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24 febbraio 2010

IDENTIFICAZIONE DEL DIPENDENTE PUBBLICO

 

 

19 febbraio 2010

RESIDENZA NEGATA - IL COMUNE CREA OSTACOLI

Newsletter dell'Unione Nazionale Consumatori                                                             22 (SdC – feb. 10) –

Talvolta l’anagrafe comunale fa resistenza alla domanda del cittadino di cambiare residenza, facendo riferimento ad una “normativa” di cui non si ha notizia. Non esiste una normativa del genere, anzi nel negarle la residenza l’ufficiale dell’anagrafe compie un abuso e un rifiuto di atti d’ufficio che potrebbe essere denunciato alla Procura della Repubblica. Lo ha chiarito anche il ministero dell’Interno con la circolare n. 81/995, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 19 giugno 1995, nella quale ha ricordato che la richiesta di residenza “costituisce un diritto soggettivo del cittadino, non appare vincolata da alcuna condizione né potrebbe essere il contrario, in quanto in tal modo si verrebbe a limitare la libertà di spostamento e di stabilimento dei cittadini sul territorio nazionale in palese violazione dell’articolo 16 della Costituzione”. Il ministero dell’Interno ha ulteriormente precisato che “appaiono contrari alla legge e lesivi dei diritti dei cittadini quei comportamenti adottati da alcune amministrazioni comunali che, nell’esaminare le richieste di iscrizione anagrafica, chiedono… nel caso di persone coniugate, la contemporanea iscrizione di tutti i componenti il nucleo familiare”. La circolare ministeriale conclude che, semmai, l’amministrazione comunale può accertare in un tempo successivo l’effettiva presenza del cittadino nel luogo di residenza.

18 febbraio 2010

CDS - SISTEMA DI RITENUTA

Maggioli Editore 16/2/2010
Sistemi di ritenuta

Domanda

Quale riferimento o normativa prevede nel caso in cui viene contestato l'art. 172/10° comma CdS al passeggero maggiorenne di un'autovettura? L'obbligato in solido e' il conducente dello stesso veicolo anche se diverso dal proprietario?

Risposta

Nessuna. Probabilmente chi pone il quesito confonde l'obbigatorietà in solido (regolamentata dall'articolo 196 cds), con il concorso nelle eventuali lesioni del passeggero in caso di incidente e derivanti - in toto o in parte - dal mancato od irregolare utilizzo dei prescritti sistemi di ritenuta.
 In questo caso infatti, il conducente, pur non essendo responsabile nè personalmente e nemmeno in solido di violazioni formali al codice della strada, può essere chiamato a rispondere penalmente per il concorso nel reato di lesioni colpose (o morte) patite dal passeggero.
Tale responsabilità o corresponsabilità è stata riconosciuta da giurisprudenza di Cassazione in ragione della possibilità del conducente di non far salire (oppure di imporre che scenda) chi non utilizza i sistemi di ritenuta.


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18 febbraio 2010

PROCEDIMENTO DISCIPLINARE - CONTRADDITTORIO

Ordinanza Corte di Cassazione Civile Sezione lavoro 11/12/2009 n. 26023; Pres. Ravagnani, E., Est. Mammone, G.
Sanzioni disciplinari - Contraddittorio - Violazione - Fattispecie

(omissis)
RITENUTO IN FATTO E DIRITTO
A.F. impugnava dinanzi al giudice del lavoro di Isernia il licenziamento disciplinare irrogatogli dalla Proma SSA s.r.l., presso la quale aveva svolto mansioni di (OMISSIS) del dipartimento qualità. Il Tribunale dichiarava illegittimo il recesso in quanto non preceduto dalla audizione dell'incolpato, secondo la richiesta dallo stesso avanzata.
Proponeva appello la soc. Proma SSA sostenendo che l'incolpato aveva condizionato l'audizione alla presenza di un rappresentante sindacale e di uri legale di fiducia e che, in ogni caso, il dipendente aveva già presentato le proprie giustificazioni scritte. La Corte di appello di Campobasso con sentenza 2.5-30.7.07 rigettava l'impugnazione, rilevando che il datore aveva l'obbligo di procedere all'audizione del dipendente e che, in ogni caso, lo stesso non aveva avuto potuto esplicitare per intero la sua difesa per iscritto essendosi limitato solo ad una generica negazione degli addebiti, facendo rinvio all'audizione per le ulteriori precisazioni.
Proponeva ricorso la soc. Proma SSA deducendo violazione: 1) dell'art. 7, commi 2 e 3, statuto lavoratori con riferimento alla pretesa di farsi assistere dal legale durante l'audizione, con il quesito: il lavoratore non può chiedere di essere sentito a difesa con l'assistenza, oltre che del rappresentante sindacale, anche del legale di fiducia e, pertanto, tale richiesta non obbliga il datore a convocarlo; 2) delle stesse norme e carenza di motivazione, con il quesito: il datore, dopo la contestazione dell'addebito, non ha l'obbligo di sentire a voce il dipendente se questi si sia già esaustivamente difeso per iscritto; 3) dell'art. 2119 c.c. e della L. 11 luglio 1966, artt. 1 e 3, n. 604, per la mancata conversione della giusta causa in giustificato motivo soggettivo, con il quesito: è ammissibile la richiesta di conversione del licenziamento per g.c. in recesso per g.m.s. della L. n. 604 del 1966, ex art. 3 in quanto tale conversione deve essere pronunziata dal giudice anche d'ufficio.
Il dipendente si difendeva con controricorso.
Il consigliere relatore redigeva relazione ex art. 380 bis c.p.c., che veniva comunicata al Procuratore generale ed era notificata unitamente al decreto di fissazione dell'odierna adunanza in camera di consiglio ai difensori costituiti, entrambi i quali depositavano memoria.
Il ricorso non è fondato.
Quanto al primo motivo, il consigliere relatore ha sottoposto al Collegio la giurisprudenza di questa Corte secondo cui nel sistema della L. n. 300 del 1970, art. 7 il diritto di difesa è garantito al lavoratore dalla contestazione dell'addebito, dal diritto che egli ha di essere sentito e dalla necessità di attendere cinque giorni prima che il datore possa dar luogo a sanzioni più gravi del rimprovero verbale, nonchè anche dall'assistenza di un rappresentante sindacale, riconosciuta dalla legge al fine di assicurare al lavoratore una migliore tutela, dovendosi invece escludere la facoltà per quest'ultimo di farsi assistere da un legale, non essendovi nella legge alcun riferimento all'assistenza cosiddetta tecnica, che è normalmente prevista nell'ordinamento solo in giudizio (art. 24 Cost., comma 2) e può essere riconosciuta o meno a) di fuori di tale ipotesi in base a valutazione discrezionale del legislatore (Cass. 17.3.08 n. 7153).
Considerato che il datore non ha un obbligo di convocazione del lavoratore e che è tenuto solo a procedere all'audizione ove questi ne faccia richiesta (v. per tutte Cass. 4.3.04 n. 4435 e 1.9.03 n. 12735) (ovviamente non superando i limiti consentiti dalla legge), nella specie è sottoposta al Collegio la questione se, alla luce di tali principi, non fosse corretta la non convocazione del dipendente e, conseguentemente, fosse legittimo il recesso.
Rileva il Collegio che la disposizione dell'art. 7 dello statuto dei lavoratori - per il quale "il datore di lavoro non può adottare alcun provvedimento disciplinare nei confronti del lavoratore senza avergli preventivamente contestato l'addebito e senza averlo sentito a sua difesa" (comma 2) - impone al datore di lavoro l'audizione orale del dipendente non come dovere autonomo di convocazione del dipendente, ma come obbligo correlato alla manifestazione tempestiva della volontà del lavoratore di essere sentito di persona. La circostanza che tale volontà sia dal lavoratore accompagnata da una richiesta di una garanzia difensiva non consentita, non esclude che venga meno l'obbligo di convocazione onde l'audizione si svolga nei limiti e con le garanzie difensive offerte dalla norma di legge, atteso che detto art. 7 subordina in maniera rigorosa l'irrogazione della sanzione all'audizione (ove richiesta), hi altre parole, di fronte alla richiesta del suo dipendente, sarebbe stato onere del datore quello di procedere alla convocazione con la precisazione che l'audizione sarebbe stata consentita alla presenza del solo rappresentante dell'associazione sindacale (come consentito dall'art. 7, successivo comma 3) e non anche del difensore di fiducia.
Per completezza, e a prescindere da quanto verrà detto in seguito a proposito del secondo motivo di impugnazione, va precisato che detto rigore normativo a maggior ragione esclude che il datore possa arrogarsi un potere discrezionale in punto di formale convocazione in forza di una supposta esaustività di altre forme di difesa scritte ed orali.
In conclusione, ritiene il Collegio che debba ritenersi infondato il primo motivo, avendo il giudice di merito con accertamento di fatto non contestato accertato che il datore - nonostante la formale richiesta di audizione - non ha mai convocato il lavoratore ed ha irrogato il licenziamento senza aver ascoltato il dipendente.
Il secondo motivo è inammissibile, atteso che il quesito formulato ex art. 366 bis c.p.c. sottopone al Collegio un inammissibile giudizio di fatto, quale quello della esaustività della difesa svolta per iscritto dal lavoratore all'atto della risposta alla contestazione del datore di lavoro.
In ragione del rigetto del primo, il terzo motivo è da ritenere assorbito.
Il ricorso è, dunque, infondato e deve essere rigettato.
Le spese, come liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alle spese nella misura di Euro 30,00 per esborsi e di Euro 1.500 per onorari, oltre spese generali, Iva e cpa.

18 febbraio 2010

REPERIBILITA' IN CASO DI MALATTIA

Decreto Presidente Consiglio Ministri 18/12/2009 n. 206
Determinazione delle fasce orarie di reperibilità per i pubblici dipendenti in caso di assenza per malattia
(G.U. 20/1/2010 n. 15)

Articolo 1

1. In caso di assenza per malattia, le fasce di reperibilita' dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni sono fissate secondo i seguenti orari: dalle 9 alle 13 e dalle 15 alle 18. L'obbligo di reperibilita' sussiste anche nei giorni non lavorativi e festivi.

Articolo 2

1. Sono esclusi dall'obbligo di rispettare le fasce di reperibilita' i dipendenti per i quali l'assenza e' etiologicamente riconducibile ad una delle seguenti circostanze:

a) patologie gravi che richiedono terapie salvavita;
b) infortuni sul lavoro;
c) malattie per le quali e' stata riconosciuta la causa di servizio;
d) stati patologici sottesi o connessi alla situazione di invalidita' riconosciuta.

2. Sono altresi' esclusi i dipendenti nei confronti dei quali e' stata gia' effettuata la visita fiscale per il periodo di prognosi indicato nel certificato.

Il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sara' inserito nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. E' fatto obbligo a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare.

18 febbraio 2010

MATERNITA'/PATERNITA' - RIPOSI DEL PADRE

Circolare INPS 25/11/2009 n. 118
Art. 40, lett. c del D.Lgs. 151/2001 - T.U. maternità/paternità: diritto del padre ai riposi giornalieri in caso di madre casalinga - Precisazioni

Il padre lavoratore dipendente ha diritto ai riposi giornalieri anche nel caso in cui la madre casalinga, indipendentemente da situazioni di comprovata oggettiva impossibilità.

Con sentenza n. 4293 del 9 settembre 2008, il Consiglio di Stato, Sez. VI, ha dedotto che, anche ai fini del riconoscimento del diritto del padre ai riposi giornalieri per allattamento nell’ipotesi di cui alla lett. c dell’art. 40 del D.Lgs. 151/2001, la madre casalinga debba essere considerata alla stregua della madre lavoratrice.

In attuazione dell’interpretazione estensiva emersa in seno al Consiglio di Stato ed avallata dal Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali con lettera circolare B/2009 del 12.05.2009 l’Istituto ha emanato la circolare 112/2009, così prevedendo la possibilità di riconoscere al padre lavoratore dipendente il diritto a fruire dei riposi giornalieri anche nei casi di oggettiva impossibilità da parte della madre casalinga di dedicarsi alla cura del neonato, perché impegnata in altre attività (ad esempio accertamenti sanitari, partecipazione a pubblici concorsi, cure mediche ed altre simili).

Il padre dipendente, pertanto, in questi casi, può fruire dei riposi giornalieri.

Recentemente il Ministero del Lavoro, della Salute e Politiche Sociali con lettera circolare C/2009 del 16.11.2009 ha interpretato l’indirizzo del Consiglio di Stato nel senso del maggior favor del ruolo genitoriale, ed ha pertanto riconosciuto il diritto del padre a fruire dei riposi giornalieri, ex art. 40 del T.U. 151/2001, sempre nel caso di madre casalinga, senza eccezioni ed indipendentemente dalla sussistenza di comprovate situazioni che determinano l’oggettiva impossibilità della madre stessa di accudire il bambino.

Il padre dipendente, pertanto, in tali ipotesi ed alle condizioni indicate, può fruire dei riposi giornalieri, nei limiti di due ore o di un’ora al giorno a seconda dell’orario giornaliero di lavoro, entro il primo anno di vita del bambino o entro il primo anno dall’ingresso in famiglia del minore adottato o affidato (artt. 39 e 45 del D.Lgs. 151/2001).

Per quanto non previsto con la presente circolare resta fermo il disposto della circolare 112/2009.

13 febbraio 2010

LA MORTE DELLA MORTE

 

Giulio si riprovò un’altra volta l’abito. Era un abito vecchio, tuttavia andava ancora bene: le misure, il colore, il tessuto, le decorazioni. Come da ormai cinque anni. Dopo avere riposto l’abito nel guardaroba, uscì in strada. Tra pochi giorni cominciava il carnevale ma, inaspettatamente, fu investito da un’auto che lo uccise. Giulio trovò la morte, e nel suo guardaroba c’era ad aspettarlo il suo costume che impersonava “La morte”. Fu “la morte della morte”, annunciarono i giornali. Tutti i titoli giravano intorno allo stesso paradosso, la stessa ironia, la stessa barzelletta macabra. Tuttavia, il concetto di “la morte della morte” è biblico: nel libro dell’Apocalisse, l’ultima gran profezia della Bibbia, si legge che non ci sarà più morte; la morte, che è stata compagna inseparabile dell’uomo dal giorno che  Adamo peccò, un giorno smetterà di esistere. Non attaccherà più, non morderà più, né tornerà a distruggere sogni ed illusioni, né a provocare dolori e lacrime. La morte non ci sarà più nel cielo, perché fu sconfitta dal cristo sulla croce.


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13 febbraio 2010

NEVE AD ALGHERO


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10 febbraio 2010

CONTRAVVENZIONI - RICORSI - PREFETTO RIGETTA MA GIUDICE ACCOGLIE

 

Spesso ci rendiamo conto che i ricorsi depositati in  Prefettura avverso le infrazioni al c.d.s. vengono facilmente rigettati senza una congrua motivazione e senza che si prendano  in esame le eccezioni sollevate. Pare ci si trovi, spesso, innanzi a funzionari schierati e non profondamente specializzati sulla materia. La Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, con la sentenza n. 1786/2010 ha dato un preciso indirizzo in merito, qualora il giudice di pace debba pronunciarsi sul rigetto del Prefetto al ricorso contro una multa. Egli infatti, nella sua decisione non deve solo basarsi su questioni formali (ho chiesto di essere ascoltato, ma non sono stato convocato) o sulla plateale incongruenza delle motivazioni (chiedo l’annullamento per il motivo x, ma il prefetto boccia valutando altri elementi), ma è tenuto a valutare il merito del ricorso, a prescindere, appunto, dalla superficialità del Prefetto.
 
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9 febbraio 2010

PROCEDIMENTO DISCIPLINARE

Circolare Presidenza del Consiglio dei Ministri 27/11/2009 n. 9
Decreto legislativo n. 150 del 2009 - Disciplina in tema di procedimento disciplinare e rapporti tra procedimento disciplinare e procedimento penale - prime indicazioni circa l'applicazione delle nuove norme
(G.U. 5/2/2010 n. 29)

Alle Amministrazioni pubbliche di cui all'art. 1, comma 2 del decreto legislativo n. 165/2001

Sono pervenute delle richieste di chiarimento da parte di alcune amministrazioni relativamente all'immediata applicabilita' della nuova disciplina sul procedimento disciplinare e sui rapporti tra il procedimento disciplinare e il procedimento penale. In particolare, le disposizioni di cui agli articoli 55-bis e ter del decreto legislativo n. 165 del 2001, introdotti dall'art. 69 del decreto legislativo n. 150 del 2009, hanno posto problemi di prima applicazione con riferimento ai procedimenti disciplinari gia' avviati e a quelle situazioni disciplinarmente rilevanti di cui l'amministrazione abbia gia' avuto notizia prima dell'entrata in vigore della nuova normativa.
Si ritiene opportuno fornire delle prime indicazioni al fine di contribuire all'uniforme applicazione della legge da parte delle amministrazioni pubbliche, ferma restando la riserva di successivi approfondimenti in relazione alle cospicue novita' introdotte con la riforma.
In mancanza di una specifica disposizione transitoria, la questione dell'applicabilita' dei menzionati articoli 55-bis e ter alle fattispecie disciplinari pendenti va risolta facendo riferimento ai principi generali. Soccorre in questo caso il principio generalissimo di cui all'art. 11 delle disposizioni preliminari al codice civile, secondo il quale, in assenza di diverse esplicite previsioni, la legge dispone solo per l'avvenire.
L'applicazione alla materia in esame di questo principio deve tener conto della circostanza che il presupposto per l'avvio del procedimento disciplinare e' l'acquisizione della notizia dell'infrazione da parte del responsabile della struttura ovvero dell'ufficio competente per i procedimenti disciplinari. Infatti, dal momento di tale acquisizione decorrono i termini per la contestazione dell'addebito all'incolpato, che la nuova norma fissa in venti giorni per le infrazioni di minor gravita' (art. 55-bis, comma 2) e quaranta giorni per quelle di maggior gravita' (art. 55-bis, comma 4).
Inoltre, per un'esigenza di accelerazione della procedura, nel caso in cui la competenza spetti all'ufficio disciplinare, e' dalla data di acquisizione della prima notizia dell'infrazione che, in base alla nuova norma, decorre il termine per la conclusione del procedimento, termine pari a sessanta giorni nel caso di infrazioni di minor gravita' (art. 55-bis, comma 2) e centoventi giorni per quelle di maggior gravita' (art. 55-bis, comma 4). Dunque il procedimento nella sua unitarieta' si snoda a partire dall'acquisizione della notizia.
Da queste premesse deriva che la nuova disciplina procedurale si applica a tutti i fatti disciplinarmente rilevanti per i quali gli organi dell'amministrazione ai quali e' demandata la competenza a promuovere l'azione disciplinare acquisiscono la notizia dell'infrazione dopo l'entrata in vigore della riforma (16 novembre 2009).
In sintesi, si possono distinguere le seguenti situazioni:
1) gli organi titolari dell'azione disciplinare vengono a conoscenza dell'infrazione dopo l'entrata in vigore del decreto legislativo n. 150 del 2009;
2) gli organi titolari dell'azione disciplinare sono venuti a conoscenza dell'infrazione prima dell'entrata in vigore del decreto legislativo n. 150 del 2009.
La prima ipotesi ricorre quando il responsabile della struttura o l'ufficio competente per i procedimenti disciplinari acquisiscono la notizia dell'infrazione dopo l'entrata in vigore del decreto legislativo n. 150 del 2009. Gli elementi rilevanti della fattispecie si manifestano durante la vigenza delle nuove norme e, pertanto, e' chiaro che per gli aspetti procedurali si applicano interamente i nuovi articoli 55-bis e ter del decreto legislativo n. 165 del 2001.
Nel secondo caso, il responsabile della struttura o l'ufficio competente per i procedimenti disciplinari hanno acquisito la notizia dell'infrazione prima dell'entrata in vigore del decreto legislativo n. 150 del 2009. In questa ipotesi, a prescindere dalla circostanza che il responsabile della struttura fosse o meno competente a promuovere l'azione disciplinare in base al precedente regime, il presupposto rilevante per l'avvio del procedimento si e' verificato prima dell'entrata in vigore del decreto legislativo n. 150 del 2009.
Quindi, per quanto riguarda la disciplina procedurale continuera' a farsi applicazione delle precedenti fonti di legge e di contratto collettivo. Cio' vale sia per lo svolgimento del procedimento disciplinare sia per i rapporti tra questo ed il procedimento penale.
Si segnala che l'applicazione a tali situazioni del regime precedente a tali situazioni comporta, ove ne sussistano i presupposti, anche la possibilita' di ricorrere al cosiddetto patteggiamento previsto dall'originario art. 55, comma 6, del decreto legislativo n. 165 del 2001. Tale disposizione, come noto, prevede che con il consenso del dipendente la sanzione applicabile possa essere ridotta, ma in tal caso non e' suscettibile di impugnazione.
Questa particolare facolta' non puo' essere piu' esercitata per i procedimenti avviati dopo l'entrata in vigore del decreto legislativo n. 150 del 2009, posto che nel nuovo regime la relativa disciplina non e' piu' richiamata. Il comma 3 dell'art. 55 novellato stabilisce invece che i contratti collettivi possano disciplinare procedure di conciliazione non obbligatoria, fuori dei casi per i quali e' prevista la sanzione disciplinare del licenziamento. Un aspetto sostanziale importante nell'ambito di tale nuovo istituto e' il fatto che, in base alla legge, la sanzione concordemente determinata all'esito di tali procedure non puo' essere di specie diversa da quella prevista, dalla legge o dal contratto collettivo, per l'infrazione per la quale si procede. Nonostante la nuova conciliazione presenti caratteristiche diverse rispetto al patteggiamento, poiche' l'una si colloca nella fase precedente l'irrogazione della sanzione mentre l'altro si svolge nella fase successiva in cui la sanzione e' stata gia' irrogata, in questo momento storico di transizione (in cui si continua ad applicare anche il regime superato dalla nuova legge), si ritiene utile richiamare l'attenzione sul principio innovativo dell'immutabilita'. Sarebbe infatti opportuno che le amministrazioni, ove facessero ricorso al patteggiamento, ispirassero la propria condotta al principio, introdotto dalla nuova normativa, che richiede il mantenimento della medesima tipologia di sanzione.
Naturalmente, per quanto riguarda la disciplina sostanziale relativa ad infrazioni e sanzioni, in virtu' del principio generale di legalita', le nuove fattispecie disciplinari e penali, con le correlate sanzioni e pene, non potranno trovare applicazione a fatti che si sono verificati prima dell'entrata in vigore della legge in quanto piu' sfavorevoli all'incolpato. Quindi, anche nell'ipotesi in cui l'amministrazione abbia notizia dopo l'entrata in vigore del decreto legislativo di fatti commessi prima di tale momento, per gli aspetti sostanziali dovra' comunque far riferimento alla normativa contrattuale e legislativa previgente pur se per gli aspetti procedurali, come sopra precisato, dovra' applicare il nuovo regime.
Per quanto riguarda il regime delle impugnazioni, occorre tener conto di alcune espresse previsioni normative. In particolare, l'art. 73, comma 1, del decreto legislativo n. 150 del 2009 esclude espressamente la possibilita' di impugnare sanzioni disciplinari dinanzi ai collegi arbitrali di disciplina. Tale disposizione prevede contestualmente che «i procedimenti di impugnazione di sanzioni disciplinari pendenti dinanzi ai predetti collegi alla data di entrata in vigore del presene decreto sono definiti, a pena di nullita' degli atti, entro il termine di sessanta giorni decorrente dalla predetta data». In tal caso e' stata compiuta una precisa scelta del legislatore nel senso della non ulteriore applicabilita' del regime precedente, con l'unica deroga relativa ai procedimenti gia' avviati che debbono essere portati a conclusione celermente.
Pertanto, anche nel caso in cui, per le ipotesi sopra indicate, si dovesse continuare ad applicare il precedente regime del procedimento disciplinare, le sanzioni non potranno comunque essere piu' impugnate di fronte ai collegi di disciplina (organismi che, peraltro, gia' avrebbero dovuto cessare con la tornata contrattuale 1998/2001, come previsto dall'art. 72, comma 6, del decreto legislativo n. 165 del 2001, ma che di fatto hanno continuato la loro attivita' in alcune amministrazioni).
Ad analoghe conclusioni si deve pervenire per la possibilita' di impugnare le sanzioni disciplinari di fronte all'arbitro unico, secondo la disciplina contenuta nel CCNQ del 23 gennaio 2001 (prorogato con CCNQ del 24 luglio 2003), benche' esso non venga espressamente menzionato nelle disposizioni normative. La motivazione risiede nel fatto che il novellato art. 55, comma 3, primo periodo, prevede che «la contrattazione collettiva non puo' istituire procedure di impugnazione dei provvedimenti disciplinari». Si tratta di una norma imperativa, come stabilisce il precedente comma 1 che preclude, per l'avvenire, anche l'applicazione di clausole contenute in contratti collettivi gia' vigenti, in conseguenza del meccanismo della sostituzione automatica di clausole nulle introdotto dal medesimo comma 1 mediante il rinvio agli articoli 1339 e 1419, comma 2 del codice civile. Pertanto, salva la possibilita' di portare a conclusione i procedimenti di impugnazione gia' pendenti al momento dell'entrata in vigore del decreto legislativo n. 150 del 2009 (nel caso dei collegi arbitrali entro il termine di sessanta giorni dall'entrata in vigore del decreto legislativo a pena di nullita'), da tale momento deve ritenersi preclusa l'impugnabilita' delle sanzioni disciplinari sia ai collegi arbitrali di cui all'abrogato art. 55 sia all'arbitro unico di cui al CCNQ del 23 gennaio 2001.

9 febbraio 2010

NASSYRYA - LA GIUSTIZIA AMMAINA LA BANDIERA

Nassirya, un tempo ed una storia, la storia dei 19 militari lì deceduti, che ancora oggi  attendono una giustizia terrena. Diciamo che probabilmente, all’ epoca,  un’attento esame della situazione, avrebbe potuto evitare tale tragedia. Ancora oggi non si capisce perché chi ricopre ruoli determinanti e di comando non debba rispondere delle proprie azioni e delle proprie imperizie e negligenze. Purtroppo è il riverbero della mentalità Italiana, si cerca sempre di respingere le responsabilità, soprattutto quando esse ricadono su uomini situati al vertice , di qualsivoglia Istituzione. I 19 morti di Nassirya sono causa dell’imperizia e della sottovalutazione del rischio. Oggi gli alti ufficiali implicati  fruiscono di una norma che è passata inosservata, approvata il 29 dicembre 2009 e pubblicata nella gazzetta ufficiale il 31, la quale statuisce che i Tribunali militari per procedere nei confronti di un soldato o di un ufficiale devono avere il via libera del ministero. Quindi ci troviamo sotto la mannaia del politico, il quale decide se essere processati o meno. A questo punto viene spontaneo chiedersi, verrà mai autorizzata la procedura di contestazione nei confronti dei suddetti ufficiali per il reato ad essi imputato?

I comandanti furono accusati di “imprudenza, imperizia e negligenza”. Per aver sottovalutato gli allarmi ricevuti prima dell’attacco. e per non aver adeguatamente protetto la base, con i necessari sbarramenti all’ ingresso. Per aver riempito i blocchi anticarro non di sabbia, ma di ghiaia e sassi, che al momento dell’attentato si sono trasformati in terribili proiettili. Per aver posizionato il deposito munizioni a ridosso degli alloggi.

Stano è stato condannato in primo grado a due anni di reclusione e poi assolto in appello (non per non aver commesso il fatto, ma per aver obbedito a ordini superiori). Imputato con lui, ma assolto già in primo grado, il generale Vincenzo Lops, che lo aveva preceduto al comando della base. Ora Stano, diventato alto funzionario presso il ministero della Difesa,  era in attesa della Cassazione, che avrebbe potuto confermare l’assoluzione o bocciarla, invece tutto si ferma. A meno di una del tutto improbabile richiesta del ministro, la Cassazione non inizierà neppure il giudizio sulla sentenza Stano; e il Tribunale militare dovrà interrompere il processo a Di Pauli. Nella prossima udienza, fissata il 27 febbraio, era prevista la testimonianza del capo della polizia irachena. Ma i giudici non potranno far altro che prendere atto che il processo è svaporato. La norma contemplata e a cui ci si riferisce è inserita nella legge sul finanziamento delle missioni all’estero. Come ci si comporta ora dinanzi ai famigliari che chiedono un giusto risarcimento, morale e materiale?

Quanta superficiale ingerenza, determinata dalla posizione di potere e dagli interessi personali, che continuano ancora a segnare il percorso di una giustizia poco giusta.

Sono certo che se avessi chiesto a qualsiasi bambino iracheno un consiglio su come fare per impedire che qualsiasi mezzo potesse raggiungere facilmente i pressi della base, sarebbe stato in grado di rispondere e di trovare una soluzione.

La vicenda è una delle tante vicende Italiane, ove non si procede per avvenuta prescrizione o per qualsivoglia altro balzello giuridico nei confronti dei potenti, che fa avvertire il continuo senso di ingiustizia che pervade ormai gli animi di tutti.

Credo sia d’obbligo la bandiera a mezz’asta, per i militari caduti e per la stessa giustizia Italiana.

 

 

  


 
 
 
 


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permalink | inviato da geronimo il 9/2/2010 alle 16:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

5 febbraio 2010

TRIBUTI

 

TRIBUTI - ESTRATTO DI RUOLO - IMPUGNABILITA' In tema di contenzioso tributario, la S.C. ha affermato che anche l’estratto di ruolo può essere oggetto di ricorso alla commissione tributaria, costituendo una parziale riproduzione del ruolo, atto considerato impugnabile dall’art. 19 del d.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546.  
Sentenza n. 724 del 19 gennaio 2010
 

5 febbraio 2010

SCLEROSI MULTIPLA - POCHI INTERESSI A DIVULGARE LE POSSIBILI SCOPERTE

 

Pubblico un lettera inviata alla rivista on line dell'associacione di consumatori ADUC, dalla quale emerge una certa omertà nel voler divulgare possibili soluzioni per la cura di alcune patologie. I soliti interessi di mercato, dove non c'è denaro, non c'è interesse.

http://salute.aduc.it/lettera/cura+sclerosi+multipla+ccsvi+eppure+nessuno+sa_217174.php

2 febbraio 2010

PITBULL E AMERICAN STAFFORDSHIRE

UN PITBULL ADULTO DI SEI ANNI OSPITA NELLA SUA CUCCIA UN CUCCIOLO FEMMINA DI AMERICAN STAFFORDSHIRE. NON SEMPLICE MA NEANCHE IMPOSSIBILE.

 


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permalink | inviato da geronimo il 2/2/2010 alle 16:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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