegio maggiormente garantistico con riferimento alla posizione del dipendente – attinto comunque da una misura che, ancorchè distinta dal procedimento sanzionatorio disciplinare, possiede comunque caratteristiche invasive ed afflittive -; rispettoso del fine deflattivo del contenzioso sotteso alla disposizione normativa di cui all’art. 7 della legge n. 241/1990; coerente con l’esigenza che il destinatario del procedimento, anche a meri fini collaborativi, metta a parte l’amministrazione di ogni utile elemento connesso ai fatti che questa si trova  a dovere valutare.
Con riferimento ai provvedimenti del genere di quello oggetto dell’odierna impugnazione – è opportuno rammentare- se ne è tradizionalmente affermata la assenza di connotazione disciplinare, essendosi condivisibilmente affermato che “il trasferimento per incompatibilità ambientale consegue ad una valutazione ampiamente discrezionale dei fatti che possono sconsigliare la permanenza in una determinata sede, senza per ciò assumere carattere sanzionatorio, sì che la sua adozione non presuppone né una valutazione comparativa dell'amministrazione in ordine alle esigenze organizzative dei propri uffici né l'espressa menzione dei criteri in base ai quali vengono determinati i limiti geografici dell' incompatibilità ai fini dell'individuazione della sede più opportuna, né può essere condizionata dalle situazioni personali e familiari del dipendente, che ovviamente recedono di fronte all'interesse pubblico alla tutela del buon funzionamento degli uffici e del prestigio dell'amministrazione stessa.”. (Consiglio Stato, sez. IV, 10 luglio 2007, n. 3892).
E’ peraltro jus receptum quello secondo il quale “l'amministrazione deve tener conto, nel disporre il trasferimento, anche della situazione di famiglia del dipendente, onde essa non può esimersi dall'obbligo di una puntuale motivazione circa le ragioni per le quali individui una determinata sede anziché altre, in ipotesi, meno disagevoli per l'interessato.” (Consiglio Stato, sez. VI, 06 settembre 2005, n. 4531, ma anche Consiglio Stato, sez. IV, 27 febbraio 1996, n. 187).
L’avviso dell’avvio del procedimento consente (tra l’altro) la tempestiva emersione di tali esigenze ed è stato immotivatamente omesso.
Di converso, nessuna esigenza di celerità od urgenza emerge dagli atti e/o è stata documentata dall’amministrazione appellante, che ad essa ha fatto generico riferimento nel ricorso in appello con affermazione sostanzialmente “integrativa” della statuizione impugnata, non suscettibile di positiva valutazione.
Anche sotto tale profilo, pertanto, il gravame non merita accoglimento; il complessivo percorso argomentativo dei primi Giudici resiste alle censure articolate nell’appello ed appare, pertanto, esatta e meritevole di conferma la  appellata decisione.
Sussistono nondimeno giusti motivi per compensare le spese processuali sostenute dalle parti.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale Sezione sesta, definitivamente pronunciando sul ricorso in appello in epigrafe lo respinge e per l’effetto conferma l’appellata sentenza.
Spese compensate.
Ordina che la presente decisione sia eseguita dall'Autorità amministrativa.

10 aprile 2009

ESONERO DAL LAVORO NOTTURNO PER CHI HA PARENTI DISABILI

 

 

 

 

 

 Interpello Ministero del lavoro, salute e politiche sociali 6/2/2009 n. 4 prot.25/I/0001710
art. 9, D.Lgs. n. 124/2004 - art. 11, comma 2 lett. c), D.Lgs. n. 66/2003 lavoro notturno - soggetti che hanno "a proprio carico" un soggetto disabile ai sensi della L. n. 104/1992

 

La Confindustria ha avanzato istanza di interpello per conoscere il parere di questa Direzione in merito alla corretta interpretazione dell’art. 11, comma 2 lett. c), del D.Lgs. n. 66/2003, secondo il quale non sono obbligati a prestare lavoro notturno, fra l’atro, “la lavoratrice o il lavoratore che abbia a proprio carico un soggetto disabile ai sensi della legge 5 febbraio 1992, n. 104, e successive modificazioni”. In particolare si chiede un chiarimento sull’esatto significato da attribuire all’espressione “a proprio carico” di cui alla norma citata, posto che non risultano significativi precedenti giurisprudenziali in materia né specifiche indicazioni interpretative da parte di questo Ministero.
 

Al riguardo, acquisito il parere della Direzione generale della Tutela della Condizioni di Lavoro, della Direzione generale per le Politiche Previdenziali e dell’INPS, si rappresenta quanto segue.
 
La normativa di cui alla L. n. 104/1992 è volta, in particolare attraverso la fruizione dei permessi di cui all’art. 33, ad agevolare la cura del soggetto che si trovi in stato di disabilità ai sensi della stessa Legge e la disposizione in oggetto, seppur contenuta nel diverso contesto D.Lgs. n. 66/2003, va interpretata secondo la medesima ratio.
 
Più in particolare i benefici in questione, ivi compresi quelli concernenti l’astensione dal lavoro notturno, vanno collegati ad una effettiva assistenza da parte della lavoratrice e del lavoratore al soggetto disabile.
 
Da ciò deriva dunque la necessità di verificare se, al di là di ogni interpretazione letterale della disposizione normativa e, nello specifico, della locuzione “a proprio carico”, sussista tale effettività della assistenza prestata al disabile, disamina che non può prescindere dai più recenti chiarimenti giurisprudenziali ben sintetizzati dall’INPS con circ. n. 90/2007.
 
Ciò premesso, si ritiene che l’individuazione del soggetto ammesso al beneficio di cui all’art. 11, comma 2 lett. c), del D.Lgs. n. 66/2003 vada ancorata ai già noti criteri della “sistematicità ed adeguatezza” e, quindi, solo il soggetto che risulti già godere dei benefici della L. n. 104/1992 – o possederne i requisiti per goderne – secondo gli attuali criteri normativi e giurisprudenziali richiamati potrà richiedere l’esonero dalla prestazione dal lavoro notturno.
 

23 febbraio 2009

STRAORDINARIO E TRATTAMENTO DI FINE RAPPORTO

 

 

 

Nel calcolo del trattamento di fine rapporto il lavoro straordinario prestato dal lavoratore, può essere conteggiato solamente a condizione che abbia un carattere continuativo e non occasionale.

I giudici della Suprema Corte sono nuovamente intervenuti sull’argomento del calcolo di quegli emolumenti che devono entrare a dar parte del calcolo per il trattamento di fine rapporto. Nella sentenza 8293 del 2007, hanno, infatti, stabilito che nella ipotesi di lavoro straordinario, lo stesso debba essere conteggiato nel calcolo a patto che abbia un carattere non occasionale.

La dottrina è intervenuta sul significato da attribuire alla espressione “titolo non occasionale”, e sul tema si sono formati due indirizzi:

  • il primo orientamento dà della norma codicistica (articolo 2120 c.c.) una lettura in termini quantitativi, sostenendo che debbano essere considerati non occasionali, tutti quegli emolumenti dotati del requisito della reiterabilità;

  • il secondo orientamento, di contro, ha preferito far leva piuttosto sulla qualità dell’emolumento corrisposto, dando, in tal modo, rilevanza al titolo della erogazione; secondo tale tesi, la “non occasionalità” configura una qualità estrinseca della somma corrisposta dal datore di lavoro, a prescindere dalla cadenza stessa della corresponsione, escludendo dal calcolo del TFR quanto derivi al prestatore di lavoro per ragioni rispetto alle quali il rapporto di lavoro si presenti come mera e semplice occasione.

La giurisprudenza (cfr. cass. 5 giugno 2000 n. 7488; Cass. 7 marzo 1990 n. 1796) ha aderito a tale secondo orientamento, stabilendo che la retribuzione (accolta dall’articolo 2120 II comma) prescinde dalla ripetitività, regolare e continua, e dalla frequenza delle prestazioni e dei relativi compensi, che vanno esclusi dal calcolo del TFR, in quanto sporadici ed occasionali.

In giurisprudenza è uniforme l’orientamento secondo cui il compenso per lavoro straordinario prestato non occasionalmente debba essere computato nel trattamento di fine rapporto (Cfr. Cass. 21 novembre 1998 n. 11815; Cass. 22 gennaio 1998 n. 596; Cass. 15 dicembre 1990 n. 11945; Trib. Milano, 16 dicembre 1994).

Arrivando alla questione concernente la sentenza in oggetto, il tutto nasceva dal fatto che un lavoratore era ricorso al giudice del lavoro per farsi riconoscere le differenze retributive dovute a titolo di rideterminazione del TFR come conseguenza della computabilità del compenso per lavoro straordinario; il giudice di primo grado condannava l’azienda al pagamento in favore del lavoratore; la sentenza veniva impugnata dall’azienda e veniva riformata dalla Corte di Appello, la quale respingeva al domanda del prestatore di lavoro condannandolo, altresì, anche alla refusione delle spese, sulla base che nella specie fosse maturata la prescrizione eccepita dalla azienda stessa, in quanto il TFR sorge al momento della cessazione del rapporto di lavoro (e da tale momento decorre il termine prescrizionale), mentre non può attribuirsi alcun rilievo alla comunicazione degli accantonamenti nel corso del rapporto.

La questione veniva sottoposta alla attenzione della Suprema Corte; i giudici di legittimità stabilirono a tal riguardo che il lavoro straordinario si conteggia nel calcolo per il TFR, a patto e condizione che rivesta un carattere continuativo e non occasionale; e in ogni caso tali ore di lavoro prestate come straordinario non devono risultare nei periodi di paga considerati in maniera occasionale o transitoria.


TRATTTO DA ALTALEX http://www.altalex.com/index.php?idnot=37052

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