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30 giugno 2009

ALLARME SU EROGAZIONE TFS INPDAP SEDE DI SASSARI

Cari frequentatori del blog. Vi comunico nuda e cruda l'affermazione (LAMENTELA) che un brigadiere dei carabinieri in congedo per riforma (patologia SI dipendente da causa di servizio) dal mese di dicembre 2008 mi ha confidato.

Sai non mi è stato corrisposto il TFS, pensavo perchè l'INPDAP era oberato da molte pratiche, ma su mio sollecito, da parte di una impiegata mi è stato informalmente comunicato testualmente " Il conto relativo alla sua posizione è stato esperito ma non abbiamo i soldi per liquidarglieLo, comunque le comunico la cifra che dovrà prendere".

Io SONO preoccupato e al posto del brigadiere mi domanderei quando???????????????????????

Voglio precisare che per i militari con diritto al TFS e riformati il diritto andrebbe espletato nell'arco di 3 mesi.

RETO


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29 giugno 2009

6 SCATTI AGGIUNTIVI DLG 165/97

Coloro i quali sono andati a domanda in pensione, farebbero bene a controllare il prospetto liquidativo del tfs, perchè molto probabilmente non è stato corrisposto con il conteggio dei sei scatti aggiuntivi. Si stà valutando l'ipotesi di un ricorso. A presto

RETO

 


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29 giugno 2009

LE PAROLE

CHI MODERA LE PAROLE POSSIEDE LA CONOSCENZA, CHI HA LO SPIRITO CALMO E' UN UOMO PRUDENTE

Inun intervista un contadino cubano di settantanove anni dichiarò:"C'è un detto che dice che la salute entra per la bocca,  eun altro che dice che la cura della bocca è la salute dell'uomo.Questo significa che si deve mangiare bene senza rubare il cibo anessuno e che non si devono mangiare cibi nocivi". Uno deiproverbi più importanti di Salomone dice:"Le parole gentilisono un favo di miele; dolcezza dell'anima, salute delle ossa".Sebbene la salute entri per la  "bocca", Salomone cifa capire che è dalla stessa porta che esce la salute. Allo stessotempo le cattive parole possono far ammalare.

 



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27 giugno 2009

IL SILENZIO DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

 

Il silenzio rifiuto della pubblica amministrazione è illegittimo
(Tar Lazio 9948/2007)
L’istanza presentata da un privato cittadino alla pubblica amministrazione per ottenere un provvedimento discrezionale a proprio favore, determina l’obbligo della stessa pubblica amministrazione di fornire una risposta, senza rimanere inerte. Ciò, in base alle disposizioni di cui agli articoli 2 e 3 della legge 7 agosto 1990, n. 241, e successive modificazioni, le quali, in materia di procedimento amministrativo, hanno definitivamente sancito l’intrinseca illegittimità del silenzio-rifiuto della pubblica amministrazione. In tal senso si è pronunciato il TAR (Tribunale Amministrativo Regionale) del Lazio nella Sentenza n. 9948/2007, con la quale è stato accolto il ricorso presentato da alcuni cittadini del Comune di Marino affinché la propria amministrazione comunale fosse indotta ad adottare un provvedimento in merito alla richiesta da essi più volte avanzata senza ricevere alcuna risposta e finalizzata ad ottenere l’allaccio delle loro utenze al servizio idrico comunale. Relativamente all’obbligo dell’amministrazione comunale di emettere un provvedimento esplicito senza potersi avvalere del silenzio-rifiuto, il TAR del Lazio ha svolto varie considerazioni tra cui le seguenti. Il legislatore, con la legge n. 241 del 1990 è intervenuto a stabilire gli obblighi di comportamento della pubblica amministrazione con riguardo alle richieste del cittadino al cui servizio essa è istituzionalmente preposta. La richiesta rivolta dai ricorrenti alla propria amministrazione comunale non corrisponde ad un procedimento amministrativo tipizzato a conclusione del quale è prevista l’emanazione di un provvedimento amministrativo finale. Sennonché, secondo una giurisprudenza consolidata in materia, il dovere di provvedere può scaturire non solo da puntuali previsioni di legge o di regolamento, ma anche dalla peculiarità della fattispecie nella quale ragioni di giustizia o equità impongono l’adozione di provvedimenti o lo svolgimento di un’attività amministrativa, alla stregua dei principi posti in via generale dall’articolo 97 della Costituzione. La legge n. 241 del 1990, ancorché legge di principi, esplica un effetto precettivo direttivo in tutti i casi in cui le esigenze partecipative, di trasparenza e di buona amministrazione non abbiano uno specifico riscontro nella disciplina di un singolo procedimento tipizzato. Pertanto, nella fattispecie, in base alle richiamate norme degli articoli 2 e 3 della legge n. 241/1990, l’istanza presentata al Comune di Marino dai ricorrenti, ha dato inizio ad un procedimento amministrativo che avrebbe dovuto legittimamente avere termine con l’adozione di un provvedimento contenente disposizioni conclusive del procedimento avviato da tale istanza. Il silenzio serbato dal Comune di Marino sull’istanza presentata dal ricorrenti è, quindi, illegittima. Da qui la Sentenza con la quale il TAR del Lazio, in accoglimento del ricorso, ha ordinato al Comune di Marino di adottare, entro trenta giorni dalla relativa notifica o comunicazione, un espresso provvedimento a definizione della richiesta che i ricorrenti avevano ad esso rivolta, prevedendo inoltre che, in caso di mancata adozione del provvedimento, questo, su domanda dei ricorrenti, dovrà essere emanato, in sostituzione del Comune, da un Commissario ad acta, cioé nominato appositamente.(17 marzo 2008)
 

26 giugno 2009

SONO UN UOMO ERO UN MILITARE

 

 
Diamo per certo che, in questo critico momento storico, in Italia, militari e appartenenti alle Forze di Polizia stanno male. Peggio ancora degli altri cittadini non con lo status di militari !!!!!!
 
Diamo pure per assodato che il loro malessere solo in parte concerne la sfera economica, anche se non va tralasciato che il rapporto di lavoro che li vincola è il più sproporzionato che ci possa essere: in cambio di uno stipendio modesto, militari e forze dell’ordine devono assicurare una controprestazione smisurata che, in determinate circostanze, può comportare anche il sacrificio della propria incolumità fisica e, talvolta, della vita. La cronaca ci rammenta che tale eventualità non è puramente teorica ne tantomeno rara.
Scrivo questo mentre ripenso al racconto che, qualche giorno fa mi fece una militare dell’Arma,  “un Carabiniere, chiamato a sedare una violenta lite tra due transessuali ubriachi, malati di aids ed autolesionisti, all’interno di una stanza imbrattata ovunque di sangue”.
 Quanto vale, in termini economici, la prestazione professionale offerta  da questo padre di famiglia con le stellette? Fate voi il prezzo.
     Come detto, però, il malessere di militari e forze dell’ordine concerne sopratutto la sfera dei diritti ed il rispetto della loro dignità umana e sociale. La legge di disciplina militare - che, per inciso, risale ad oltre trent’anni fa - soffre il grande limite di voler affidare l’efficienza degli organismi militari ad un unico gracile presupposto:
la ponderatezza, l’equilibrio e il senso di giustizia del superiore gerarchico. Non è, però, previsto alcun contrappeso o correttivo, in caso di abusi.
     Se il summenzionato presupposto ricorre, la vita di reparto ed il servizio sono sereni, pur nella coscienza della pericolosità della missione svolta, e fa sì che il militare sia soddisfatto del proprio lavoro e orgoglioso del ruolo sociale ricoperto (sopportando ovviamente il fatto che chi inneggia al lanciatore di estintori Carlo Giuliani difficilmente potrà essere recuperato alla civiltà).
     Se, invece, la scala gerarchica difetta dei predetti requisiti morali e umani, sono guai (per i sottoposti), perché la legge di disciplina e, comunque, la normativa di settore ben si prestano a divenire uno strumento di vessazione legalizzato. 

Basti pensare a quanti procedimenti disciplinari vengono imbastiti sulla generica «violazione dei doveri assunti col giuramento», una formula giuridica astratta nella quale il superiore coscienzioso ricomprende solo condotte realmente gravi, ma quello in malafede può compendiare qualsiasi comportamento, mi viene in mente di altro racconto fattomi da un maresciallo dei carabinieri che sentitosi male non si è presentato in servizio ed è stata iniziata azione disciplinare con la motivazione “scarso senso di responsabilità”
La normativa disciplinare non sarebbe di per sé persecutoria né oppressiva, anzi ben consentirebbe, per esempio, a tutti i militari di esprimere liberamente il proprio pensiero, di pubblicare scritti, di partecipare a convegni e di riunirsi in associazioni.
L’unico, ma non irrilevante problema è che a tale disciplina vengono attribuiti significati restrittivi, ben diversi, se non opposti, a quelli avuti in mente dal legislatore. Il risultato è che oggi in Italia non abbiamo associazioni di militari autorizzate (tranne la ANC), ancora si puniscono i militari che liberamente esprimono la propria opinione o pubblicano propri scritti. O quantomeno vengono diffidati quante volte viene attivato il Comando generale e con spiegazioni a giustificazione delle diffida edite dall’ufficio legislazione.
E’ evidente, però, che non sussiste solo un problema di gerarchie militari soverchianti, ma anche uno di adeguatezza del sistema giustizia (amministrativa) il quale, a parere di molti, non assicura affatto l’auspicato bilanciamento dei rapporti di forza.
Infatti, se le scale gerarchiche si sentono autorizzate ad abusare delle loro potestà è solo perché non sono soliti vedere i loro provvedimenti illegittimi infranti su un fermo, coscienzioso ed imparziale muro della Giustizia.
 Mi riferisco alla giustizia amministrativa e non a quella penale (militare ed ordinaria) che, viceversa, vedo spesso molto attenta e sensibile nei confronti dei militari che non raramente dopo essere sbattuti in prima pagina, vengono prosciolti ma mai riabilitati.
Come è noto, militari e forze dell’ordine sono sottoposti alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo, cioè essi non sono soggetti al giudice ordinario, come invece accade per la gran parte dei cittadini.
In questo caso, l’aggettivo “esclusiva” non è sinonimo di esclusività o di privilegio, ma – purtroppo - di isolamento, di trattamento differenziato.

La Giustizia amministrata dai TAR e dal Consiglio di Stato, infatti, non sembra opporre l’auspicato argine alle prevaricazioni inflitte ai militari. Anzi, la tiepidezza se non, a volte, lo stretto collegamento con l’apparato ministeriale, fanno del giudizio amministrativo l’ulteriore supplizio inferto a fedeli servitori dello Stato che intendono reagire ad un provvedimento ingiusto. Mi diceva un carabiniere «alla fine mi sono dovuto arrendere poiché al superiore basta firmare un pezzo di carta a noi tocca firmare gli assegni per difenderci e con i nostri stipendi, con le famiglie a carico, l'unica cosa che si può fare e cercare il quieto vivere, poiché la Giustizia in queste cose non esiste».
 Come si può confidare nell’imparzialità del proprio giudice naturale se questo viene retribuito con un emolumento e incarichi a lui devoluti dallo stesso mistero che dovrebbe essere giudicato?
 In un paese normale, per ovviare a tale scempio e calpestio dei più elementari principi di convivenza civile, basterebbe applicare una norma che già esiste: l’art. 51, primo comma, numero 3), del codice di procedura civile, che, come è noto, impone al Giudice di astenersi dal decidere su un giudizio se ha «rapporti di credito o debito con una delle parti».
E invece no: nessuno obietta niente e la Giustizia amministrativa italiana continua ad essere dispensata da chi, alla luce del sole, intrattiene «rapporti di credito o debito» - seppure autorizzati - con l’Amministrazione.
Va detto, poi, che l’anomalia degli incarichi stragiudiziali copiosamente conferiti ai Giudici Amministrativi non mina solo l’aspettativa di autonomia e di indipendenza nei confronti di chi esercita la giurisdizione, ma anche la stessa possibilità che le relative incombenze siano svolte in un tempo ragionevole.

Peraltro, mentre le lungaggini dei giudizi penali e civili sono note a tutti, quelle dei giudizi amministrativi sono invece assai meno conosciute e pubblicizzate dai media.
 Per questo motivo, tutti si indignano quando scoprono che un giudizio civile può protrarsi per tre anni, ma poi si ignora che in un giudizio amministrato dai TAR, per veder fissata la prima udienza di merito, si devono attendere in media 8 anni.

Eppure, quegli stessi Giudici che non riescono ad essere tempestivi sulle istanze di giustizia sono spesso impegnati nella scrittura di libri, in corsi formativi e lezioni, perfino aperti alla correzione, in favore di società di formazione private, degli elaborati scritti di centinaia di aspiranti magistrati che – pagando la relativa quota – frequentano corsi di formazione e/o di perfezionamento.
 Andando al merito delle decisioni assunte, poi, è notoria la tendenziale insoddisfazione del mondo militare verso la risposta data alle loro istanze di giustizia.
Aldilà delle singole pronunce, preoccupa la tendenza riscontrabile nei giudici amministrativi di interpretare in senso restrittivo le già restrittive norme applicabili ai militari.
L’esempio più clamoroso ed ingiustificabile è dato da quello che io definisco il furto della legge n. 241/1990 perpetrato ai danni dei militari.

Mi spiego meglio. La legge n. 241/1990 disciplina l’azione amministrativa e prescrive alcuni fondamentali istituti giuridici di garanzia quali l’obbligo di comunicare l’avvio del procedimento al destinatario, il diritto di questi di partecipare con memorie e documenti alla fase decisionale e l’obbligo di motivazione.
Detta legge sarebbe integralmente applicabile a tutti i provvedimenti amministrativi che riguardano i militari, visto il chiaro disposto dell’articolo 13, che definisce l’ambito di applicazione delle norme sulla partecipazione.
Eppure, i Giudici Amministrativi hanno inventato di sana pianta una regola che il legislatore non ha mai previsto, secondo la quale, per esempio, a differenza di quanto previsto per i dipendenti civili dello Stato, per i militari, non è configurabile una situazione giuridica soggettiva tutelabile in ordine alla sede di servizio.
Pertanto, secondo i giudici, «l'Amministrazione non è tenuta a dare conto delle ragioni che presiedono al trasferimento d' ufficio di un militare da una sede di servizio ad altra, atteso che tali provvedimenti sono qualificabili come ordini che attengono ad una semplice modalità di svolgimento del servizio e, come tali, sono ampiamente discrezionali».
Di conseguenza, è considerato legittimo pure il trasferimento di un militare disposto dall’oggi al domani, senza preavviso né motivazione. Eppure, per il legislatore, non esiste affatto l’autonoma categoria degli ordini che, in quanto tali, sarebbero sottratti alla disciplina della legge n. 241/1990.
     Per il legislatore esistono i provvedimenti amministrativi tout court, sottoposti alle normali regole, anche se promanano da un’autorità gerarchica. Ecco perché dico che la legge n. 241/1990 è stata arbitrariamente rubata ai militari.
 In conclusione, a me pare che la Giustizia dei militari e delle forze dell’ordine passi purtroppo attraverso un imbuto via via più stretto, atteso che una normativa già restrittiva, viene resa ulteriormente oppressiva, prima dall’interpretazione delle gerarchie militari, poi da quella dei Giudici. Quanto si  potrà ancora tollerare un tale stato di cose?
RETO
 

 

 

 


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26 giugno 2009

Installazione Count-Down. Richiesta di parere. Rif. prot. n. 6600 del 15.02.2008


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25 giugno 2009

UN BARLUME DI GIUSTIZIA ANCHE LE NOTE POSSONO ESSERE SINDACATE

 

 
 
 
UN BARLUME DI CORRETTEZZA !!!!!!!!!!!!!!
 
Il Dott. Salvatore SUNCK, ha ricevuto in autotutela dalla parte resistente assicurazioni formalmente notificate che l’atto inficiato dalle anomalie contestate nel provvedimento emesso al vaglio del Ministero Difesa a seguito del suo ricorso sono state riconosciute errate .
 
A BREVE L’ATTO IN ARGOMENTO
 
 
 

 

 


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25 giugno 2009

ALLARME SUI RICONOSCIMENTI DELLE MALATTIE

ALLARME SUL COMITATO DI VERIFICA SULLE CAUSE DI SERVIZIO

Non passa giorno che appartenenti all'Arma dei Carabinieri lamentino comportamenti inqualificabili del comitato di verifica che dovrebbe riconoscere la dipendenza da causa di servizio.

E' accertato che malattie quali "ipertensione - bronchite cronica - ulcera e gastrite etc." non vengano più riconosciute quando da antica memoria lo erano prima.

Sembra che le patologie in tempi odierni siano riconducibili a fattori genetici o altro. 

MI DOMANDO

E prima perchè le riconoscevano???? 

MI VIENE IL SOSPETTO

Che i conti pubblici si vogliano sanare anche sulla pelle dei carabinieri 

NON MOLLATE

Adite le vie legali 

Reto


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23 giugno 2009

INGIUSTIZIA E' FATTA

NELL’ARMA INGIUSTIZIA E’ FATTA

 

 

 

Voglio rendere pubblico quanto avviene in una amministrazione che dovrebbe servire allo stato di diritto come ausilio per il fine ultimo di mantenere e consentire giustizia.

 

 Il premio produzione di cui al D.P.R. 16 aprile 2009 approvato unitamente alla coda contrattuale è stato pagato nel mese di giugno 2009 ma a chi?????????????????

 

A tutti gli appartenenti all’arma dei carabinieri che nell’anno 2008, hanno prestato servizio per almeno 186 giorni.

 

Sono stati esclusi da questo beneficio (oserei aggettivarla questua) anche coloro i quali hanno avuto la sfortuna di patire una malattia anche se a causa del servizio, pertanto tutti coloro che si ammalano devono mettere in preventivo questa penalità nell’usi obedir tacendo.

 

Mi rivolgo particolarmente a coloro che con sprezzo del pericolo affrontano diuturnamente azioni che con molta probabilità li potrebbe danneggiare nella salute “state attenti oltre ai danni fisici anche quelli economici”, ma del resto la salute di un appartenente all’arma non costa anzi si risparmiano 1400 euro.

 

E le vedove o gli eredi!!!!!!!!!!

 

Non voglio essere logoroico penso di essere stato esaustivo del problema

 

 

Costituzionale o no il provvedimento è stato materialmente adottato alla faccia di chi vive o ha vissuto con determinate convinzioni.

 

 

RETO

 


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23 giugno 2009

PUBBLICA AMMINISTRAZIONE - SOTTO CONTROLLO DAI CONTROLLATI

 

QUATTRO REGOLE PER NON CORRERE IL RISCHIO DI VEDERSI CALPESTARE I DIRITTI ECONOMICI MATURATI O MATURABILI ALL’ATTO DI ESSERE POSTI IN CONGEDO.
 
  • CONTROLLARE ATTENTAMENTE CHE TUTTE LE ISTANZE DA PROPORRE IN ATTIVITA’ DI SERVIZIO SIANO STATE PROPOSTE CON RICEVUTA E DATA CERTA;
  • CONTROLLARE CHE LE OPERAZIONI ARITIMETICHE DI CONTEGGIO DELL’ANZIANITA’ SIANO ESATTE;
  • USARE LA GIUSTA ATTENZIONE NELLA DISAMINA DELL’ATTO CHE SI RICEVE;
  • PROPORRE ISTANZE E QUALORA SI RENDA NECESSARIO DIFFIDE AD ADEMPIERE ANCHE IN FUNZIONE DI INTERROMPERE I TERMINI PRESCRITTIVI E INFICIARE EVENTUAI DECADENZE;
 
 
MA SOPRATTUTTO NON MOLLARE E ABBASSARE LA GUARDIA
 
"ATTENZIONE" il controllo dei documenti ricevuti per conoscenza vanno sempre esaminati con scrupolo e competenza ove non incorrere a distrazioni consequenziali alla perdita di un il diritto. Ci si può chiedere il motivo della pubblicazione di due missive intercorse fra un Ispettore dei Carabinieri ed il Centro amministrativo  che cura l’amministrazione dell’Arma. Come si potrà notare, trattasi di una richiesta di revisione del prospetto di liquidazione del TFS ( per il pubblico dipendente TFR ) poiché affetto da errori abnormi. Orbene, chi milita nella pubblica amministrazione è sempre convinto –erroneamente- che, qualora qualcosa spetti prima o poi arriverà. Nulla di più sbagliato ed anzi, da quanto si è a conoscenza pare che lòe distrazioni siano ricorrenti . Dalle presenti missive si potranno notare gli errori di cui stiamo trattando , che si sono ripetuti nell’arco di qualche mese anche nei confronti di altri dipendenti. La fortuna , per alcuni, è stata l'interruzione dei tempi prescrittivi per una eventuale impugnazione. A questo punto oserei dire, “FIDARSI E’ BENE, NON FIDARSI E’ MEGLIO” .
Geronimo
 
CORRISPONDENZA
 
                                                                                                 Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri
                                                    Centro Nazionale Amministrativo
                                                                          Ufficio trattamento Economico di quiescenza
                                                Viale Benedetto Croce nr. 380
                                  66013 CHIETI SCALO
 
Raccomandata A/R
 
IL sottoscritto (omissis) , con la presente comunica quanto segue:
 
in data (omissis) , riceveva a mezzo servizio postale, copia informale del progetto liquidativi TFS1 Protocollo nr. (omissis ) datato 5 maggio 2009.
 
Da una visione del progetto si evince che il sottoscritto avrebbe riscattato 1 anno e 6 mesi. Allo stato degli atti in mio possesso risultano mancanti i riscatti relativi al periodo dal 8 aprile 1989 al 27 settembre 2008, che comunque lo scrivente aveva regolarmente richiesto ed a voi spedito con racc. A/R in data 16 marzo che ad ogni buon fine si allega in copia fotostatica.
Premesso quanto sopra auspicandomi una pronta rettifica del progetto liquidativi al fine di una corretta corresponsione del TFS colgo l’occasione per PorVi distinti saluti.
Allego:
copia fotostatica della richiesta del riscatto.


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20 giugno 2009

ASSICURAZIONE RC

Nasce il Preventivatore Unico RC auto. Lo ha annunciato il presidente dell'Isvap, Giancarlo Giannini, nel corso della sua relazione annuale sull'attivita' dell'Istituto. Il Preventivatore e' uno strumento online che permettera' di ricevere e confrontare i preventivi ordinati per convenienza economica e vincolanti per 60 giorni, delle 65 compagnie che operano in Italia, semplicemente navigando sui siti dell'Isvap e del ministero dello Sviluppo economico. "Il consumatore ha una panoramica vasta dell'offerta disponibile sul mercato e puo' scegliere con una consapevolezza decisamente maggiore che nel passato - spiega Giannini -. Da cio' trarranno beneficio la mobilita' degli utenti, la trasparenza, la concorrenza e in prospettiva i prezzi. All'introduzione di questo strumento innovativo e unico per le sue caratteristiche nel panorama europeo dei comparatori di tariffe, deve corrispondere da parte delle compagnie, nel loro stesso interesse, il massimo sforzo per corrispondere alla sfida". Il sistema e' molto semplice da utilizzare: l'utente deve rispondere a una serie di quesiti riguardanti la sua posizione assicurativa e sul veicolo, e attendere i preventivi delle imprese direttamente nella sua casella di posta elettronica.


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20 giugno 2009

LA GIUSTIZIA LUMACA


La relazione sullo stato della giustizia amministrativa (dati 2007), presentata dal Governo in Parlamento pochgi giorni fa, evidenzia un arretrato complessivo di oltre 700 mila ricorsi tra quelli giacenti presso i Tar e quelli presso il Consiglio di Stato.


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19 giugno 2009

GLI AVVOCATI DEVONO MOTIVARE LE PARCELLE

 

L’avvocato non può inserire nella parcella la voce di tariffa “esame e studio” dell’udienza se nell’udienza non è svolta alcuna attività processuale
 
Il “caro tariffa” degli avvocati è scontato, ma che sia giustificato è il minimo che si possa pretendere e ciò dovrebbe valere non solo, come nel caso in esame, quando a dover pagare è lo Stato, ovvero si tratti di gratuito patrocinio, ma anche quando a pagare gli avvocati siano i privati cittadini.
Le tariffe legali, si sa, oscillano tra un minimo e un massimo. Con riferimento al gratuito patrocinio, lo Stato riconosce, quale compenso dovuto al legale, un importo che costituisce la media tra il minimo e il massimo. Ora, un avvocato, nominato difensore d’Ufficio di un cittadino ammesso al gratuito patrocinio, con ricorso al Presidente della Prima Sezione del Tribunale di Messina, lamentava il mancato riconoscimento dei valori medi degli onorari di cui alla tariffa penale. Il Tribunale dichiarava il ricorso improcedibile, sul rilievo che il ricorso andava presentato al Presidente della Corte di Assise. La Corte di Cassazione annullava il provvedimento impugnato, trasmettendo gli atti al Tribunale di Messina. Il Tribunale rigettava il ricorso, ribadendo il principio secondo il quale, in tema di gratuito patrocinio, la disposizione normativa, che impone di liquidare l’onorario e le spese al difensore in modo che l’importo non risulti superiore ai valori medi delle tariffe professionali vigenti, va interpretato nel senso che la media dei valori tariffari costituisce il limite massimo invalicabile e non nel senso che la liquidazione deve avvenire secondo la media delle tariffe, in quanto il compenso può essere liquidato anche in misura inferiore alla media, purché non al di sotto delle tariffe minime. Il ricorrente aveva lamentato anche il mancato riconoscimento della voce esame e studio, con riferimento a oltre trenta udienze a cui lo stesso aveva partecipato. Ma, il Tribunale rilevava che quanto alle udienze di mero rinvio, nonché a quelle in cui era stata svolta solo l’ attività di lettura degli atti, era sufficiente considerare che risultava inutile l’espletamento di qualsiasi attività di studio propedeutica alle stesse, pertanto l’onorario relativo alla voce esame e studio andava attribuito solo con riferimento alla partecipazione alle udienze e caratterizzate dall’effettivo svolgimento dell’ attività dibattimentale. Avverso tale pronuncia, l’avvocato ha promosso ricorso per Cassazione. La Suprema Corte si è pronunciata con la Sentenza n. 23889/2009, rigettando il ricorso. In buona sostanza, la Corte ha ribadito quanto affermato dal giudice del merito. Infatti, il Collegio ha confermato che il compenso per “esame e studio”, prima della partecipazione all’udienza, è finalizzato a retribuire lo sforzo intellettuale che il difensore deve svolgere per organizzare la sua linea difensiva in relazione alla dinamica del dibattimento che si va ad affrontare. Ora, nel caso in cui nell’udienza non si svolga alcuna attività processuale, mero rinvio, ovvero si proceda a una mera lettura di atti già assunti in precedenza e già programmati, il difensore, in prospettiva di tali udienze non deve attivare uno sforzo per la preparazione, in quanto è sufficiente quello già fatto e remunerato per la prima udienza antecedente al mero rinvio o alla lettura.
 

18 giugno 2009

FARSI RACCOMANDARE

Un italiano su quattro si fa raccomandare a dimostrazione che bisognerebbe cambiare la nostra cultura  o modificarne il DNA. Cosi' una ricerca del Censis. Il 27% lo fa nei centri piu' piccoli, dove la conoscenza diretta di politici e funzionari favorisce le logiche clientelari. Il 6,1% per motivi sanitari, il 5,2% per trovare un lavoro a figlio o a parente, 4,4% per favori in ufficio, 3,5% per accelerare la pratica della pensione e 3,2% per iscrivere un figlio a scuola.


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17 giugno 2009

CORTE EUROPEA E I DIRITTI DELL'UOMO

 

Seimila italiani attendono che la Corte europea dei diritti umani si pronunci sui ricorsi contro l'Italia. Al 20 aprile 2009, dei 6.109 ricorsi pendenti davanti alla Corte, piu' della meta' -3.500- riguarda cittadini il cui processo e' durato ogni ragionevole limite. Oppure chi avvalendosi della legge Pinto -risarcimento per processi lumaca- si e' visto attribuire dalle giurisdizioni un indennizzo inferiore a quello preteso sulla base dei precedenti della Corte europea.


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16 giugno 2009

UNICA FORZA DI POLIZIA

NON VOGLIO ARGOMENTARE IN MERITO, INSERISCO ESCLUSIVAMENTE ALCUNE CONVERSAZIONI ESTRAPOLATE DA UN FORUM MILITARE CHE PARLANO SULL'ARGOMENTO.

Gli argomenti sono variegati ed interessanti e non mi inoltro oltre nello specificare quale sia la dispersione di notizie in seno ad un’attività di indagine percorsa dalle diverse forze di Polizia in maniera parallela. Chi è avvezzo sà che almeno per indagini particolari di competenza della Distrettuale Antimafia la cooperazione è d’obbligo, ma per tante altre no.
L’argomento non è certo nuovo ed al di là delle preferenze io direi che la domanda dovrebbe essere la seguente: “Come mai in Italia c’è Tanta resistenza da parte delle diverse Istituzioni a voler unificare le Forze di Polizia in un unico corpo?” Io la risposta l’avrei, ma è troppo lunga da esplicitarla in maniera esaustiva in questo forum, anche se sarei curioso di conoscere il pensiero altrui. In Germania vi è un’unica polizia “polizei” che si divide per specializzazioni, “Polizia Stradale , polizia Tributaria, Polizia Criminale e così via dicendo. Per chi ricorda si parlava di ciò già decenni fa, ma nel frattempo è stata creata la IV Forza armata, per amorevolezza degli alti ranghi dell’Arma dei Carabinieri. L’indirizzo Europeo è ormai chiaro da anni, deve esserci un unico corpo di Polizia “non militare”, ma ancora oggi in Italia ci sono troppe resistenze. Immagino la confusione di un cittadino straniero quando in Italia vede circolare divise di vario genere come quelle dei VV.UU. , della Polizia, dei Carabinieri, dei Finanzieri, delle Guardie forestali, delle Guardie giurate etcc…. Sarei curioso di conoscere il politico che avrà il coraggio di affrontare seriamente la materia. Nel frattempo, resto in attesa sulle sponde del fiume.

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Ho visto che in molte sezioni di questo forum sono presenti topic e sondaggi simili. Se si tratta di creare un momento di discussione e confronto non ci vedo nulla di male. Anzi, le occasioni di confronto tra persone sono sempre molto costruttive. Resta il fatto che l'Arma non sarà sciolta, smilitarizzata o accorpata. E se stiamo a dare retta alle raccomandazioni dell'Unione Europea non dovrebbe esistere neanche il grana padano, il prosciutto, il formaggio di fossa, il pane azimo, ecc. ecc..
Ed infine mi chiedo, i frequentatori di questo forum sono perlopiù giovani e dovrebbero avere una visione molto più ampia della realta internazionale, insomma, durante i viaggi all'estero siamo riusciti veramente a districarci nel coacervo di corpi, uniformi, denominazioni più o meno bislacche (penso ai mossos de esquadra) delle polizie delle altre nazioni???? Insomma, quale è la nazione con un solo corpo di polizia? La Germania? Sicuri?

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Vado a memoria e, negli anni 70, quando sono stato per qualche mese in Germania ho visto solo la Polizei, ovviamente qualora fosse il contrario possiamo approfondire il discorso, per il momento mi baso solo sui ricordi. Credo comunque che anche l’Inghilterra abbia un’unica forza di polizia. Lasciamo stare la Spagna e i Mossos d’Espuadra, poiché credo sia la prima polizia nata in Europa ( Vado sempre a memoria, quindi con il beneficio del dubbio). Lasciamo stare anche il formaggio, la cioccolata o quant’altro, credo che sia materia per i parlamentari Europei che potrebbero impegnare il loro tempo in miglior modo. Evidentemente hanno poco su cui discutere. E’ vero che il confronto può essere costruttivo ed il pensiero differente, come giusto che sia, purché non condizionato da pregiudizi ideologici. Capisco che il senso di appartenenza a talune Istituzioni possa essere forte, ma si parla già di un’unica polizia in europea e noi vogliamo continuare a difendere lo stato attuale delle cose? E’ assodato che ove vigano 6 forze di polizia, di cui una locale, vi sia una dispersione di risorse umane e di mezzi. Poiché questo è un forum per me di conversazione non voglio fare ricerche su ogni argomento, mi soffermo al mio ricordo, seppur labile, e mi fa piacere discutere e confrontarmi sulle opinioni altrui, anche se contrastanti, ma guardiamo avanti svincolati dal senso di appartenenza ad una o altra forza di polizia e pensiamo a ciò che può essere oggettivamente meglio ed efficace per il cittadino una volta tanto. Sempre se Dio vuole e Carabinieri permettendo.

 

 


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15 giugno 2009

COMUNICARE SENZA PAROLE

 

Aveva un comportamento strano. A volte, mentre camminava, all’improvviso cadeva in ginocchio e baciava il pavimento, altre volte si metteva in piedi, faceva un giro su se stesso e si risedeva. Page Watson, statunitense,  nacque con danno cerebrale. Non poteva parlare né sentire. Non poteva giocare, né leggere, né usare il telefono né gli autobus. Ma aveva qualcosa di speciale: un’intuizione incredibile. Un giorno andò con i suoi fratelli a visitare la nonna malata. Nessuno sapeva cosa fare e cosa dirle. Page vide qualcosa nella nonna che nessuno degli altri vide. La abbracciò, la riempì di baci e lavò di lacrime il suo viso. Quindi si alzò ed uscì, in silenzio, dalla stanza. Quella sera la nonna morì. Le persone affette da deficienza psichica non sono esseri senza conoscenza e senza sentimenti. Possono avere il cervello danneggiato ma tuttavia avere mente vigile e anima e sentimenti vivi. I suo fratelli erano tutti professionisti ma nessuno di loro seppe dire niente alla nonna, né comprendere quello che lei stava provando.


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13 giugno 2009

CONCORSO CARABINIERI 2009 - INIDONEITA' - RICORSO

ANCHE I FRAGILI SI RIBELLANO 2^ PUNTATA

Come seconda puntata avrei dovuto inserire l'esito del ricorso sotto riportato, presentato gerarchicamente al Ministero della Difesa da un giovane aspirante. La risposta è stata inserita  nel post cui si fa riferimento, o meglio, nella  cosidetta 1^ PUNTATA. Si potrà notare come il Ministero abbia accolto la tesi del ricorrente ed abbia predisposto una nuova visita medica presso la C.M.O. per verificarne l'idoneità. Facciamo tanti auguri al giovane ed attendiamo i risultati, nella speranza che non vi sia bisogno di procedere ulteriormente ad istanze o impugnazioni giurisdizionali.

 

 


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13 giugno 2009

RIMPROVERO SCRITTO A MILITARE - RICORSO

 

                                                                                                                                                                        N. 1194 REG. SENT.
ANNO 2004
REPUBBLICA ITALIANA
In nome del Popolo Italiano
IL TRIBUNALE AMMINISTRATIVO REGIONALE
PER LA TOSCANA
I^ SEZIONE –
ha pronunciato la seguente:
 
S E N T E N Z A
sul ricorso n. (omissis)  proposto da ( omissis ), rappresentato e difeso dagli avv.ti (omissis) ed elettivamentedomiciliato presso il loro studio, in Firenze, Via ( omissis ),
c o n t r o
il Comando Regionale della Guardia di Finanza di Firenze, in persona del Comandante pro tempore; il Comando Compagnia della Guardia di Finanza di Firenze, in persona del omandante pro tempore, rappresentati e difesi dall’Avvocatura Distrettuale dello stato, domiciliataria per legge,nella sua sede in Firenze, Via degli Arazzieri n. 4; il Comandante della Sezione Operativa Cmpagnia Guardia di Finanza di Firenze, non costituitosi in giudizio;
per l’annullamento
a) del provvedimento disciplinare n. 257/P del 13/9/2002, adottato dal M.O. (omissis) C.te della Sezione Operativa della Compagnia della Guardia di Finanza di Firenze, con cui ha inflitto la sanzione disciplinare del “Rimprovero” nei confronti del ricorrente;
b) del silenzio rigetto avverso il ricorso gerarchico presentato dal ricorrente in data 9/10/2002, al Comandante della Compagnia della Guardia di Finanza
e per la condanna
dell’Amministrazione al risarcimento dei danni subiti e subendi dal ricorrente a causa dell’illegittimità del provvedimento impugnato.
Visto il ricorso con i relativi allegati;
Visto l’ atto di costituzione in giudizio delle Amministrazioni intimate;
Viste le memorie prodotte dalle parti a sostegno delle proprie difese;
Visti gli atti tutti della causa;
Designato relatore, alla pubblica udienza del 14 gennaio 2003, il Consigliere dott. Giuseppe Di Nunzio;
Uditi, altresì, l’avv. (omissis)  per il ricorrente e l’avvocato dello Stato Lumetti per la P.A.;
Ritenuto e considerato in fatto ed in diritto quanto segue:
F A T T O
In data (omissis) , il Comandante della  Sezione Operativa comandava di servizio, con turno 06.00 - 12.00, per il giorno (omissis)  il M.O. ( omissis)  presso l’aeroporto di Firenze - sala partenze con
compiti di controllo in materia valutaria/doganale unitamente al Fin. sc. (omissis) , nei confronti di passeggeri in partenza. Tale attività veniva riportata sull’ “Ordine di servizio” ed all’ispettore veniva consegnato il relativo foglio di servizio. In pari data, il M.O. (omissis) , comunicava a tutto il personale della  Sezione Operativa, i servizi fino al giorno (omissis) . In data ( omissis) , il M.O. (omissis)  contattava sull’utenza cellulare il M.O. (omissis)  al fine di rappresentargli l’esigenza di un cambio turno per il giorno (omissis)  In data (omissis)  alle ore 06.00, il Comandante della citata
Sezione Operativa si recava presso la postazione di servizio - sala partenze aeroporto “A.Vespucci” Firenze - per fornire supporto alla predetta pattuglia. Trascorsi alcuni minuti, il M.O. (omissis) chiedeva notizie di dove fosse il M.O. (omissis) al Fin. sc. ( omissis)  e lo stesso rispondeva che era appena  giunta una telefonata dalla Caserma “F.Meattini” con la quale il menzionato sottufficiale, colloquiando con il Funzionario Doganale (omissis) , aveva comunicato che per problemi personali sarebbe giunto in ritardo in servizio. Successivamente, giungeva l’ispettore ed intraprendeva il servizio nonostante fossero già partiti la maggior parte dei voli; comunque, le circostanze e le cogente presenza di personale civile, non consentivano al Comandante dell’articolazione di riprendere il militare. Successivamente il Comandante formulava, con foglio n. ( omissis ), una richiesta chiarimenti indirizzata al Mo: ( omissis)  e, in busta chiusa, la consegnava al militare in servizio di piantone presso il Corpo di Guardia della Caserma “F.Meattini”. In data ( omissis ) l’ispettore nel fornire chiarimenti alla nota n. ( omissis ) quale contestazione degli addebiti, ammetteva la mancanza sottolineando però che non vi era premeditazione o irresponsabilità nella mancanza commessa ma una sfavorevole situazione familiare che ne aveva minato la serenità.
In data ( omissis ), con nota n. ( omissis) , veniva trasmessa al Comando Provinciale di Firenze, copia dell’esito del procedimento disciplinare di Corpo e lo stesso, in data ( omissis ) con nota ( omissis ), segnalava una discrasia tra la violazione contestata all’atto della richiesta chiarimenti (contestazione addebiti) e la condotta richiamata nell’irrogazione della sanzione. Per tali motivi, in data ( Omissis ) alle ore 15.00, si provvedeva anotificare la versione corretta dell’esito del procedimento mediante consegna nelle mani dell’interessato, specificando che i termini per produrre ricorso gerarchico dovevano intendersi dalla data della notifica. Il ricorrente ha quindi impugnato la sanzione e il silenzio rigetto successivamente formatosi sul ricorso gerarchico proposto.
Viene anche chiesto il risarcimento dei danni. Si deducono i motivi seguenti:
motivo: Violazione e/o erronea applicazione dell’art. 7 legge 7/8/90 n.241, per omessa comunicazione d’avvio del procedimento. Falsaapplicazione dell’art. 59 del Regolamento di disciplina militare approvato con legge 11 luglio 1978, n. 382;
motivo: Violazione dell’art. 58 del Regolamento di disciplina militare ed eccesso di potere per essere stata inflitta la sanzione da superiore non competente per mancanza d’imparzialità nel giudicare il fatto;
motivo: Violazione dell’art. 59 Regolamento di disciplina militare, perdifetto istruttorio con riferimento alle risultanze istruttorie ed all’esame delle giustificazioni;
motivo: Violazione dell’art. 59 Regolamento di disciplina militare per difetto istruttorio, in relazione all’art. 23 delle norme di principio sulla disciplina militare ai sensi della legge 11/7/1978 n. 382, di esclusione dell’applicazione di sanzioni disciplinari nell’esercizio di un diritto;
motivo:Violazione dell’art. 60 Regolamento disciplina militare per travisamento degli elementi soggettivi utili per determinare la specie della sanzione;
motivo: Violazione dell’art. 59 Regolamento di disciplina militare per contraddittorietà della norma contestata e ragioni poste a base dellasanzione;
motivo: Violazione dell’art. 6 del D.M.8/8/1996 n. 690 per aver assegnato un termine inferiore a quello prescritto per controdedurre gli addebiti.
D I R I T T O
Reputa il Collegio che sia fondato e assorbente il profilo di illegittimità - dedotto con la quinta censura - secondo il quale non si sia, in conseguenza del ritardo di circa 45 minuti della assunzione di servizio del ricorrente il giorno ( Omissis ), verificato alcun disservizio e, pertanto, non sussista l’elemento oggettivo di gravità richiesto dall’art. 60 del regolamento di disciplina militare per poter comminare la sanzione del rimprovero scritto.
Risulta, invero, in punto di fatto, che sia la sanzione impugnata sia la presupposta contestazione di addebito siano fondate, tra l’altro, sull’esistenza, in conseguenza del censurato ritardo, di un disservizio, così che è ragionevole ritenere che l’Amministrazione, in assenza del lamentato disservizio, non avrebbe comminato alcuna sanzione disciplinare o ne avrebbe comminata una inferiore. Risulta ancora, secondo quanto dichiarato dall’Amministrazione stessa, che durante il periodo del ritardo (circa 45 minuti a partire dalle ore 6 del …….) il ricorrente sia stato sostituito, nel programmato servizio di controllo valutario in partenza, dal suo superiore diretto.
Orbene, non può, quindi, comprendersi, in assenza di specificazioni o chiarimenti al riguardo, quale disservizio possa essere intervenuto nel controllo in questione, non potendo certo ritenersi il superiore del ricorrente meno competente del dipendente. In conclusione, il Collegio giudica fondato l’esaminato motivo.
Il ricorso deve essere accolto.  Le spese di lite possono essere compensate tra le parti.
P. Q. M.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Toscana, Sezione I^, definitivamente pronunciandosi, accoglie il ricorso e, per l’effetto, annulla il procedimento impugnato. Spese compensate. Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’Autorità Amministrativa. Così deciso in Firenze, il 14 gennaio 2004, dal Tribunale Amministrativo Regionale della Toscana, in Camera di Consiglio, con l’intervento dei signori:
( Omissis )


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12 giugno 2009

NON PROMETTETE IL MATRIMONIO

E’ reato di truffa

Con la Sentenza n. 23857/2009, la Corte di Cassazione ha confermato la condanna, alla pena di giustizia, inflitta a un uomo, il quale dichiarava a una donna l’intento di voler iniziare una relazione sentimentale che doveva condurre al matrimonio con la stessa.


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12 giugno 2009

SIAMO UOMINI O CAPORALI?

Nell'iscrivermi ad un forum di discussione ho fatto cenno al dialogo che Totò ebbe nel film del 1955 con il medico che lo esaminava. Nel rileggerlo, alcuni passi mi sono piaciuti partircolarmente ed ho notato che sono alquànto attuali, pertanto ho deciso di postarlo.

 

 "L’umanità, io l’ho divisa in due categorie di persone: Uomini e caporali. La categoria degli uomini è la maggioranza, quella dei caporali, per fortuna, è la minoranza. Gli uomini sono quegli esseri costretti a lavorare per tutta la vita, come bestie, senza vedere mai un raggio di sole, senza mai la minima soddisfazione, sempre nell’ombra grigia di un’esistenza grama. I caporali sono appunto coloro che sfruttano, che tiranneggiano, che maltrattano, che umiliano. Questi esseri invasati dalla loro bramosia di guadagno li troviamo sempre a galla, sempre al posto di comando, spesso senza averne l’autorità, l’abilità o l’intelligenza ma con la sola bravura delle loro facce toste, della loro prepotenza, pronti a vessare il povero uomo qualunque. Dunque dottore ha capito? Caporale si nasce, non si diventa! A qualunque ceto essi appartengono, di qualunque nazione essi siano, ci faccia caso, hanno tutti la stessa faccia, le stesse espressioni, gli stessi modi. Pensano tutti alla stessa maniera!"


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11 giugno 2009

LEGGE PINTO

 

Verso un innalzamento del risarcimento per i "processi lumaca"
E' ora di pagare il conto !
 
 
L’ARGOMENTO TRATTATO
( in breve )
 
nLegge Pinto: la Cassazione afferma la forza vincolante del precedente della Corte di Strasburgo
 
ARTICOLO
 
Ritorna prepotentemente d'attualità la legge 89 del 2001, denominata comunemente legge "Pinto", con cui il legislatore ha introdotto nel nostro ordinamento giuridico uno strumento che consente un'equa riparazione a chi ha subito un danno patrimoniale o non patrimoniale per effetto della violazione dell'articolo 6, paragrafo 1, della Convenzione per la Salvaguardia dei Diritti dell'Uomo e delle Libertà Fondamentali (CEDU), che riconosce ad ogni persona il diritto "a che la sua causa sia esaminata… entro un termine ragionevole".
Utilizzando questo strumento i soggetti coinvolti in un processo con durata superiore ad un "délai raisonnable" possono proporre domanda di accertamento e di condanna al risarcimento del danno davanti alla Corte d'appello che sarà così chiamata a decidere applicando la procedura camerale, con decreto immediatamente esecutivo ed impugnabile in Cassazione.
Con la legge Pinto si è così tentato di bloccare i numerosi ricorsi che giungevano, ad un ritmo ormai insostenibile, alla Corte di Strasburgo dall'Italia attraverso l'inserimento di uno strumento idoneo a rendere operativa la regola del previo esaurimento dei ricorsi interni (articolo 26 della CEDU), sfruttando la natura sussidiaria del meccanismo di controllo europeo.
Il rinnovato interesse per la questo strumento è stato determinato dal contenuto rilevante di alcune recenti sentenze delle Sezioni Unite della Cassazione.
La novità, in estrema sintesi, consiste nell'aver riconosciuto alla giurisprudenza della Corte Europea di Strasburgo un valore di riferimento vincolante estraneo, almeno nella sua logica di base, al modo di essere dell'ordinamento giuridico italiano classicamente collocato, con le ovvie conseguenze sull'interpretazione del criterio dello "stare decisis", entro la categoria degli ordinamenti di tipo "civil law".
Come ha messo ben in evidenza uno dei primi commentatori del nuovo indirizzo giurisprudenziale (E. Sacchettini), non si tratta di "un fulmine a ciel sereno", poiché la Corte di Strasburgo ha già affermato, con la sentenza del 27 marzo 2003, il principio per il quale il giudice nazionale ha l'obbligo di adeguarsi nella determinazione dell'equo indennizzo agli standard fissati dalla Convezione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali.
Le Sezioni Unite della Cassazione (sentenza 1339 del 26 gennaio 2004) mettono in evidenza che la tesi secondo cui il giudice italiano può seguire, nell'applicare la legge 89/2001, un'interpretazione non conforme a quella della Corte di Strasburgo determina, in modo irrazionale, il fatto che nel caso in cui la vittima della violazione riceva una riparazione dal giudice nazionale ritenuta non sufficiente secondo la giurisprudenza di Strasburgo, l'interessato possa nuovamente ricorrere in giudizio per la completa soddisfazione prevista dall'articolo 41 della CEDU.
Questo modo di procedere obbligherebbe il soggetto interessato ad una duplice operazione per tutelare i propri diritti: la prima davanti alla Corte d'appello; la seconda davanti alla Corte di Strasburgo per ottenere l'integrazione della riparazione "nazionale".
Tale meccanismo si pone chiaramente contro il principio di sussidiarietà, la cui violazione determina una chiara violazione della più volte citata Convenzione e della stessa legge Pinto, la cui "ratio", come si evince chiaramente dai lavori preparatori, è proprio quella di rappresentare uno strumento interno capace di risarcire il danno derivante da un'irragionevole durata del processo.
Per quanto attiene alla riparazione del danno non patrimoniale appare di particolare interesse una seconda sentenza (la n.1340) delle Sezioni Unite con cui si afferma che la forza del precedente di Strasburgo "ha natura giuridica perché inerisce ai rapporti tra la detta legge e la CEDU, onde il mancato rispetto di essa da parte del giudice del merito concretizza il vizio di violazione di legge denunziabile a questa Corte di legittimità".
La Corte d'appello, quindi, dovrà procedere alla liquidazione in via equitativa del danno non patrimoniale ex articolo 2 della legge Pinto muovendosi però entro i confini di una ragionevolezza dettata dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo. Appare opportuno ricordare in questa sede che la stessa Corte d'appello è vincolata, nella determinazione del "quantum" da liquidare, anche al rispetto del principio della corrispondenza tra "il chiesto" ed "il pronunciato".
Per questo motivo l'esame dei casi analoghi risolti dalla Corte di Strasburgo diviene un momento irrinunciabile non solo per il giudice, chiamato a decidere, ma anche per la stessa parte ed in particolare per il suo difensore, chiamato a formulare le legittime richieste di indennizzo.
Le Sezioni Unite della Cassazione con quattro sentenze (1338, 1339, 1340 e 1341 del 26 gennaio 2004) hanno così realizzato, per via giurisprudenziale, l'attuazione nel nostro ordinamento giuridico dei principi espressi dalla CEDU in tema di violazione del principio della durata ragionevole dei processi.
Come incisivamente Dott. Salvatore SUNCK afferma , questo meccanismo non deve essere ora circoscritto e limitato alla legge Pinto ma deve essere ritenuto un valido strumento interpretativo da utilizzare per tutte le norme di diritto interno che sono in contrasto con quelle della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo.
 
 

 

10 giugno 2009

SOSPENSIONE DELLA PATENTE - ILEGITTIMA SE INTERVIENE IN RITARDO

Corte di Cassazione Civile sez.II 30/4/2009 n. 10130
Sospensione della patente applicata dal prefetto in via cautelare - non è legittima se interviene dopo troppo tempo dal fatto per il quale è disposta (5 mesi)

(omissis)
Svolgimento del processo
Con ricorso depositato il 13.2.2004 () proponeva opposizione presso il Giudice di Pace di Messina avverso l'ordinanza del Prefetto di Messina del 12.1.2004 irrogativa della sanzione della sospensione della patente di guida per la durata di 15 giorni.
 La Prefettura di Messina chiedeva il rigetto della opposizione.
Con sentenza del 21.6.2004 il giudice di Pace adito ha accolto l'opposizione e, per l'effetto, ha dichiarato tardiva, inefficace ed illegittima l'ordinanza ingiunzione suddetta.
Per la cassazione di tale sentenza la Prefettura di Messina ha proposto un ricorso affidato ad un unico motivo; la () non ha svolto attività difensiva in questa sede.

Motivi della decisione
Con l'unico motivo articolato la ricorrente, denunciando violazione e falsa applicazione dell'art. 223 secondo comma C.d.S. e vizio di motivazione, censura la sentenza impugnata per aver ritenuto illegittimo il sopra richiamato provvedimento prefettizio di sospensione della patente di guida in quanto adottato oltre i termini previsti dalla predetta disposizione normativa.
La Prefettura di Messina rileva che in realtà tale disposizione non fissa termini perentori per l'irrogazione della suddetta sanzione accessoria, bensì soltanto meramente ordinatori affinché gli organi che prendono parte alla fase istruttoria del procedimento effettuino i propri adempimenti; aggiunge che il diverso assunto del Giudice di Pace nasce dalla errata convinzione in ordine ad una funzione meramente cautelare del provvedimento in esame alla luce di un orientamento sviluppatosi nel vigore del precedente codice della strada secondo cui il procedimento amministrativo di sospensione della patente sarebbe stato subordinato al procedimento penale; peraltro tale indirizzo è ormai superato dopo l'introduzione del nuovo Codice della Strada che ha configurato la sospensione della patente come sanzione amministrativa accessoria, affermandone così la sua estraneità al sistema delle sanzioni penali e quindi la sua applicabilità da parte dell'autorità amministrativa nel caso di assenza dei presupposti per l'intervento del giudice.
La censura è infondata.
Il Giudice di Pace adito ha ritenuto l'illegittimità dell'ordinanza ingiunzione di sospensione della patente di guida per la durata di 15 giorni emessa nei confronti della () in quanto tardiva perché pronunciata ad oltre cinque mesi dal fatto addebitato a quest'ultima senza quindi il rispetto dei termini previsti dall'art. 223 del C.d.S., finalizzati ad assicurare la tempestività della misura sanzionatoria.
Tale convincimento è condivisibile in quanto conforme alla recente pronuncia delle S.U. di questa Corte (6.6.2007 n. 13226) secondo cui il provvedimento del Prefetto di sospensione della patente di guida a norma dell'art. 223 C.d.S. ha natura cautelare e trova giustificazione nella necessità di impedire nell'immediato, prima ancora che sia accertata la responsabilità penale, che il conducente del veicolo, nei confronti del quale sussistano fondati elementi di una evidente responsabilità in ordine ad eventi lesivi dell'incolumità altrui, continui una condotta che può arrecare pericolo ad altri; pertanto, sebbene la norma citata non preveda un termine di decadenza per l'esercizio del potere del prefetto di sospensione cautelare della patente, il provvedimento risulterà illegittimo, qualora non venga adottato entro un periodo di tempo che ne giustifichi la finalità cautelare alla quale la validità della sua emanazione è ontologicamente legata.
Orbene nella specie legittimamente il Giudice di Pace ha ritenuto, quale giudice di merito, che il provvedimento di sospensione della patente, emesso ad oltre cinque mesi dal fatto che ne aveva giustificato l'adozione, era intervenuto oltre un tempo ragionevole così vanificando le sue finalità cautelari.
Il ricorso deve quindi essere rigettato; non occorre procedere ad alcuna statuizione in ordine alle spese di giudizio non avendo la parte intimata svolto alcuna attività difensiva in questa sede.

Per questi motivi
La Corte
Rigetta il ricorso.


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9 giugno 2009

LE VACANZE DI PIERINO LA PESTE

IENA INCOTRA PIERINO LA PESTE ED ESPRIME LE SUE PERPLESSITA' SULLA SUA ASSENZA PER LE VACANZE ORGANIZZATE DA QUEST'ULTIMO IN EGITTO, POICHE' NON AVREBBE PIU' L'AIUTO DA PARTE  SUA PER GOVERNARE LE GALLINE. PER SEGUIRE LA LORO DISCUSSIONE CLICCATE SULLA STRINGA SOTTO INDICATA.

 http://www.acapela.tv/Cartoon-bde6fe594bd1d-bde6ff4ab1c7-bde6ffbd9b3f-4-6-1


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7 giugno 2009

L'OLBIA BATTE IL GENOA

 


 
Per leggere l'articolo cliccate sulla stringa di riferimento sotto riportata.


 
L'OLBIA SI IMPONE SUL GENOA E SI AGGIUDICA LA TERZA EDIZIONE DEL TROFEO CITTA' DI BOSA

 

 


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7 giugno 2009

CARCERATO VOLONTARIO

 

A causa della sua buona condotta nella prigione ho deciso di abbreviare la sua condanna, può tornare in libertà”. Fu questa la sentenza pronunciata dal giudice del Messico nei confronti di Ignazio. Ma con gran sorpresa del giudice, il carcerato respinse l’indulto. “Signor giudice, spiegò l’uomo, mi incarcerarono perché accusato di essere un narcotrafficante, e la sentenza era giusta; ma qui in questa prigione ho avuto un’esperienza spirituale che ha cambiato la mia vita. Voglio scontare la mia condanna. Ignazio ottenne la libertà spirituale e preferì rinunciare, seppur per un tempo, alla tanta agognata libertà materiale, pur di predicare agli altri la vera libertà.
Spesso ci si sente in prigione seppur liberi e liberi seppur in prigione.


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5 giugno 2009

TRASFERIMENTO PER INCOMPATIBILITA' AMBIENTALE

Consiglio di Stato sez.VI 17/3/2009 n. 1577
Trasferimento per incompatibilità ambientale

È necessaria la comunicazione d'avvio del procedimento ex art. 7, L. 241/1990, per adottare un provvedimento di trasferimento per incompatibilità ambientale di un pubblico dipendente. La P.A. deve tener conto, nel disporre il trasferimento, anche della situazione familiare del dipendente, e deve motivare le ragioni per le quali individui una determinata sede anziché altre, in ipotesi, meno disagevoli per l'interessato.

FATTO

Con il ricorso introduttivo del giudizio era stato chiesto dall’odierno appellato  l’annullamento  dell’ordine di servizio n.341 del 15 maggio 1996, prot. n.6461, adottato dal Dirigente dell’Ufficio Provinciale del Lavoro e della Massima Occupazione di Arezzo – Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale – con cui era stato disposto il trasferimento del dipendente medesimo dalla S.c.i.c.a. di Camucia n.40 alla S.c.i.c.a. n.15 di Arezzo con decorrenza 3 giugno 1996 – nonché del d.m.96/0179 prot.n.4528, del Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale di reiezione del ricorso gerarchico presentato dal Pietrantuono contro il sopraccitato ordine di servizio n.341 del 15 maggio 1996 prot.6461.
Erano state dedotte a sostegno del gravame, le censure di eccesso di potere per illogicità dell’atto, sviamento di potere, erroneità dei presupposti, difetto di motivazione, contraddittorietà tra atti, violazione di legge, violazione di norma regolamentare (art.40 D.P.R. n.266/87), vizi afferenti alla motivazione (art.3 legge n.241/90), violazione del giusto procedimento (artt.7 e segg. legge n.241/90).
I primi Giudici hanno in primo luogo respinto l’eccezione di irricevibilità del ricorso sollevata dall’Avvocatura dello Stato atteso che la decisione del ricorso gerarchico era  stata notificata all’appellato  in data 23 ottobre 1996 ed il ricorso introduttivo del giudizio di primo grado era stato notificato in data 23 dicembre 1996: tenuto conto che il 22 dicembre 1996 era festivo, il ricorso risultava essere stato tempestivamente proposto.
Il Tar ha poi accolto il gravame, - con assorbimento degli ulteriori motivi di doglianza- ritenendo essere stato scorrettamente ed immotivatamente omesso l’inoltro dell’avviso dell’avvio del procedimento, il che viziava la statuizione finale posto che si era nella impossibilità di determinare, in sede di legittimità quale sarebbe stato l’apporto collaborativo dell’odierno appellante ove ritualmente avvisato.
Avverso la sentenza in epigrafe l’amministrazione ha proposto un articolato appello.
Ha richiamato in punto di fatto gli elementi sottesi alla determinazione dell’amministrazione, evidenziando che il provvedimento di trasferimento si era reso necessario a cagione delle assenze e delle numerose infrazioni disciplinari commesse dall’appellato (specificamente sanzionate nell’ambito di distinti procedimenti) e del conseguente stato di tensione, ricadente sull’intero ambiente lavorativo.
Ha evidenziato la condivisibilità dell’orientamento giurisprudenziale (opposto a quello seguito dai primi Giudici) secondo il quale  tale fattispecie di provvedimenti non era necessario che fosse preceduta dall’incombente di cui all’art. 7 della legge n. 241/1990; ha rammentato la portata della novella legislativa di cui all’art. 21octies della legge n. 241/1990, ed ha infine fatto presente la situazione di obiettiva urgenza che rendeva indifferibile un tempestivo intervento a tutela della serenità delle condizioni di lavoro.     
La sentenza appellata, in quanto errata, meritava, conclusivamente, di essere annullata.

DIRITTO

La sentenza deve essere confermata previa declaratoria di infondatezza dell’appello.
Non v’è contestazione alcuna in ordine agli aspetti fattuali e cronologici sottesi alla causa, né in ordine alle disposizioni applicabili alla fattispecie, il che esonera il Collegio dal rivisitare tali aspetti.
Come è noto, in subiecta materia, si sono fronteggiati nel tempo due distinti orientamenti giurisprudenziali.
Secondo il più risalente -  che coincide con le prospettazioni poste a fondamento dell’appello della difesa erariale – “viene meno la necessità della comunicazione di avvio di procedimento allorquando venga in contestazione un trasferimento per incompatibilità ambientale, non sussistendo la possibilità, nè sul piano della logica nè sotto il profilo di esigenze garantistiche, di un coinvolgimento dell'interessato, ai sensi dell'art. 7 l. n. 241 del 1990, nella determinazione che l'amministrazione deve assumere, atteso che in tale situazione le circostanze oggettive, pure riferibili al funzionario interessato, prescindono da ipotesi di responsabilità delle quali il medesimo debba essere ammesso a discolparsi, o che possa contribuire a rimuovere con la partecipazione al procedimento.” (Consiglio Stato , sez. IV, 28 maggio 2003, n. 2970).
Una contrapposta ricostruzione ermeneutica, invece – costantemente seguita dalla Sezione – ha affermato che “è necessaria, ai sensi dell'art. 7 l. 7 agosto 1990 n. 241, la comunicazione di avvio del procedimento volto all'adozione di un provvedimento di trasferimento per incompatibilità ambientale di un pubblico dipendente.” (Consiglio Stato, sez. VI, 30 dicembre 2005, n. 7579).
Tale orientamento appare al Collegio maggiormente garantistico con riferimento alla posizione del dipendente – attinto comunque da una misura che, ancorchè distinta dal procedimento sanzionatorio disciplinare, possiede comunque caratteristiche invasive ed afflittive -; rispettoso del fine deflattivo del contenzioso sotteso alla disposizione normativa di cui all’art. 7 della legge n. 241/1990; coerente con l’esigenza che il destinatario del procedimento, anche a meri fini collaborativi, metta a parte l’amministrazione di ogni utile elemento connesso ai fatti che questa si trova  a dovere valutare.
Con riferimento ai provvedimenti del genere di quello oggetto dell’odierna impugnazione – è opportuno rammentare- se ne è tradizionalmente affermata la assenza di connotazione disciplinare, essendosi condivisibilmente affermato che “il trasferimento per incompatibilità ambientale consegue ad una valutazione ampiamente discrezionale dei fatti che possono sconsigliare la permanenza in una determinata sede, senza per ciò assumere carattere sanzionatorio, sì che la sua adozione non presuppone né una valutazione comparativa dell'amministrazione in ordine alle esigenze organizzative dei propri uffici né l'espressa menzione dei criteri in base ai quali vengono determinati i limiti geografici dell' incompatibilità ai fini dell'individuazione della sede più opportuna, né può essere condizionata dalle situazioni personali e familiari del dipendente, che ovviamente recedono di fronte all'interesse pubblico alla tutela del buon funzionamento degli uffici e del prestigio dell'amministrazione stessa.”. (Consiglio Stato, sez. IV, 10 luglio 2007, n. 3892).
E’ peraltro jus receptum quello secondo il quale “l'amministrazione deve tener conto, nel disporre il trasferimento, anche della situazione di famiglia del dipendente, onde essa non può esimersi dall'obbligo di una puntuale motivazione circa le ragioni per le quali individui una determinata sede anziché altre, in ipotesi, meno disagevoli per l'interessato.” (Consiglio Stato, sez. VI, 06 settembre 2005, n. 4531, ma anche Consiglio Stato, sez. IV, 27 febbraio 1996, n. 187).
L’avviso dell’avvio del procedimento consente (tra l’altro) la tempestiva emersione di tali esigenze ed è stato immotivatamente omesso.
Di converso, nessuna esigenza di celerità od urgenza emerge dagli atti e/o è stata documentata dall’amministrazione appellante, che ad essa ha fatto generico riferimento nel ricorso in appello con affermazione sostanzialmente “integrativa” della statuizione impugnata, non suscettibile di positiva valutazione.
Anche sotto tale profilo, pertanto, il gravame non merita accoglimento; il complessivo percorso argomentativo dei primi Giudici resiste alle censure articolate nell’appello ed appare, pertanto, esatta e meritevole di conferma la  appellata decisione.
Sussistono nondimeno giusti motivi per compensare le spese processuali sostenute dalle parti.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale Sezione sesta, definitivamente pronunciando sul ricorso in appello in epigrafe lo respinge e per l’effetto conferma l’appellata sentenza.
Spese compensate.
Ordina che la presente decisione sia eseguita dall'Autorità amministrativa.

5 giugno 2009

ASPIRANTE CC NON IDONEO ALLA VISITA - RICORSO

ANCHE I FRAGILI SI RIBELLANO 1^ PUNTATA 

 
MINISTERO DELLA DIFESA
Direzione Generale per il personale Militare
I Reparto -3° Divisione VFP 1 -2^ Sezione
Viale Dell’esercito n° 186
00143 ROMA EUR
 
Ricorso avverso il provvedimento di NON IDONEITA all’arruolamento per VFP1
Per
Il Sign. (omissis)
Ricorrente
Contro
MINISTERO DELLA DIFESA Direzione Generale per il personale Militare I Reparto -3°Divisione VFP 1
Resistente
******
OGGETTO:- Provvedimento adottato Dal Ministero della Difesa Esercito Italiano – Centro
     Selezione di Cagliari con il quale si dichiara NON IDONEO, l’odierno ricorrente;
Fatto
 
In data (omissis) 2009, il ricorrente è stato “GIUDICATO NON IDONEO” all’arruolamento quale VFP1 ai sensi del paragrafo 2, sottoparagrafo “f” dell’allegato del bando di arruolamento, in quanto affetto da:
“TRATTI DI FRAGILITA’” (Cod. 03 Dir.) con attribuzione del profilo sanitario allo scrivente incomprensibile che “ more sòlito “ si allega;
In data (omissis) l’odierno ricorrente, a seguito delle notifiche del provvedimento, di cui al ricorso, preoccupato e basito dall’esito, si recava urgentemente presso una struttura sanitaria pubblica, come del resto consigliato dal modulo di notifica, (vds. clausole a margine della notifica “dattiloscritte con carattere assolutamente anonimo senza richiamo alcuno e assimilabili a quanto avveniva prima della regolamentazione delle clausole vessatorie relative a un contratto di carattere civilistico, a parere dello scrivente assolutamente fuorvianti e  non in linea con il criterio del “BUON PADRE FAMIGLIA” da utilizzarsi come linea guida nell’ambito del Diritto, nel caso di specie trovandoci di fronte ad un Ente o Organismo statuale dovremmo noi tutti “a fortiòri” l’organo giudicante, rispettare i canoni e linee guida maggiori impregnate di trasparenza e semplicità in considerazione dell’aspettativa fiduciaria che ogni cittadino che gode dei diritti civili “ad personam” nutre nei confronti del proprio stato democratico”) per sottoporsi ad accertamenti di rito finalizzati ad avere una più chiara e semplice diagnosi di quanto diagnosticato in sede di accertamento presso il Vostro centro di (omissis) ;
In data (omissis), il Dipartimento di “Salute Mentale Laboratorio di Psicodiagnostica dell’ASL di (omissis)” a Firma Della (OMISSIS)    responsabile del Dipartimento stesso dopo gli accertamenti di rito mi consegnava referto che Vi allego in copia   fotostatica che “laus deo”    è in completa antitesi   con quanto   diagnosticato dal   vostro   centro di selezione.

 
Diritto
Pertanto si contesta la diagnosi e il conseguente provvedimento che ne è scaturito
 
Chiede che
 
Codesto Ente, voglia accogliere le seguenti:
 
Conclusioni
 
contrariis rejectis,
“sic et simpliciter” immediata sospensiva del provvedimenti;
“redde rationem” giudicare idoneo l’odierno ricorrente
Si allegano i seguenti documenti in copia fotostatica:
Copia del provvedimento emesso dal Centro Selezione di (omissis9
Copia del referto dell’ASL di (omissis)
Copia della carta d’identità
Copia del codice fiscale
 

 


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2 giugno 2009

CARABINIERI - PAGAMENTO FERIE NON GODUTE

 

 QUANDO CI SI SVEGLIA DAL TORPORE 5^ PUNTATA

Master Universitario
Università degli Studi di Sassari
Facoltà di Giurisprudenza
“Scienze Criminologiche”
 
Dott. (omissis)
Via (omissis)
 
                                                                                      Spett.le
                                                                                      Comandante Generale –pro tempore-               
                                                                                      Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri
                                                                                      Centro Nazionale Amministrativo-Ufficio                         
                                                                                      Trattamento Economico di Attività
                                                                                      66013 CHIETI SCALO
                                                                                      RACCOMANDATA A/R 
 
                                                                                      Comando Compagnia Carabinieri nella
                                                                                      persona del comandante -pro tempore-
                                                                                      (omissis)
                                            Consegnata a mano
 
     Con la presente, Vi formulo e diffidosic et simpliciterad adempiere al pagamento di tutti i giorni di licenza ordinaria, ivi compresi quelli maturati in aspettativa per infermità ( che ormai nonostante la giurisprudenza abbia acclarato nel senso richiesto Vi ostinate a non riconoscere), comprensivi di interessi legali e rivalutazione monetaria.
     In difetto mi vedrò costretto mio malgrado ad iniziare qualsiasi azione legale finalizzata all’ottenimento del mio diritto nella sede che il procuratore nominato riterrà opportuno.
     Ciò premesso con la presente Vogliate comunicarmi entro 60 (sessanta) giorni il funzionario responsabile della pratica, come da normativa vigente e le eventuali motivazioni relative all’adozione del provvedimento emesso.      
    Sicuro di un positivo e sollecito riscontro colgo l’occasione di porVi Distinti Saluti.
 
 
Quesito
 
Dopo essere andato in pensione a domanda, ho chiesto all'Amministrazione da cui dipendevo il pagamento delle ferie non godute durante il servizio. Ciò è accaduto, ma dall'indennità sono stati detratti i Contributi Previdenziali e l'Imposta sulle Persone Fisiche. In merito ho chiesto alla suddetta Amministrazione il rimborso delle ritenute operate, con esito negativo. Poiché ritengo giusta la trattenuta effettuata a titolo Previdenziale, ma non sono d'accordo per quella versata all'Erario, rivolgo il quesito inteso a conoscere se la mia richiesta è lecita e, se così fosse, qual è il modo per recuperare la somma versata all'Erario.
O.L. - Lequile (Le)
 
Risposta
Il decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, definisce come redditi di lavoro dipendente tutti quelli che derivano da prestazioni di lavoro alle dipendenze di altri.
La Pubblica Amministrazione, in applicazione del citato decreto, considera il pagamento dell'indennità sostitutiva per ferie non godute reddito di lavoro dipendente e pertanto applica all'emolumento l'Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche (Irpef). Tuttavia, alcune recenti interpretazioni attribuiscono all'indennità in questione natura risarcitoria e non retributiva. Pertanto, l'indennità stessa verrebbe esclusa dal regime impositivo. Per recuperare la somma trattenuta a tale titolo è necessario presentare ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale competente, ovvero al Giudice Ordinario in funzione del Giudice del Lavoro.
 
 
Sentenza

 

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
N.3636/08

 
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Sesta) ha pronunciato la seguente
DECISIONE
sul ricorso in appello n. 8056/2003 proposto da
Ministero dell’interno in persona del Ministro pro-tempore rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato presso cui è ope legis domiciliato in Roma via dei Portoghesi 12;
contro
Esposito Carmelina rappresentata e difesa dall’Avv. Mario Amoroso ed elettivamente domiciliata in Roma Viale Parioli 72 presso Avv. Sandro Picciolini;
per l'annullamento
della sentenza del Tribunale amministrativo regionale del Lazio, sede di Roma, Sezione I ter, n. 4392 del 2003;
Visto il ricorso con i relativi allegati;
Visto l'atto di costituzione in giudizio dell’originario ricorrente appellato;
Viste le memorie prodotte dalle parti a sostegno delle rispettive difese;
Visti gli atti tutti della causa;
Alla pubblica udienza del 27 maggio 2008 relatore il Consigliere Luciano Barra Caracciolo. Uditi l’Avv. dello Stato Stigliano e l’Avv. Mazzocco per delega dell’Avv. Amoroso;
Ritenuto e considerato in fatto e in diritto quanto segue:
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Il Tar del Lazio ha, in un primo tempo, accolto il ricorso proposto dall’assistente della Polizia di Stato Carmelina Esposito per l’ottenimento di un decreto ingiuntivo avente ad oggetto il pagamento del compenso sostitutivo di 19 giorni di ferie non godute. L’opposizione sollevata a seguito di ciò dall’ingiunto Ministero dell’interno veniva quindi respinta con la sentenza in epigrafe.
L’adito Tribunale premetteva che l’interessata, a seguito del riconoscimento della sua fisica inabilità, era stata dispensata dal servizio con decorrenza 15.1.2002 e, a tale data, doveva ancora fruire di 19 giorni complessivi di congedo ordinario. Pertanto richiamava l’art. 18 del DPR n. 254 del 1999, ai sensi del quale si procede al pagamento sostitutivo del congedo ordinario non solo nei casi previsti dall’art. 14, co. 14, del DPR n. 395/95, ma anche quando detto congedo non sia stato fruito per decesso, cessazione dal servizio per malattia o per dispensa intervenuta dopo il collocamento in aspettativa per infermità. In ogni caso, indipendentemente dall’esistenza di una normativa espressa, il diritto al compenso sostitutivo delle ferie discende direttamente dal mancato godimento: pur che risulti certo che questo non sia stato determinato dalla volontà dell’interessato, e non era il caso in questione.
Appella l’Amministrazione deducendo i seguenti motivi:
La decisione del Tar non considera né la sentenza n. 67/1999 del Consiglio di Stato, né il parere n. 2620/2002, sui quali il Ministero aveva fondato l’opposizione al decreto ingiuntivo. Il parere citato ha sottolineato che l’art. 18 del D.P.R. n. 254 del 1999 si limita a prevedere il diritto del dipendente alla retribuzione del congedo ordinario, oltre che nei casi di cui all’art. 14 del D.P.R. n. 395/95, anche quando lo stesso non sia stato fruito per decesso, cessazione dal servizio per infermità o, come nel caso di specie, per dispensa dal servizio del dipendente disposta dopo il collocamento in aspettativa per infermità. La disposizione nulla prevede circa la monetizzazione del congedo ordinario non fruito durante il periodo di esonero del dipendente dal servizio per collocamento in aspettativa per infermità. Secondo il Consiglio di Stato, per il periodo trascorso in aspettativa non matura alcun diritto al congedo ordinario, non vi è diritto del tutto se l’aspettativa si sia protratta per l’intero anno solare; se si è protratta per un periodo inferiore, il suddetto diritto si perde proporzionalmente. Anche C.d.S. n. 67/1999 ha affermato che le cause del congedo ordinario, inteso a garantire l’integrità fisica e psichica contro il logorio conseguente alle prestazioni lavorative, vengono meno allorché l’impiegato sia esonerato dalla prestazione del servizio in quanto in aspettativa. Di tale orientamento il Tar non ha tenuto alcun conto.
Applicando la normativa vigente alla luce dell’interpretazione giurisprudenziale, alla ricorrente non spetta alcuna somma ulteriore rispetto a quella già liquidata dall’amministrazione e relativa alle ferie non godute prima del collocamento in aspettativa. Per il periodo successivo nulla può esserle riconosciuto in quanto manca il presupposto della monetizzazione, ossia la maturazione di giorni di ferie non goduti.
Si è costituita la sig.ra Esposito contestando con memoria le deduzioni appellatorie.
MOTIVI DELLA DECISIONE
L’appello è infondato e va respinto, in base ad una consolidata e prevalente giurisprudenza della sezione IV di questo Consiglio di Stato, che questa Sezione ha confermato e richiamato espressamente con recentissima decisione ( VI, 21 aprile 2008, n. 1765; in ordine al richiamato orientamento pregresso cfr., ex multis, dec. n. 6533/2003 e dec. n. 1230/2001, rispetto alle quali rimangono isolate la dec. n. 8245 e la dec. n. 8246 del 2004, peraltro relative a due identiche fattispecie).
L’art. 14, d.P.R. n. 395/1995, incorporantel'accordo sindacale 20 luglio 1995 (riguardante il personale delle Forze di polizia ad ordinamento civile: Polizia di Stato, Corpo di polizia penitenziaria e Corpo forestale dello Stato) ed il provvedimento di concertazione 20 luglio 1995, riguardante le Forze di polizia ad ordinamento militare (Arma dei carabinieri e Corpo della Guardia di finanza), che ha introdotto la monetizzazione delle ferie maturate e non godute, nel ribadire, al comma 7, l’irrinunciabilità riguardo al suddetto congedo, al successivo comma 14 ha previsto che si possa ammettere il pagamento del congedo ordinario non fruito nella sola ipotesi che, all’atto della cessazione dal servizio, detto congedo non sia stato fruito per documentate esigenze di servizio.
Ulteriori deroghe sono state successivamente introdotte dall’art. 18, d.P.R. n. 254/1999, (recepimento dell’accordo sindacale per le Forze di polizia), che ha previsto la possibilità della monetizzazione del congedo ordinario e non fruito in caso di decesso, cessazione dal servizio per infermità o dispensa disposta dopo il collocamento in aspettativa per infermità.
Secondo tale ultima normativa viene compensato, monetizzandolo, quel congedo maturato non fruito, anche in mancanza del presupposto delle documentate esigenze di servizio, in quanto imprevedibili eventi ne abbiano impedito la fruizione.
Rispetto a tale situazione ed in riferimento al più vasto ambito del rapporto di pubblico impiego, la giurisprudenza è per lo più giunta al riconoscimento del diritto alla computabilità, ai fini del calcolo del periodo di congedo ordinario, dei giorni in cui il dipendente non abbia prestato servizio, in quanto collocato in aspettativa per infermità., vale a dire per fatto a lui non imputabile (cfr., tra le altre, C.d.S., sez VI, dec. 26 maggio 1999 n. 670).
Meno ampio è il panorama giurisprudenziale per l’ipotesi del riconoscimento del compenso sostitutivo delle ferie non godute e ritenute maturate nel periodo di aspettativa per infermità.
La tesi favorevole sviluppa l’opzione ermeneutica che ha portato a considerare maturate le ferie anche nel periodo d’infermità per malattia, cioè in assenza di attività di servizio, giungendo ad affermare che, quando il mancato godimento delle ferie non sia imputabile all’interessato, ciò non preclude l’insorgenza del diritto alla percezione dell’emolumento sostitutivo (cfr., ex plurimis, C.d.S., sez, VI, dec. n. 2520/2001).
Nella specie, il collegio ritiene che il compenso per le ferie non godute non debba essere necessariamente connesso esclusivamente a documentate esigenze di servizio, per le quali la prestazione lavorativa sia stata effettuata su richiesta dell’amministrazione, che così abbia impedito il godimento delle ferie maturate, con la conseguenza che, se ragionevolmente si volesse ritenere il diritto al congedo ordinario (indisponibile, irrinunciabile ed indegradabile da parte del datore di lavoro, anche se pubblico) maturabile pure nel periodo di aspettativa per infermità (nella specie, incontestatamente contratta per causa di servizio), da ciò conseguirebbe automaticamente il diritto al compenso sostitutivo, ove tali ferie non venissero fruite.
E ciò implica che nel caso di aspettativa per infermità, diritto al congedo ordinario e compenso sostitutivo costituiscono due facce inscindibili di una stessa situazione giuridica, per cui al primo in ogni caso si dovrà sostituire il secondo (arg. pure ex art. 36, Cost., ed art. 14, d.P.R. n. 395/1995).
L’uno è, in effetti, un diritto incondizionatamente protetto dalla norma costituzionale, salvo che non ne sia imputabile al dipendente il mancato godimento (art. 36, Cost.); l’altro spetta nei limiti in cui è normativamente riconosciuto, traducendosi in un onere ulteriore per l’amministrazione (v. cit. art. 18, d.P.R. n. 254/1999).
In definitiva, se la non imputabilità all’interessato del mancato svolgimento dell’attività di servizio, è alla base del computo dei giorni di congedo ordinario, la non riconducibilità a causa imputabile al datore di lavoro del mancato godimento delle ferie maturate non impedirà di percepirne il compenso sostitutivo, trattandosi oltretutto di ipotesi nella sostanza assimilabile a quella delle “documentate esigenze di servizio”, per cui la sentenza impugnata, apparendo correttamente agganciata ai parametri normativi sopra richiamati ed alle loro implicazioni interpretative, deve pertanto essere confermata.
L’appello va, dunque, respinto, con contestuale salvezza dell’impugnata sentenza, mentre le spese del secondo grado di giudizio possono integralmente compensarsi per giusti motivi tra le parti costituite, tenuto anche conto del loro reciproco impegno difensivo e della natura della vertenza.
P.Q.M.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, Sezione Sesta, respinge il ricorso in appello indicato in epigrafe, confermando per l’effetto la sentenza impugnata.
Compensa le spese di giudizio.
Ordina che la presente decisione sia eseguita dall'Autorità amministrativa.
Così deciso in Roma, il 27.5.2008 dal Consiglio di Stato, in sede giurisdizionale - Sez.VI - nella Camera di Consiglio, con l'intervento dei Signori:
Claudio Varrone                      Presidente
Carmine Volpe            Consigliere
Luciano Barra Caracciolo        Consigliere, Rel.
Aldo Scola                              Consigliere
Roberto Chieppa                     Consigliere
Presidente
CLAUDIO VARRONE
Consigliere                                                                           Segretario
LUCIANO BARRA CARACCIOLO         STEFANIA MARTINES
 
DEPOSITATA IN SEGRETERIA
Il 23/07/2008
(Art. 55, L.27/4/1982, n.186)
Il Direttore della Sezione
MARIA RITA OLIVA
 
CONSIGLIO DI STATO
In Sede Giurisdizionale (Sezione Sesta)
 
Addì...................................copia conforme alla presente è stata trasmessa
 
al Ministero..............................................................................................
a norma dell'art. 87 del Regolamento di Procedura 17 agosto 1907 n.642
 
                                                                                              Il Direttore della Segreteria
 


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permalink | inviato da geronimo il 2/6/2009 alle 21:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

2 giugno 2009

NOTIFICA DI ATTI - LA CASSAZIONE DICE LA SUA

 

E’ profondamente giusto che tutti conoscano i curiosi arzigogoli della nostra Corte Suprema. Questa volta tocca alla sezione tributaria con la sentenza 11620 depositata lo scorso 19 maggio 2009. Una doverosa premessa per i non addetti: la notifica è “atto dell’ufficiale giudiziario” (ma anche dell’aiutante, del trimestrale, del messo comunale, del postino e di recente, dell’avvocato autorizzato) mediante la quale si attesta la consegna “legale” di copia di un atto (o documento) al destinatario; oppure anche senza la consegna materiale, comunque si mette a conoscenza “legale” il o i destinatari, del contenuto di un atto (ad es. la notifica per pubblici proclami). E’ intuitivo che la notifica “per eccellenza” è quella effettuata nelle mani del destinatario. Se il destinatario è una persona giuridica, un ente, è altrettanto ovvio che andrà individuato il “soggetto idoneo” a riceverla. Altro principio generale è che la costituzione in giudizio, successiva alla notifica, sana eventuali vizi di cui fosse affetta la stessa notifica “in quanto l’atto ha raggiunto il suo scopo”. Fermi questi principi generali, per il processo tributario l’art.16 del d.lgs. n. 546 del 1992 testualmente dispone: le notificazioni possono essere fatte anche direttamente a mezzo del servizio postale mediante spedizione dell'atto in plico senza busta raccomandato con avviso di ricevimento ovvero all'ufficio del ministero delle finanze ed all'ente locale mediante consegna dell'atto all'impiegato addetto che ne rilascia ricevuta sulla copia.Quindi non prevede la necessità di un soggetto qualificato a fare le notifiche, ben potendole fare la parte personalmente (o il suo difensore), e prevede che “l’impiegato addetto” (o meglio che si qualifica tale…) ne rilascia una ricevuta sulla copia. La sentenza in commento dichiara inammissibile il ricorso proposto da un contribuente contro l’Agenzia delle entrate consegnato al dipendente dell’Agenzia delle entrate ma non notificato con l’ufficiale giudiziario. E questo, anche se vi è stata la successiva costituzione in giudizio dell’Agenzia delle entrate (quindi aveva avuto ben conoscenza del ricorso). A tali conclusioni, la Cassazione è giunta in quanto "il ricorso risulta consegnato dal contribuente (e non notificato) al “Front Office” dell’ufficio delle entrate di Aversa. Tale modalità di introduzione del giudizio non è sicuramente equipollente ad una notificazione (che è atto dell’ufficiale giudiziario), costituente l’unica modalità di introduzione del giudizio di Cassazione, cui – anche a prescindere dal fatto che la consegna ad un dipendente non equivale a consegna a mani proprie – comunque non si applica l’art.17 del d.lgs. n. 546 del 1992 (Cass. 3419/05), dettato esclusivamente per il giudizio dinanzi alle commissioni tributarie. Deve dunque ritenersi che la notificazione sia del tutto inesistente, con la conseguenza declaratoria di inammissibilità del ricorso, a nulla rilevando l’intervenuta costituzione in giudizio dell’agenzia". Al di là del fatto che “la consegna a mani proprie di un ente” può essere solo frutto di fantasia, il decreto legislativo di cui in discorso titola: DISPOSIZIONI SUL PROCESSO TRIBUTARIO. Senza eccezioni.

Commento tratto da Remedia Juris

http://remediaandpartners.blogspot.com/2009/05/inammissibile-il-ricorso-per-cassazione.html

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