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27 luglio 2009

COCER

Il Cocer non si è opposto alla ripartizione "sbilanciata".  Roma, 25 lug - Dieci giorni fa, il ministro della Difesa ha firmato il decreto contenente i criteri per la distribuzione del Fondo Efficienza Servizi Istituzionali (FESI) per le Forze Armate dopo che, recentemente, lo Stato Maggiore aveva acquisito dalle relative sezioni dei Cocer un parere favorevole sui criteri di ripartizione sbilanciati a favore degli enti centrali rispetto a quelli periferici ed operativi. Il soldato in Aghanistan quindi, esposto a rischi anche mortali, percepirà 300 euro in meno del suo collega "ministeriale" che lavora in ufficio a meno egli non provenga, per sua fortuna, da una delle "strutture di vertice" designate a percepire un assegno più "pesante".


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24 luglio 2009

TRASFERIMENTO PER INCOMPATIBILITA' AMBIENTALE

 

 
 
1. Trasferimento per incompatibilità ambientale - Presupposti.
2. Trasferimento per incompatibilità ambientale - Motivazione – Contenuto
 
1. Il trasferimento per incompatibilità ambientale dei dipendenti pubblici può essere disposto solamente in relazione: a) a fatti e/o comportamenti anche nella vita privata che violino i principi dell’onore e del decoro e che per la loro risonanza ledano il prestigio e l’immagine esterna dell’ufficio; b) ad una condotta all’interno dell’ufficio che, nella sua sistematicità e reiterazione, pregiudichi ogni ulteriore proficua permanenza nella sede; c) a situazioni di conflittualità palesi e/o latenti con l’ambiente di lavoro, che pregiudichino ogni ulteriore proficua utilizzazione del dipendente nella sede di assegnazione, anche per il pregiudizio che ciò arreca alla funzionalità dell’ufficio.
 
2. La natura ampiamente discrezionale dell’atto di trasferimento per incompatibilità ambientale,  impone all’Amministrazione un’adeguata e congrua motivazione sull’esistenza oggettiva dei fatti impeditivi della permanenza nella sede, sul nocumento che si riflette sulla funzionalità e prestigio dell’ufficio, nonché sul nesso di correlazione fra la situazione di grave conflittualità e la condotta tenuta dal dipendente.
 


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24 luglio 2009

SI PUO' SPIARE LA PROPRIA EX IN AUTOMOBILE

Spiare la ex in automobile non è interferenza illecita
(Cassazione 28251/2009)

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE


QUARTA SEZIONE PENALE

ha pronunciato la seguente


SENTENZA

La Corte di Cassazione osserva

Il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Potenza aveva chiesto la misura cautelare della custodia in carcere nei confronti di […] e […] per violazione degliarticoli 615 bis o 617 bis c.p. [1]nonché per la violazione degli articoli 314 e 323 c.p. per il solo […].
I due si sarebbero procurati indebitamente notizie attinenti la vita privata di […] con la quale il […] aveva avuto una relazione sentimentale, poi interrottasi per volontà di lei , installando nell’auto della donna nel vano della luce di cortesia un telefono cellulare con suoneria disattivata su cui era impostata la funzione di risposta automatica in modo da consentire la ripresa sonora di quanto avveniva nell’ auto .
Il P. M. presso il Tribunale di Potenza escludeva che fosse ravvisabile il delitto di
cui all’art. 615 bis o 617 bis c. p. riteneva insufficienti gli indizi in relazione all’articolo 314 cp. mentre in relazione all’abuso in atti di ufficio disponeva la sospensione dall’ufficio del […].
Gli appelli delle parti venivano rigettati dal Tribunale della libertà di Potenza con ordinanza del 19 dicembre 2008.

Con il ricorso per cassazione il Procuratore della Repubblica di Potenza deduceva con riferimento agli articoli 615 e 617 bis cp. la inosservanza ed erronea applicazione della legge penale di cui alla lettera b) dell’articolo 606 cpp e la contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione ex articolo 606 lettera e) c.p.p.

Le questioni sottoposte aI vaglio della Suprema Corte possono così sintetizzarsi :
a) se l’automobile con riferimento ai reato di cui all’articolo 615 bis cp. possa o meno considerarsi un luogo di privata dimora ai sensi dell’ articolo 614 cp. norma espressamente richiamata dall’articolo 615 bis cp.
h) se il divieto di cui all’articolo 617 bis cp. concerna o meno gli strumenti di comunicazione
e) se la espressione altra forma di trasmissione a distanza dei suoni di cui all’articolo 623 bis cp. sia riferita all’oggetto della intercettazione o allo strumento di captazione.

I motivi di ricorso non sono fondati

Le norme in discussione 615 bis c.p. e 617 bis c.p. - tutelano la riservatezza o meglio la libertà morale delle persone individuabile in rapporto all’ambiente e agli strumenti di comunicazione
La disposizione dell’articolo 615 bis cp. tutela la riservatezza di notizie ed immagini e fa riferimento ai soli luoghi indicati nell’art. 614 c. p. e cioè l’abitazione e la privata dimora.

Orbene l’autovettura che si trovi sulla pubblica via non è ritenuta dalla giurisprudenza della Suprema Corte formatasi essenzialmente in materia di intercettazioni tra presenti, luogo di privata dimora ( vedi da ultimo n. 4105/07 - 2356/01 n. 13/05 - 230533 e Cass. Sez. V penale 30 gennaio 18 marzo 2008 n. 12042 )

Tale indirizzo trova conferma nella pronuncia delle Sezioni Unite Penali n. 2795 del 2006 , che con affermazione che, sebbene resa nel contesto della interpretazione della normativa processuale in tema di video riprese appare di carattere generale, ha osservato che non c’è dubbio che il concetto di domicilio individui un rapporto tra la persona ed un luogo, generalmente chiuso, in cui si svolge la vita privata in modo anche da sottrarre chi lo occupa alle ingerenze esterne e da garantirgli, quindi, la riservatezza. Ma il rapporto tra la persona ed il luogo deve essere tale da giustificare la tutela di questo anche quando la persona è assente. In altre parole, la vita personale che vi si svolge, anche se per un periodo di tempo limitato, fa si che il domicilio diventi un luogo che esclude violazioni intrusive, indipendentemente dalla persona che ne ha la titolarità, perché il luogo rimane connotato dalla personalità del titolare, sia o meno questi presente.
Nemmeno gli articoli 617 bis e 623 bis cp risultano violati.
Tali disposizioni concernono infatti gli strumenti di comunicazione nel senso che l’art. 617 bis ha ad oggetto le attività volte a intercettare o impedire comunicazioni e conversazioni che avvengono con il mezzo del telefono o de telegrafo o a seguito dell’ampliamento della fattispecie derivante dall’applicazione della norma di chiusura contenuta nell’articolo 623 bis c.p con altre forme di trasmissione a distanza di suoni immagini o altri dati e non possono con certezza riguardare, anche le intercettazioni o gli impedimenti di conversazioni tra presenti ( vedi oltre la citata Cass. 30 gennaio 2001 n. 12042 anche la n. 4264 del 2006 ).

Insomma, i reati in questione sono ravvisabili quando un terzo si inserisca con l’uso di apposite apparecchiature in un canale di trasmissione di dati , cosa che non è avvenuta nel caso di specie.
Le pur interessanti osservazioni del Pubblico Ministero ricorrente non consentano di superare gli indirizzi giurisprudenziali indicati

Non ricorrono i presupposti indicati dall’articolo 618 c.p.p. per devolvere le questioni di diritto prospettato alle Sezioni Unite Penali come richiesto dai Pubblico Ministero di udienza.
Per le ragioni indicate il ricorso deve essere rigettato.

 

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

DEPOSITATA IN CANCELLERIA IL 9 LUGLIO 2009

 

22 luglio 2009

TRASFERIMENTI FACILI

Tribunale Amministrativo Regionale Toscana sez.I 3/3/2009 n. 387; Pres. Cicciò, G., Est. Giani, R.
1. Trasferimento di un dipendente - Comunicazione di avvio del procedimento - Necessità - urgenza - deroga
2. Trasferimento di un dipendente - Motivazione - riferimento a generiche esigenze di servizio - Illegittimità.

(omissis)
Con il ricorso introduttivo del giudizio Luciano Poli, premesso di essere capo squadra esperto del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, impugna il provvedimento denominato “ordine del giorno” n. 910 dell’11 ottobre 2008, con il quale il Comando Provinciale del Corpo di Firenze lo ha trasferito dalla sede distaccata di Empoli alla sede centrale di Firenze.
Nei confronti del provvedimento gravato il ricorrente articola censure di violazione di legge (artt. 7 e 8 della legge n. 241 del 1990 e art. 3 della stessa legge) e di eccesso di potere (manifesta ingiustizia, contraddittorietà, violazione del principio di buon andamento della p.a.).
L’Amministrazione si è costituita in giudizio per resistere al ricorso.
Con ordinanza n. 7 del 15 gennaio 2009 la Sezione ha disposto incombenti istruttori, ottemperati dalla p.a.
Alla camere di consiglio del giorno 25 febbraio 2009, relatore il dr. Riccardo Giani, sentiti i difensori comparsi, il Collegio ha trattenuto la causa per la decisione nel merito con sentenza succintamente motivata, sussistendone i presupposti e dato di ciò avviso alle parti.
Il provvedimento gravato ha il seguente tenore: “Per esigenze di servizio, si dispone con decorrenza immediata la seguente mobilità: c.s.e. Poli Luciano da turno C del distaccamento di Empoli a turno C della sede Centrale. Il posto vacante sarà coperto in occasione della prossima mobilità interna legata alla prossima assegnazione dei neo capi squadra”.
Nei confronti del suddetto atto il ricorrente formula, in primo luogo, una censura di violazione degli artt. 7 e 8 della legge n. 241 del 1990, per mancata previa comunicazione di avvio del procedimento.
Il motivo è fondato.
La legge n. 241 del 1990, all’art. 7, stabilisce che l’avvio di ogni procedimento amministrativo deve essere preceduto dalla comunicazione, rivolta al soggetto che è destinato a subire gli effetti dell’atto che si va ad adottare, con la quale lo si informa dell’apertura del procedimento medesimo e lo si mette in condizione di poter interloquire nel corso dell’istruttoria con l’autorità procedente. Nel caso che ci occupa il Poli non è stato in alcun modo previamente avvertito dell’apertura di una procedura di mobilità nei suoi confronti. È vero che lo stesso art. 7 stabilisce che è possibile derogare alla comunicazione di avvio in presenza di “ragioni di impedimento derivanti da particolari esigenze di celerità del procedimento”, ma nella specie non risultano sussistere queste “particolari esigenze”, tali non potendosi ritenere il generico riferimento alla presenza del ricorrente come “fonte di stress” per la sua squadra, riferimento che appare del tutto incoerente peraltro con la motivazione dell’atto legata ad “esigenze di servizio”.
Con il secondo motivo il ricorrente censura l’atto gravato per difetto di motivazione.
Anche la suddetta censura appare fondata.
La disposta mobilità è motivata con il solo generico riferimento ad “esigenze di servizio”, il che sembrerebbe alludere a necessità nell’organizzazione del servizio stesso che richiedono la presenza di un capo squadra esperto in più a Firenze rispetto a Empoli. Ma, incoerentemente rispetto a ciò, nella nota del Comandante provinciale del 14 gennaio 2009 non si parla più di esigenze organizzative ma del comportamento e delle difficoltà personali del Poli. Tutto ciò a dimostrazione di una non corretta esplicitazione dei profili motivazionali nell’atto impugnato.
Le ulteriori censure possono essere assorbite.
Alla luce delle considerazioni che precedono il ricorso deve essere accolto, salvi in ogni caso i successivi provvedimenti dell’Amministrazione, con compensazione delle spese di lite.

P.Q.M.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Toscana, 1^ Sez., definitivamente pronunciando, accoglie il ricorso e per l’effetto annulla il provvedimento impugnato.
Compensa tra le parti le spese di giudizio.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.


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22 luglio 2009

LICENZIAMENTO FRETTOLOSO

Corte di Cassazione Civile Sezione lavoro 22/6/2009 n. 14586
Sanzione disciplinare - Proporzionalità- Valutazione

(omissis)
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Con sentenza in data 13-18 aprile 2007 la Corte di appello di Torino, in riforma della sentenza del Tribunale di Biella dell'8 giugno 2006, impugnata dalle Cime Bianche s.r.l., rigettava la domanda proposta da Fausto M. per l'annullamento del licenziamento intimatogli il 13 luglio 2005.
Osservava in sintesi la corte territoriale che, ai fini della legittimità del licenziamento, rilevava che la condotta del lavoratore aveva determinato il blocco, pur solo momentaneo, delle macchine e l'abbandono del posto di lavoro di cui lo stesso aveva la responsabilità, e che ciò era ancor più grave se si considera che il fatto era avvenuto in orario notturno, ove presumibilmente minori erano i controlli dei superiori, senza che potesse avere rilievo la lunga carriera lavorativa del dipendente, l'assenza di precedenti sanzioni, la mancanza di alcun danno alla produzione o la previsione di una più lieve sanzione da parte del contratto collettivo, trattandosi di elencazione meramente esemplificativa e rilevando nella fattispecie la posizione di responsabile del reparto del dipendente.
Per la cassazione della sentenza propone ricorso Fausto M. con quattro motivi.
Resiste con controricorso la Cime Bianche s.r.l., illustrato con memoria.

MOTIVI DELLA DECISIONE
Con il primo motivo, proposto ai sensi dell'art. 360, n. 3, c.p.c., il ricorrente lamenta violazione degli artt. 2119 c.c. e dell'art. 1 della l. n. 604 del 1966 in relazione agli artt. 72 e 74 del c.c.n.l. del settore tessile.
In particolare osserva che la corte piemontese, omettendo una lettura sistematica delle indicate disposizioni contrattuali, non ha considerato che, sulla base delle stesse, l'estrema sanzione del licenziamento è prevista come adeguata solo rispetto alla ipotesi di abbandono del posto di lavoro, che determini pregiudizio all'incolumità delle persone o alla sicurezza degli impianti: circostanze nella specie non sussistenti, essendosi trattato del momentaneo allontanamento dalla postazione lavorativa, con permanenza del lavoratore negli stessi locali aziendali, a breve distanza dalla prima e senza alcun danno per la attività produttiva.
Con il secondo motivo, svolto ai sensi dell'art. 360, nn. 3 e 5, c.p.c. in relazione agli artt. 1455, 2106, 2119, 2697 c.c. e agli artt. 1 e 5 della l. n. 604 del 1966, il ricorrente si duole che la corte territoriale ha adottato la massima sanzione senza alcuna effettiva indagine circa la posizione di responsabilità del dipendente, fatta derivare da documenti inutilizzabili (in quanto relativi a procedimenti disciplinari archiviati) e senza accertare la sua riconducibilità al piano tecnico, più che a quello gerarchico.
Con il terzo motivo, il ricorrente prospetta, ai sensi dell'art. 360, nn. 3 e 5, c.p.c. in relazione agli artt. 1455, 2106, 2119, 2697, 2727 c.c. e agli artt. 1 e 5 della l. n. 604 del 1966, che la corte di merito ha connotato di particolare gravità il comportamento contestato tenendo conto dell'orario in cui l'episodio si è verificato senza, tuttavia, accertare l'effettiva assenza di controlli e l'assoluta occasionalità della presenza del direttore nello stabilimento in orario serale.
Con l'ultimo motivo, infine, il ricorrente lamenta, ai sensi dell'art. 360, nn. 3 e 5, c.p.c., violazione e falsa applicazione degli artt. 1455, 2106, 2119 c.c. e 116 c.p.c., nonché vizio di motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio osservando che la sentenza impugnata, omettendo una valutazione concreta e complessiva dei fatti, sia sotto il profilo soggettivo che oggettivo, ha mancato di vagliare la lunga durata del rapporto di lavoro, l'assenza di recidiva e il comportamento successivo stesso del datore di lavoro, il quale si era interessato per reperire al dipendente una nuova occupazione.
I motivi, per la connessione delle argomentazioni e delle problematiche, vanno esaminati congiuntamente e risultano meritevoli di accoglimento nei limiti che saranno oltre specificati.
Deve premettersi, con riferimento al principio di necessaria proporzionalità fra fatto addebitato e recesso (che costituisce il tema controverso essenziale della presente controversia), come la giurisprudenza di questa Suprema Corte abbia da tempo individuato l'inadempimento idoneo a giustificare il licenziamento in ogni comportamento che, per la sua gravità, sia suscettibile di scuotere la fiducia del datore di lavoro e di far ritenere che la continuazione del rapporto si risolva in un pregiudizio per gli scopi aziendali (cfr. per tutte Cass. n. 14551/2000; Cass. n. 16260/2004), sicché quel che è veramente decisivo, ai fini della valutazione della proporzionalità fra addebito e sanzione, è l'influenza che sul rapporto di lavoro sia in grado di esercitare il comportamento del lavoratore che, per le sue concrete modalità e per il contesto di riferimento, appaia suscettibile di porre in dubbio la futura correttezza dell'adempimento e denoti una scarsa inclinazione ad attuare diligentemente gli obblighi assunti, conformando il proprio comportamento ai canoni di buona fede e correttezza.
Ne deriva che la proporzionalità della sanzione non può essere valutata solo in conformità alla funzione dissuasiva che la stessa sia destinata ad esercitare sul comportamento degli altri dipendenti, dal momento che il principio di proporzionalità implica un giudizio di adeguatezza eminentemente soggettivo, e cioè calibrato sulla gravità della colpa e sull'intensità della violazione della buona fede contrattuale che esprimano i fatti contestati, alla luce di ogni circostanza utile (in termini soggettivi ed oggettivi) ad apprezzarne l'effettivo disvalore ai fini della prosecuzione del rapporto contrattuale.
Solo a queste condizioni, del resto, il principio di proporzionalità risulta in grado di influire sul comportamento degli altri dipendenti senza assumere un valore di "esemplarità" disgiunto dalla misura della responsabilità del dipendente e dalla conseguente realizzazione dell'interesse aziendale in termini proporzionati alla portata della prima, garantendo in tal modo, per come si è detto, la reale eticità del rapporto.
Sulla base di tale configurazione, spetta, pertanto, al giudice di merito valutare la congruità della sanzione espulsiva non sulla base di una valutazione astratta del fatto addebitato, ma tenendo conto di ogni aspetto concreto della vicenda processuale che, alla luce di un apprezzamento unitario e sistematico, risulti sintomatico della sua gravità rispetto ad un'utile prosecuzione del rapporto di lavoro, assegnandosi, innanzi tutto, rilievo alla configurazione che delle mancanze addebitate faccia la contrattazione collettiva, ma pure all'intensità dell'elemento intenzionale, al grado di affidamento richiesto dalle mansioni svolte dal dipendente, alle precedenti modalità di attuazione del rapporto (ed in specie alla sua durata e all'assenza di precedenti sanzioni), alla sua particolare natura e tipologia.
In particolare merita di essere ribadito che, se la nozione di giusta causa è nozione legale ed il giudice non è vincolato alle previsioni contrattuali configuranti determinate condotte quali giusta causa di recesso, tuttavia ciò non gli impedisce di far riferimento alle valutazioni che le parti sociali abbiano fatto della gravità di determinate condotte come espressive di criteri di normalità (cfr. Cass. n. 2906/2005), con la conseguenza che il datore di lavoro non potrà in linea di principio (e cioè, in assenza di puntuali controindicazioni in punto di proporzionalità) irrogare un licenziamento per giusta causa quando questo costituisca una sanzione più grave di quella prevista dal contratto collettivo in relazione ad una determinata infrazione (cfr. Cass. n. 19053/2005).
La sentenza impugnata non ha fatto corretta applicazione dei principi indicati.
In particolare, la corte piemontese, non operando una valutazione coordinata e unitaria dei dati legalmente rilevanti ai fini della valutazione della proporzionalità della sanzione, ha assegnato esclusivo ed autosufficiente rilievo alla posizione (peraltro non formalizzata) di responsabilità del dipendente, senza considerare, nell'ambito di un apprezzamento che doveva essere necessariamente globale e non parcellizzato, innanzi tutto le difformi previsioni della contrattazione collettiva, che, enucleate al fine di "garantire un rapporto quanto più definito tra sanzione e mancanza", hanno tipizzato espressamente il fatto contestato prevedendo, con riferimento allo stesso, le minori sanzioni della sospensione o della multa; previsioni dalle quali la corte di merito non poteva prescindere, specie in un contesto professionale (sicuramente rilevante ai fini della prognosi circa la correttezza del futuro adempimento) caratterizzato da una durata ultraventennale del rapporto e dall'assenza di precedenti sanzioni.
A ciò si aggiunga che, nella ricostruzione dei fatti (sulla quale pure è pesato il rilievo assorbente ed autosufficiente riconosciuto alla posizione di responsabilità del dipendente), i giudici di appello hanno omesso di valutare, anche alla luce delle previsioni contrattuali, se si trattò di vero e proprio abbandono del posto di lavoro, ovvero di momentaneo allontanamento dalla postazione lavorativa, con trasferimento per un assai breve arco di tempo in locali attigui a quelli ove erano siti gli impianti (e quindi, di sospensione del lavoro), così come si è trascurato di considerare il carattere non preordinato della riunione e l'assoluta assenza di danno per la produzione (sospesa per non più di dieci minuti).
Il che implica che la corte di merito ha operato una valutazione sostanzialmente astratta della vicenda processuale, incapace di cogliere, attraverso la rilevazione degli elementi sintomatici essenziali della sua gravità, l'effettivo disvalore del comportamento addebitato.
La sentenza impugnata va, pertanto, cassata e la causa rimessa ad altra corte territoriale, la quale, decidendo anche in ordine alle spese, provvederà a nuovo esame da compiersi alla luce del seguente principio di diritto:
"In caso di licenziamento per giusta causa, ai fini della proporzionalità fra fatto addebitato e recesso, viene in considerazione ogni comportamento che, per la sua gravità, sia suscettibile di scuotere la fiducia del datore di lavoro e di far ritenere che la continuazione del rapporto si risolva in un pregiudizio per gli scopi aziendali, essendo determinante, ai fini del giudizio di proporzionalità, l'influenza che sul rapporto di lavoro sia in grado di esercitare il comportamento del lavoratore che, per le sue concrete modalità e per il contesto di riferimento, appaia suscettibile di porre in dubbio la futura correttezza dell'adempimento e denoti una scarsa inclinazione ad attuare diligentemente gli obblighi assunti, conformando il proprio comportamento ai canoni di buona fede e correttezza.
Spetta al giudice di merito valutare la congruità della sanzione espulsiva non sulla base di una valutazione astratta del fatto addebitato, ma tenendo conto di ogni aspetto concreto della vicenda processuale che, alla luce di un apprezzamento unitario e sistematico, risulti sintomatico della sua gravità rispetto ad un'utile prosecuzione del rapporto di lavoro, assegnandosi a tal fine preminente rilievo alla configurazione che delle mancanze addebitate faccia la contrattazione collettiva, ma pure all'intensità dell'elemento intenzionale, al grado di affidamento richiesto dalle mansioni svolte dal dipendente, alle precedenti modalità di attuazione del rapporto (ed in specie alla sua durata e all'assenza di precedenti sanzioni), alla sua particolare natura e tipologia".

P.Q.M.
La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia anche per le spese alla Corte di appello di Genova.

15 luglio 2009

MINACCIA DI SANZIONE DISCIPLINARE - REATO

Corte di Cassazione Penale sez.V 6/5/2009 n. 19021
Minaccia - superiore gerarchico  - sanzione disciplinare

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
QUINTA SEZIONE PENALE

Composta dagli Ill. mi Sigg.:
Dott. Renato Luigi CALABRESE - Presidente -
Dott. Arturo CARROZZA - Consigliere -
Dott. Raffaello FEDERICO - Consigliere -
Dott. Vito SCALERA - Consigliere -
Dott. Gian Giacomo SANDRELLI - Consigliere -
ha pronunciato la seguente

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
1) F. N. N. IL ****
avverso SENTENZA del 05/10/2007
CORTE APPELLO di LECCE
visti gli atti, la sentenza ed il ricorso
dita in PUBBLICA UDIENZA la relazione fatta dal Consigliere CARROZZA ARTURO
Udito il Procuratore Generale in persona del dott. Alfredo Montagna che conclude a l’inammissibilità del ricorso
che ha concluso per
Udito, per la parte civile, l’Avv.
Uditi i difensori Avv.

FATTO E DIRITTO

l. - La Corte di Appello di Lecce ha confermato la sentenza del Tribunale della stessa città, in ordine alla dichiarazione di responsabilità e alla determinazione della pena nei confronti di ****, in relazione al reato di cui all’art. 612, 2° comma, c.p. in danno di ****, per avere proferito, all’indirizzo di costei, che stava vietando al primo, alla guida della propria autovettura, il transito in una zona interdetta, la seguente frase: "io sono il tuo capo e devi fare quello che dico io; lunedì ti voglio a rapporto, quella è la macchina, fai la contravvenzione", -ma in parziale riforma ha rideterminato i danni liquidati in favore della stessa, costituita parte civile, in € 5.00,00.
2.- L’imputato propone ricorso per cassazione, deducendo la nullità della sentenza per violazione, falsa ed errata interpretazione e applicazione dell’art. 612,2° comma c.p., in quanto: a.- la frase attribuita ad esso **** non era idonea a coartare la libertà psichica della **** e la sua determinazione; b.- il male minacciato non poteva dipendere da esso stesso, perché egli, come sindaco non era legittimato ad infliggere sanzioni disciplinari; c. - nessuno scopo giusto aveva da perseguire perché egli aveva già percorso la strada in senso vietato e aveva sollecitato la compilazione del verbale; d.- la frase proferita doveva ritenersi una mera manifestazione di un’intenzione priva di attuabilità; e.- la frase era stata pronunciata in uno stato di " ira sociale" davanti all’arroganza della ****, animata dalla smania di censurare pubblicamente, anche al di là dello zelo, il sindaco; f.- la minaccia non doveva ritenersi il grave; g.- l’ipotesi delittuosa poteva ritenersi quella di cui all’art. 650 c.p..
3.- Il ricorso è manifestamente infondato.
I giudici del merito hanno dato conto di come dalle dichiarazioni dei testi escussi risultava che il ****, nonostante l’impossibilità di transitare nella zona, interdetta al traffico veicolare, peraltro su ordinanza sindacale dello stesso ****, e il divieto opposto dal vigile **** nel rispetto della normativa, avesse pronunciato la frase "io sono il tuo capo, tu devi obbedire ai miei ordini, domani ti voglio nel mio ufficio a rapporto" e subito dopo avesse, con una sgommata, ugualmente proseguito nonostante il divieto di circolazione. Gli stessi giudici del merito hanno di conseguenza legittimamente e con logica evidenziato che il **** non avesse chiesto una semplice relazione di servizio sui fatti, che peraltro erano a conoscenza dello stesso sindaco, ma avesse voluto intimidire, facendo intravedere la possibilità di azioni disciplinari, il vigile urbano, che aveva cercato soltanto di fare rispettare il divieto, per "non avere ubbidito ai suoi ordini". E, difatti, la Corte territoriale ha precisato che successivamente come risultava da una testimonianza il **** aveva chiamato davanti a sé sia la **** che il Comandante per verificare la possibilità di un’azione disciplinare.
Il fatto che il potere disciplinare spettasse al Segretario comunale non poteva escludere l’intento minaccioso tenuto conto che l’imputato comunque era sempre il capo dell’amministrazione comunale e si trovava in una situazione di superiorità gerarchica rispetto alla parte offesa. Per cui la minaccia era certamente grave, come, peraltro, evidenziato dai giudici del merito, proprio in considerazione della subordinazione gerarchica.
Che il fatto fosse idoneo a incutere timore e turbamento è provato da quanto evidenziato dalia Corte territoriale e cioè che la ****, nell’occasione, si trovò sconvolta e in lacrime.
La deduzione che il fatto poteva essere riconosciuto come violazione dell’art. 650 c.p., non trova alcuna consistenza, perché il fatto contestato non è l’inosservanza del divieto bensì la minaccia al vigile urbano.
La manifesta infondatezza del ricorso importa che lo stesso va dichiarato inammissibile. Ne consegue anche la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali nonché al versamento della somma determinata, per le ragioni di inammissibilità, in euro 500,00 in favore della Cassa delle Ammende, tenuto conto del fatto che non sussistono elementi per ritenere che "la parte abbia proposto ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità" (Corte Cost. n. 186/2000).

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 500,00 in favore della Cassa delle Ammende.
ROMA 22 gennaio 2009
DEPOSITATO IN CANCELLERIA IL 6 MAGGIO 2009.


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11 luglio 2009

INCIDENTE STRADALE - ASSICURAZIONI

Incidente stradale/assicurazione: e' facoltativa l'azione di indennizzo contro la propria compagnia. Sentenza Corte Costituzionale da' piu' tutela ai consumatori
In caso di incidente stradale, l'azione di indennizzo verso la propria assicurazione e' facoltativa. Cosi' la sentenza n.180 del 19 Giugno 2009 della Corte Costituzionale che, in sostanza, ha riabilitato il vecchio sistema dell'azione contro l'assicurazione del responsabile. Una sentenza interpretativa di rigetto (interpretando cioe' la norma in conformita' dei principi costituzionali) che e' molto importante per i consumatori: il sistema dell'indennizzo diretto aveva diminuito la loro tutela nei confronti delle imprese assicurative e non aveva portato a quell'abbassamento dei prezzi tanto sbandierato.
Il cosiddetto codice delle assicurazioni prevede per il risarcimento del danno da circolazione stradale una procedura d'indennizzo diretto. L'interpretazione piu' diffusa propendeva per l'esclusivita' di tale azione: il danneggiato, per il risarcimento del danno doveva rivolgersi al proprio assicuratore senza che gli venisse riconosciuto il rimborso delle spese legali (avvocato, agenzia di pratiche infortunistiche, ecc.). Per cui spesso si trovava solo contro la propria compagnia assicurativa e, se non aveva le competenze necessarie, non era la situazione ideale per farsi valere.
Con questa sentenza la Corte ha dichiarato questo sistema come facoltativo. Il consumatore danneggiato potra' decidere se agire contro la propria compagnia assicurativa o contro l'assicurazione del responsabile. E in quest'ultimo caso -cosi' com'era in passato- gli potranno essere riconosciute le spese legali.

TRATTO DA ADUC


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10 luglio 2009

INPDAP - DIFFERIMENTI STIPENDIALI

Applicazione dell’art.69 della legge 133/2008 e differimento di dodici mesi degli automatismi stipendiali per il personale in regime di diritto pubblico
(Inpdap, Nota Operativa 2.7.2009 n. 39)

Il decreto legge 25 giugno 2008, n.112, convertito con modificazioni nella legge 6 agosto 2008, n.133, recante disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria, ha disposto all’articolo 69, a partire dal 1 gennaio 2009, il differimento di dodici mesi degli automatismi stipendiali nei confronti del personale in regime di diritto pubblico, di cui all’articolo 3 del decreto legislativo 30 marzo 2001 n.165.
Il differimento, nello specifico, riguarda la maturazione degli aumenti biennali o delle
classi  di stipendio – previsti dai rispettivi ordinamenti delle Amministrazioni di appartenenza del personale di cui trattasi – i quali, nei limiti del 2,50 per cento, vengono differiti “una tantum” dal 1 gennaio 2009.
Alla scadenza del periodo di differimento, da considerarsi utile ai fini della maturazione delle ulteriori successive
classi  di stipendio o degli ulteriori aumenti biennali, è previsto (art. 69, comma 1) che venga attribuito il corrispondente valore economico maturato.
Parimenti, nelle ipotesi di cessazioni dal servizio o passaggi di qualifica (cfr. promozione giuridica alla qualifica superiore o attribuzione del trattamento economico superiore) avvenuti nel corso del periodo di differimento, la nuova norma (art.69, commi 2 e 3) stabilisce che si debba procedere, alla scadenza del periodo e con la medesima decorrenza, alla rideterminazione del trattamento economico di pensione o del trattamento economico spettante nella nuova qualifica, considerando a tal fine anche il valore economico della classe di stipendio o dell’aumento biennale maturato....

10 luglio 2009

INAIL - DIFFIDA

La diffida ex art. 16 TU 1124/1965 ed i ricorsi in materia di obbligo assicurativo Inail
(Inail, Nota 24.6.2009 n. 6704 - Dott.ssa Silvana Toriello)

Prima della richiesta dei premi nei casi di accertata violazione delle disposizioni ex art. 12 TU 1124/1965 va spedita diffida al datore di lavoro.  Il Ministero del lavoro con  la nota del 7 aprile 2009 ha comunicato, alle proprie DPL, di non considerare ammissibiligravami in materia di obbligo assicurativo Inail prodotti verso atti diversi dalla diffida ( certificati di assicurazione o di variazione).   
L'INAIL, con la nota n. 6704 del 24 giugno 2009, ha reso noto che è stato concordato un periodo di transizione di 6 mesi, durante il quale le DPL continueranno a pronunciarsi sui ricorsi amministrativi proposti ai sensi dell'art. 16 del TU n. 1124/65 anche in presenza di atti che rivestono una forma diversa dalla diffida, se riferiti a controversie circa la sussistenza dell'obbligo assicurativo, compresi, quindi, i certificati di variazione emessi da una sede Inail. Nel contempo, l'Istituto si attiverà per adeguare al disposto normativo le procedure informatiche realizzando , peraltro, d'intesa con lo stesso Ministero del Lavoro, una interoperabilità per via informatica con le DPL, secondo modalità che verranno individuate in seguito .

8 luglio 2009

OLTRAGGIO A PUBBLICO UFFICIALE

Il Ddl sicurezza è stato definitivamente approvato, si resta in attesa della pubblicazione sulla gazzetta ufficiale.

 
Nel pacchetto è stato reintrodotto il reato di "oltraggio a pubblico ufficiale" con possibilità però per il cittadino di ottenere la “decadenza” del reato previo risarcimento del danno. Essendo prevista la pena della reclusione fino a tre anni, la competenza è del Tribunale in composizione monocratica.


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8 luglio 2009

ASSENZE PER MALATTIA

 

Articolo 17, DL 1/7/2009 n. 78 - Assenze per malattia: si torna alle vecchie fasce orarie di reperibilità e la spesa per la visita fiscale non ricade sull'ente locale
 
ASSENZE PER MALATTIA
         Il comma 5 dell’art. 71 L. 133/08 è abrogato, e gli effetti di tale abrogazione decorrono dall’entrata in vigore del presente Decreto Legge.

         Il comma 5 citato prevedeva la non fruizione delle somme stanziate per la contrattazione integrativa in caso di assenza per malattia del dipendente, con conseguente diminuzione dell’introito netto annuo. Tale abrogazione significa che l’assenza per malattia non inciderà negativamente sulla distribuzione del salario accessorio.   Ciò è in linea con la Riforma dell’Amministrazione che il Governo sta attuando attraverso la L. 15/09 e il collegato Decreto legislativo di attuazione della stessa, che basa la distribuzione dei fondi destinati alla contrattazione integrativa sui risultati ottenuti dal personale e sulla sua produttività.

         Il Decreto Legge abroga poi, anche il secondo periodo del comma 3 dell’art. 72 L. 133/08 che fissava le fasce orarie di reperibilità per le visite di controllo dalle 8.00 alle 13.00 e dalle ore 14 alle ore 20.00, che davano luogo a qualcosa di simile ad un arresto domiciliare dei lavoratori. Il diverso trattamento riservato ai lavori pubblici rispetto ai lavoratori privati, del tutto ingiustificato sotto ogni profilo, di merito e di diritto, viene finalmente meno dopo un anno di pressioni. Le fasce di reperibilità pertanto tornano ad essere –dalla data di entrata in vigore del Decreto Legge- quelle precedenti, vale a dire dalle 10:00 alle 12:00 e dalle 17:00 alle 19:00.
         Per ciò che riguarda i carichi onerosi derivati dall’effettuazione dei controlli sulle assenze per malattia, essi spettano al Servizio sanitario nazionale. Il Decreto Legge infatti chiarisce che il Servizio Sanitario Nazionale non può pretendere il pagamento delle visite di controllo alle Amministrazioni richiedenti, poiché tale attività è un suo specifico compito istituzionale. Si pone fine così al braccio di ferro che spesso ha opposto il Servizio Sanitario Nazionale alle diverse Amministrazioni.
 

7 luglio 2009

NOTE CARATTERISTICHE - DIFFAMAZIONE - ATTO PUBBLICO

 

Diffamazione – atto recante note caratteristiche sul conto dell’inferiore gerarchico - è atto pubblico
(Cass. Sez. I^ ud. pubbl. n.749, 16/06/05, Pres. Fazzioli, Rel. Corradini, p.m. diff. imp. Biagioni)
 
Cpmp art. 227
 
L’atto recante note caratteristiche sul conto dell’inferiore gerarchico è da considerare atto pubblico, e ciò non solo perché redatto da pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni, ma anche perché esso – atto interno e preparatorio- costituisce parte integrante di fattispecie complessa di atto pubblico
 


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6 luglio 2009

AUTOVELOX - DEVE ESSERE SEMPRE SEGNALATO

 

La norma di cui all’art. 4 d.l. 121/2002, che prevede l’obbligo di segnalare agli automobilisti la presenza di dispositivi per il rilevamento elettronico della velocità dei veicoli, non contiene una disposizione efficace solo nei servizi organizzativi interni della pubblica amministrazione, ma è norma di garanzia per gli utenti della strada in quanto finalizzata ad orientare la condotta di guida e preavvertirli del possibile accertamento delle violazioni. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, sezione II civile, con sentenza 26 Marzo 2009, n. 7419,  precisando, altresì, che la violazione di tale obbligo informativo, determina al nullità della sanzione eventualmente irrogata.

 

Corte di Cassazione, sez. II penale, 13 marzo 2009, n. 11131

Le apparecchiature utilizzate per il rilevamento, sulla rete stradale, della velocità dei veicoli in transito devono essere segnalate agli automobilisti con adeguato anticipo (almeno 400 metri prima della loro collocazione) in modo da garantire il tempestivo avvistamento. Conseguentemente, l’occultamento e la mancata segnalazione preventiva delle postazioni mobili di controllo sono elementi sufficienti ad affermare la sussistenza del fumus del reato di truffa di cui all’art. 640 c.p.


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3 luglio 2009

SI CALPESTANO ANCHE I DIRITTI ELEMENTARI

ANCHE I FANNULLONI VENGONO PREVARICATI !!!!!!!! (BRUNETTA DOVE SEI?)

Sono un Maresciallo Capo dei Carabinieri in congedo (Promosso verosimilmente a A s.U.P.S.) dall'aprile 2009, per riforma (invalidità). Prima di essere collocato in congedo "CON SOLLERZIA", attraverso una convalescenza che perdura per sette mesi. Per precisione dal mese di settembre 2008, vengo giudicato temporaneamente NON IDONEO al servizio militare incondizionato. ( Per adesso NON entrerò nello specifico.)

Dalla data di posizionamento in convalescenza scemano e neanche gradualmente, i diritti anche i più elementari e più specificatamente:- L'ARMA SI DIMENTICA DEL PROFFESIONISTA (costato fra l'altro per la sua preparazione una cifra sicuramente congrua ai costi di mercato ma dal contribuente comunque pagata), lo posiziona a riposo con diritto a rendita vitalizia, perche il professionista fortunato, non è presente a MESU E RIOS (strage di chilivani) o perchè non ha commesso reati e quindi è vivo!.

Il militare in argomento, dimenticato perchè fà comodo, non percepisce come suo diritto legittimo la busta paga da settembre 2008 ( i soldi in C/C sono nonostante tutto accreditati) ma il documento che giustifica la corresponsione degli emolumenti per l'ente erogatore dei danari non ha nessuna importanza perchè l'ennesimo appartente ad una folla di FANNULLONI che può farsene di un foglio di carta? contente numeri se secondo loro da i numeri?

Intanto il fannullone in argomento non si vede consegnare il cud. (siamo al 3 luglio2009) vorrei io fannullone sapere se il comandante generale o qualsiasi altra carica dirigenziale ha avuto lo stesso trattamento e il medesimo risultato "NON HA POTUTO PRESENTARE IL 730.

 

Non avendo percepito la busta paga NON SA' che deve adempiere alla domanda di rinnovo della richiesta di detrazioni fiscali. Infatti non presenta gli stampati secondo i criteri enunciati in calce alla busta paga e il centro amministrativo di Chieti gli addebita quanto legalmente percepito ma secondo loro indebitamente perchè non è stata presentata la domanda formalmente.

 

TRATTO DA UNA CONFESSIONE DEL FRATELLO DI FANTOZZI CHE USAVA "OBEDIR TACENDO"

 

 

 

 


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1 luglio 2009

POSTE

Caro Poste. Costo raccomandata: aumenti del 18% e del 37%
Da oggi aumenta la tariffa delle lettere raccomandate e assicurate per il pubblico ''normale''. Il decreto e' stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 29 giugno. Il ritocco non riguarda le raccomandate per le procedure amministrative e giudiziarie, ne' la clientela professionale ed aziendale, ma solo il pubblico indistinto: fino a 20 grammi spedita nel paese passa da 2,80 a 3,30 euro (piu' 18%); per il peso fino a 50 grammi si passa da 3,20 a 4,40 euro (piu' 37,5%).


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1 luglio 2009

CANCRO - LABILE SPERANZA

Cancro. Una proteina da' speranza contro le metastasi
La lotta alla metastasi, ossia la diffusione del cancro in organi diversi da quello colpito inizialmente, e' il fronte piu' attivo della ricerca oncologica. S'intensificano infatti gli studi per tentare di frenare il pericoloso cammino delle cellule cancerose che, attraverso il sangue, colonizzano altre parti del corpo. Se non ci fosse una metastasi, sarebbe molto piu' facile curare o cronicizzare un tumore: il 90% dei decessi per cancro si deve infatti alla sua disseminazione in organi vitali.
Una notizia positiva arriva dalla scoperta che la proteina prosaposina si e' dimostrata -solo in modelli animali, per ora- un inibitore della disseminazione delle cellule cancerose, per via endovenosa. La scoperta e' stata riferita da ricercatori statunitensi e norvegesi sulla rivista Proceedings dell'Accademia delle Scienze degli Stati Uniti.

1 luglio 2009

BANCA D'ITALIA - ARBITRATO

TRATTO DA ADUC NEWS

Banca d'Italia approva l'Abf, il nuovo arbitro per le liti tra istituti di credito e clientela
Nuove disposizioni Bankitalia in materia sul risoluzione stragiudiziale delle controversie, relative a operazioni e servizi bancari e finanziari che possono insorgere con la clientela.
Il nuovo sistema, si legge in una nota di via Nazionale, 'e' disegnato per permettere ai clienti delle banche e degli intermediari finanziari di ottenere - in modo semplice, rapido e poco costoso - una decisione imparziale su reclami che non abbiano trovato soluzione nell' interlocuzione diretta con l' intermediario. L'Abf (Arbitro bancario finanziario) sara' giudicato in tre collegi giudicanti con sede a Milano, Roma e Napoli; i clienti delle banche potranno rivolgersi a tutte le filiali della Banca d' Italia aperte al pubblico sia per ottenere informazioni sia per presentare i ricorsi.
Ciascuno dei tre collegi giudicanti, afferma la nota, sara' costituito da cinque componenti nominati dalla Banca d'Italia, due dei quali designati da associazioni degli intermediari e dei clienti. Tutti i componenti risponderanno a requisiti di esperienza e imparzialita'; assicureranno un impegno attivo e costante in seno al collegio.


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1 luglio 2009

CLASS ACTION CONTRO LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

TRATTO DA ADUC NEWS

Consiglio di Stato: parere favorevole alla class action contro la Pubblica amministrazione
Il Consiglio di Stato ha dato parere favorevole allo schema di decreto legislativo 'Brunetta' che introdurrebbe la possibilita' per i cittadini attivare una class action contro la Pubblica amministrazione.


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1 luglio 2009

MUTUI - AUTOCERTIFICAZIONE

TRATTO DA ADUC NEWS

Agevolazione mutui: autocertificazione per tutti
Le banche dovranno comunicare a tutti i mutuatari che per fruire delle agevolazioni governative sui mutui prima casa, potranno utilizzare un modulo di autocertificazione. Lo prevede una circolare dell'Abi. L'agevolazione riguarda i mutuatari che hanno acceso un mutuo a tasso variabile prima del 31 ottobre 2008 e prevede un tetto massimo del 4% agli interessi.
http://www.aduc.it/dyn/sosonline/schedapratica/sche_mostra.php?Scheda=242529


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