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21 aprile 2010

CERTIFICATI MEDICI ON-LINE

 

Fra poco diremmo addio ai certificati medici cartacei su griglia rossa, in caso di malattia dei dipendenti pubblici. Il medico dipendente del Ssn o convenzionato, o la struttura pubblica, attestanti l'assenza lavorativa per malattia del personale della P.A., potranno inviare il certificato direttamente all' Inps in via telematica. Il tutto dovrebbe diventare obbligatorio fra tre mesi, quando avrà termine il doppio regime che consente ancora il rilascio del certificato cartaceo da parte del medico.
L’ inosservanza dell'obbligo, da parte dei medici, costituisce illecito disciplinare, che, in caso di reiterazione può comportare il licenziamento o la decadenza dalla convenzione.

Notevoli saranno i vantaggi per i lavoratori, che non dovranno provvedere, entro i due giorni lavorativi successivi alla malattia, ad inviare le attestazioni alle proprie amministrazioni. Sara' il lavoratore a fornire, nel corso della visita, al medico curante o alla struttura sanitaria pubblica, la propria tessera sanitaria e, tramite quella ed il numero di protocollo del certificato, il lavoratore potrà accedere direttamente al sistema Inps per visualizzare il relativo attestato di malattia. Il problema più grosso sarà quello di fornire, ad un paese che va a 33 giri, un sistema a banda larga esteso che possa rendere la vita più facile a tutti.

20 aprile 2010

ACCESSO AI CURRICULUM VITAE DEI CONCORRENTI

 

Tribunale Amministrativo Regionale Toscana sez.I 1/4/2010 n. 897
Diritto di accesso ai curricula dei candidati

(omissis)
FATTO e DIRITTO
1. Il ricorrente ha partecipato ad una selezione pubblica indetta dall'Azienda Ospedaliera Universitaria Senese per il conferimento di un incarico quinquennale di dirigente avvocato. All'esito della procedura ha avuto comunicazione dell'avvenuto conferimento dell’incarico ad altro concorrente non specificato, senza che gli venisse fornita motivazione in proposito. Con nota 16 novembre 2009 inviata tramite fax nella medesima data ha quindi richiesto l'accesso alla documentazione epigrafata, e non avendo avuto riscontro si è determinato a proporre il presente ricorso, notificato il 15 gennaio 2010 e depositato il 29 gennaio 2010.
Alla Camera di Consiglio del 10 marzo 2010 la causa è stata trattenuta in decisione.
2. Il ricorso deve essere accolto parzialmente.
Non vi è dubbio che il ricorrente abbia una posizione tutelata ad accedere alla documentazione amministrativa inutilmente richiesta all'Azienda intimata. Tale posizione legittimante nasce dalla sua partecipazione alla citata selezione pubblica, ciò che ha creato un suo interesse diretto, concreto ed attuale a conseguire la relativa documentazione poiché da questa potrà valutare se l'operato dell'Azienda sia stato legittimo o se invece sia stato caratterizzato da vizi suscettibili di determinarne l’annullamento. Deve quindi essere ordinata l'esibizione della documentazione inutilmente chiesta dal ricorrente, con esclusione però dei curricula dei partecipanti alla selezione. Questi ultimi documenti infatti possono rappresentare dati personali dei partecipanti medesimi, l'accesso ai quali, ai sensi dell'art. 24, comma 7, legge 7 agosto 1990, n. 241, è consentito solo in presenza di esigenze difensive che devono essere rappresentate dall'istante. È ben vero che, a causa del comportamento omissivo dell'Azienda, il ricorrente non è stato messo in grado di valutare la necessità di acquisire anche detti elementi; tale necessità egli potrà evincere e rappresentare in una nuova istanza di accesso dall'esame della restante documentazione che ha vanamente richiesto, la quale dovrà essergli prodotta dell'intimata Azienda Ospedaliera entro trenta giorni dalla comunicazione o, se anteriore, notificazione della presente sentenza. L'Azienda dovrà anche fornire i domicili dei partecipanti alla pubblica selezione in questione al fine di mettere in grado il ricorrente di notificare loro eventuali ulteriori atti giudiziari a propria difesa.
Le spese seguono la soccombenza e vengono liquidate in € 1.500,00 (millecinquecento/00), cui devono essere aggiunte le sole somme per IVA e CPA.

P.Q.M.
il Tribunale Amministrativo Regionale della Toscana, Sez. I, accoglie il ricorso e per l’effetto ordina all'Azienda Ospedaliera Universitaria Senese di produrre la documentazione di cui in motivazione nei termini e con le modalità ivi indicate.
Condanna l'Azienda Ospedaliera Universitaria Senese al pagamento delle spese processuali nella misura di € 1.500,00 (millecinquecento/00), oltre IVA e CPA.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministra
tiva.

15 aprile 2010

LA TASSA SUI RIFIUTI URBANI

 

Alcuni comuni applicano l’intera tassa o tariffa di nettezza urbana anche nei confronti degli utenti che hanno i cassonetti delle immondizie lontano dalle abitazioni. E’ da precisare che, se il cassonetto è troppo distante dalla dimora , l’utente è tenuto a pagare la tassa o tariffa nella misura non superiore al 40%. Lo ha stabilito la Corte di cassazione con la sentenza n. 6312/2005 decidendo definitivamente sulla vertenza fra un Comune lombardo e un utente. Interpretando il decreto legislativo n. 507/1993, la suprema corte ha sentenziato che il cittadino deve avere la concreta possibilità di usufruire del servizio di raccolta dei rifiuti, altrimenti si applica l’articolo 59, comma secondo, del suddetto decreto legislativo, in base al quale “la tassa è dovuta in misura non superiore al 40 per cento, da determinare in relazione alla distanza del più vicino punto di raccolta”. Il Comune deve emanare un “regolamento del servizio di nettezza urbana” nel quale devono essere stabiliti i limiti della zona di raccolta obbligatoria e le distanze massime di collocazione dei cassonetti. Il comma 4 dell’articolo 59 stabilisce anche che se l’utente non può fruire agevolmente del servizio di raccolta, la tassa (o tariffa) è dovuta nella misura non superiore al 40 per cento.

14 aprile 2010

TRASFERTA

 

Nota Ministero del lavoro e delle politiche sociali 2/4/2010 n. 25/I/0006199
Art. 9, D.Lgs. n. 124/2004 - Trattamento di trasferta e computo delle ore di viaggio

L’Istituto Nazionale di Astrofisica ha avanzato istanza di interpello a questa Direzione per avere chiarimenti in ordine alla possibilità di considerare quale orario di lavoro le ore di viaggio per trasferte e per conoscere l’eventuale trattamento economico delle stesse alla luce della vigente legislazione in materia.  Al riguardo, acquisito il parere della Direzione generale della Tutela delle Condizioni di Lavoro, si rappresenta quanto segue.   Come noto l’art. 1, comma 2, lett. a) del D.Lgs. n. 66/2003, riprendendo quanto disposto dalla direttiva 93/104/CE, definisce l’orario di lavoro come “qualsiasi periodo in cui il lavoratore sia al lavoro, a disposizione del datore di lavoro e nell’esercizio della sua attività o delle sue funzioni”.    I criteri che definiscono l’orario di lavoro consistono non solo nella presenza al lavoro del lavoratore ma anche nella sua messa a disposizione nei confronti del datore di lavoro nonché nell’essere nell’esercizio della sua attività o delle sue funzioni. Come si evince chiaramente dalla congiunzione “e” del dettato legislativo, tutti i criteri indicati devono coesistere al fine della riconduzione della prestazione lavorativa nella nozione di orario di lavoro.   La definizione dettata dall’art. 1, comma 2, del D.Lgs. n. 66/2003 ha notevolmente dilatato il concetto di orario lavoro rispetto alla previgente disciplina contenuta negli artt. 1 e 3 del R.D.L. n. 692/1923 che si riferiva al concetto di lavoro effettivo quale “lavoro che richieda una applicazione assidua e continuativa”, estendendone la nozione a tutte quelle attività che presuppongono una “messa a disposizione” a favore del datore di lavoro.    In tal senso, la circolare 3 marzo 2005, n. 8/2005 di questo Ministero afferma che “l’attuale formulazione ha una accezione certamente più ampia, così come ha chiarito la stessa Corte di Giustizia Europea, che ha ritenuto compresi nell’orario di lavoro i periodi in cui i lavoratori sono obbligati ad essere fisicamente presenti sul luogo indicato dai datori di lavoro e a tenervisi a disposizione di quest’ultimo per poter fornire immediatamente la loro opera in caso di necessità”.     Tuttavia, nonostante l’estensione del concetto di orario di lavoro, permane la problematica della computabilità del tempo di viaggio per trasferta nell’attività lavorativa poiché l’art. 8 del D.Lgs. n. 66/2003 ha confermato l’esclusione dall’orario di lavoro del tempo impiegato per recarsi al lavoro, così come previsto all’art. 5 del R.D. n. 1955/1923 e dall’art. 4 del R.D. n. 1956/1923, stabilendo che tale periodo di tempo non è retribuibile e non può essere computato nell’orario di lavoro.    Pertanto il tempo impiegato dal lavoratore per raggiungere la sede di lavoro durante la trasferta non costituisce esplicazione dell’attività lavorativa ed il disagio che deriva al lavoratore è assorbito dall’indennità di trasferta.     D’altro canto la giurisprudenza, seppure con riferimento alla nozione di orario di lavoro effettivo dettata dal R.D. n. 692/1923, ha negato costantemente che il tempo di viaggio in occasione della trasferta possa rientrare nell’esplicazione dell’attività lavorativa (si vedano in tal senso le sentenze della Cassazione n. 1202 del 3 febbraio 2000; n. 5359 del 10 aprile 2001; n. 1555 del 3 febbraio 2003 e del Consiglio di Stato n. 8522 del 24 dicembre 2003) evidenziando che il disagio psico-fisico e materiale del lavoratore viene compensato dall’indennità di trasferta.   Più recentemente, con la sentenza n. 5701 del 22 marzo 2004, la Cassazione ha affermato che “il tempo impiegato per raggiungere il posto di lavoro rientra nell’attività lavorativa vera e propria (con sommatoria al normale orario di lavoro), allorché sia funzionale rispetto alla prestazione. Tale requisito sussiste quando il dipendente, obbligato a presentarsi alla sede dell’impresa, sia inviato, di volta in volta, in varie località per svolgere la prestazione lavorativa”.    Tuttavia, sempre nella stessa sentenza, la giurisprudenza di legittimità ha precisato che “salvo diverse previsioni contrattuali, il tempo impiegato giornalmente per raggiungere la sede di lavoro durante il periodo della trasferta non può considerarsi come impiegato nell’esplicazione dell’attività lavorativa vera e propria, non facendo parte dell’orario di lavoro effettivo, e non si somma quindi al normale orario di lavoro”.    Le decisioni giurisprudenziali citate confermano quanto già disposto dal dettato legislativo ovvero che, in caso di trasferta, le relative ore di viaggio non possono essere computate nell’orario di lavoro e il trattamento economico che ne deriva non può che essere di natura indennitaria, nei limiti di quanto disposto dall’art. 51, comma 5, del D.P.R. n. 917/1986 (TUIR).      Si ricorda comunque che proprio l’art. 8, comma 3 del D.Lgs. n. 66/2003 consente alla contrattazione collettiva una differente disciplina delle trasferte che stabilisca in quali casi il tempo di viaggio possa essere considerato come servizio a tutti gli effetti in quanto modalità di espletamento delle prestazioni lavorative (v. ad es. art. 44, comma 1, lett. f, CCNL 20 settembre 2001 integrativo del CCNL del personale del comparto sanità stipulato il 7 aprile 1999, Acc. 7 aprile 1999).     L’eventuale deroga effettuata in sede di contrattazione collettiva, d’altra parte, risulta in linea con la nozione di orario di lavoro, nel quale è logico ricomprendere tutto quanto svolto dal lavoratore nell’esercizio della sua attività o delle sue funzioni nel periodo in cui si trova al lavoro e a disposizione del datore di lavoro.    A parere della scrivente, inoltre, sembra opportuno valutare le eventuali deroghe anche alla luce di quanto disposto dalla Cassazione con la sentenza n. 5701 del 22 marzo 2004 da ultimo citata, nella quale l’evidente apertura nel considerare le ore di viaggio quale esplicazione dell’attività lavorativa risiede nella funzionalità del tempo impiegato per il viaggio rispetto alla prestazione.

14 aprile 2010

FIGLI ITALIANI DI SERIE B....

 

Sappiamo che per diventare Senatori bisogna lavorare tanto, tanti sacrifici per un lavoro massacrante  lontano dalla famiglia, in situazioni disagiate in cui quotidianamente si è esposti al pericolo. Al pericolo degli infortuni e delle malattie. Purtroppo sono sacrifici che non tutti possono fare, perché le rinunce a cui bisogna andare incontro, visto il basso salario percepito, sono tante. Infine, una volta raggiunto il posto tanto agognato, si cerca di trasmettere ai propri figli gli insegnamenti che hanno indotto un genitore ad una vita così mortificata. Si cerca di tramandare il significato del lavoro e del suo valore, la leale appartenenza ad una categoria, sebbene questa sia umile e popolana. Ecco, quindi, il figlio del povero senatore Italiano, che per avere una sorte migliore di quella del padre,  si iscrive al liceo, affinché in futuro possa avere la possibilità di aiutare la propria famiglia, che con tante rinuce lo hanno cresciuto. Purtroppo la via è tortuosa e piena di ostacoli, così come lo è stata quella del padre, vede quindi difficile il futuro e la possibilità di colmare quel vuoto che l’indigenza e l’umile stipendio del senatore ha creato al proprio nucleo famigliare. Egli, quindi,  risente della situazione in cui vive, viene toccato psicologicamente, e , per cause a lui non certamente addebitabili, viene bocciato per tre volte all’esame di maturità. Lo Stato Italiano è ben conscio che egli può essere vittima delle potenti influenze che  le lobby degli operai e dei cittadini comuni possono avere sull’esito degli esami, poiché influenzabili, ed invia quindi  un ispettore da Roma, affinché egli possa controllare che tutto venga svolto onestamente e non a discapito del giovane. Ahimé, le sorti del ragazzo sono però a lui avverse, tanto che non riesce a passare l’esame di maturità. Il destino è a lui ostile , viene bocciato per ben tre volte. Ma al quarto esame, finalmente, con un 69/100° riesce a superarlo; finalmente, dopo tante agonie, la buona sorte le ride. Le difficoltà ora  sono quelle di trovare un umile posto di lavoro e superare le influenze ed i condizionamenti dei potenti, che oramai hanno il controllo di tutto, infatti, le lobby dei falegnami, dei metalmeccanici , dei cittadini e dei lavoratori comuni, stanno imponendo la loro influenza su tutto,  come da anni è avvenuto nel nostro paese, il potere è diventato arbitro. Come ogni bella fiaba, il figlio del Senatore  riesce comunque a farsi largo in mezzo a questa giungla, finalmente ha anche lui diritto al suo  posto nella società, d’altronde, con un voto così alto , sarebbe stato difficile ostacolarlo. Non ha bisogno, come altri di cercare i favori di questi e di quelli, con i propri sacrifici a volte si possono avere delle soddisfazioni. In effetti,  il padre, che tanto ha fatto per lui, si sente ripagato dal figlio . Al ragazzo viene offerto un posto umile e denigrato da tutti, ma egli, forte del suo orgoglio e dei valori trasmessigli, accetta di  entrare nell’organico dell’Osservatorio sulle ferie Lombarde, per vigilare sulla “torta Expo”. Come  principiante si doveva accontentare di una paga iniziale esigua, sebbene, con le sue doti, avrebbe potuto aspirare a qualcosa di meglio e, per il momento, per amore del paese e della famiglia, pur di essere d’aiuto ad essa, si accontentò della paga di 12.000 Euro mensile.
 
Questo è l’esempio che in questo paese chi si dedica allo studio e fatica riesce sempre a raggiungere obiettivi di prestigio. Per dare speranza a chi soffre e tribola tutti i giorni, è bene che tutti sappiano, che dietro ogni diceria , vi è una storia vera, una storia che dà speranza ai deboli ed ai diseredati dello Stato.


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permalink | inviato da geronimo il 14/4/2010 alle 14:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

10 aprile 2010

PASSAGGIO DI CARRIERA - TRATTAMENTO RETRIBUTIVO NON INFERIORE

Consiglio di Stato, sez. VI, 1° febbraio 2010, n.403.

Stipendi, assegni ed indennità - passaggio a carriera diversa all'interno della stessa p.a. - divieto di reformatio in pejus - applicabilità - principio secondo cui il trattamento economico nella nuova carriera deve essere non inferiore a quello che sarebbe maturato nel caso di permanenza nella carriera o nella categoria di provenienza - applicabilità.

Nel caso di dipendente pubblico che sia passato da una carriera ad un  altra all'interno della stessa amministrazione,  senza che l'una possa considerarsi gerarchicamente o funzionalmente sovra ordinata all'altra, deve essere assicurato il solo rispetto del precetto che vieta una reformatio in pejus del trattamento retributivo, assicurando al dipendente uno stipendio non inferiore a quello in godimento all'atto del passaggio. Non sussistono, invece, principi che assicurino a chi transita da una carriera all'altra un trattamento stipendiale non inferiore a quello che sarebbe maturato nel caso di permanenza nella carriera o nella categoria di provenienza.
 
 

10 aprile 2010

DIRITTO DI ACCESSO AGLI ATTI E DIRITTO ALLA RISERVATEZZA

 

 
Spesso ci  si è domandati se il diritto soggettivo dell’individuo, a garanzia della tutela giuridica,  possa superare quello che riguarda la riservatezza degli altri e,  se in uno specifico contesto, si possano acquisire dati c.d. supersensibili e/o conoscere il depositario di un’esposto presentato contro la propria persona. Orbene, due sentenze dei Tribunali amministrati dell’Emilia – Romagna e della Campania, hanno dato una risposta nel merito.
La seconda sentenza tratta di un ricorso avverso il trasferimento ad una sede scolastica (sede di lavoro)  della stessa città, piuttosto che a un’altra, assegnata alla controinteressata per motivi di salute. E’ ovvio che, nella fattispecie, gli interessi della ricorrente, così come proposti, non possono che recedere ad un rango inferiore rispetto a quelli della controparte, che riguarderebbero la tuela della riservatezza dei dati inerenti il suo stato di salute.
 
. Emilia –Romagna, Bologna, sez. II, 2 febbraio 2010, n. 633.
Diritto di accesso agli atti di un procedimento disciplinare avviato nei confronti di un professionista – diniego – illegittimità.
 
E’ illegittimo il diniego di accesso, opposto dal consiglio dell’ordine, in merito ad un’istanza ostensiva avanzata da un professionista iscritto all’albo, avente ad oggetto gli atti del procedimento disciplinare adottato dal consiglio medesimo nei suoi confronti, a seguito di un esposto presentato da terzo. Infatti, gli atti di un procedimento disciplinare ed in particolare l’esposto che ha dato origine allo stesso, non rientrano tra quelli esclusi dall’accesso, di cui al tassativo elenco del nuovo testo dell’art. 24, della legge 7 agosto 1990, n.241, come sostituito dall’art.16 della legge 11 febbraio 2005, n.15; d’altra parte, il diritto di accesso deve essere comunque consentito, nei limiti in cui sia strettamente indispensabile, anche nei confronti di atti contenenti dati idonei a rivelare dati personali riservati ovvero c.d. “supersensibili”, nel caso in cui il richiedente abbia motivato l’istnza ostensiva con la necessità di tutelare e difendere i suoi interessi giuridici, nel rispetto della riservatezza dei terzi, secondo le modalità e termini previsti dall’art. 60 del d. lgs. N.196/2003
 
T.A.R. Campania, Salerno, sez. I, 2 febbraio 2010, n. 1029
 
Diritto di accesso – rapporti con il diritto alla riservatezza – istanza ostensiva riguardante dati c.d. “ultra sensibili” – diniego – legittimità – riferimento all’art.60 del d.lgs. n. 196/2003.
 
E’ legittimo il diniego opposto dal Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca in merito alla richiesta di accesso avanzata da un docente, per ottenere copia dei documenti – ivi compresi certificati sanitari – e dei titoli che hanno consentito ad un altro docente di prendere il proprio posto, per verificare se l’amministrazione scolastica ha fatto corretta applicazione dell’art.4, della l. n. 104 del 1992, laddove subordina i previsti benefici all’accertamento, da parte di una Comissione medica della Asl, dell’esistenza di una patologia invalidante. E’ infatti vietato alla p.a. ex art.60 del d.lgs. n. 196/2003, di esibire i dati personali c.d. “ultra sensibili” e/o “supersensibili”, allorché il rango della situazione giuridicamente rilevante fatta valere dall’accedente (nella specie, si trattava dell’assegnazione presso una sede scolastica di lavoro, piuttosto che ad un’altra, nell’ambito della stessa città) è chiaramente inferiore e, quindi recessivo, rispetto a quello primario dell’interessato alla salute, e, correlativamente, a mantenere riservati documenti che possono renderne conoscibile lo stato.
 

7 aprile 2010

PATENTE - RITO ABBREVIATO - NON ESCLUDE LA SOSPENSIONE

Corte di Cassazione Penale sez.IV 23/2/2010 n. 7297
Il rito abbreviato non esclude l'applicazione della sospensione della patente per omicidio colposo dovuto all'inosservanza delle disposizioni del codice della strada

(omissis)
Con sentenza del 23 marzo 2009 il GUP presso il Tribunale di Udine, in sede di giudizio abbreviato, condannava tizio  per il reato di omicidio colposo, commesso con violazione delle norme del codice della strada, alla pena di un anno di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali, con i benefici della sospensione condizionale della pena e della non menzione.
Contro così fatta statuizione il Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Trieste proponeva ricorso per cassazione per ottenere l'annullamento del provvedimento impugnato limitatamente alla parte in cui era omessa la applicazione di sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida.
All'udienza pubblica del 3 febbraio 2010, la Corte, compiuti gli adempimenti prescritti dal codice di rito, decideva il ricorso proposto.

Motivi della decisione
Il Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Trieste denunzia omessa applicazione della sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida e imposta, nella fattispecie di cui è processo, dall'articolo 222 del codice della strada.
Il ricorso del Procuratore Generale deve essere accolto, posto che il D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285, articolo 222 prevede l'obbligo, senza spazio alcuno di discrezionalità, di applicazione della sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente con la sentenza di condanna per violazione di norme del D.Lgs. stesso, dalle quali sia derivato, come nella specie, danno alle persone, secondo quanto è reso evidente dalla lettera della legge che afferma "all'accertamento del reato consegue la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente...".
Ai sensi dell'articolo 624 del codice di procedura penale deve essere pronunziato annullamento


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7 aprile 2010

TRUFFA NON PAGARE IL PEDAGGIO

Corte di Cassazione Penale sez.II 22/3/2010 n. 10948
Costituisce truffa non pagare il pedaggio accodandosi ad altri veicoli?

(omissis)
SENTENZA
Sul ricorso proposto da R. Gi., nato a …. Il ……, avverso la sentenza della Corte d’appello di Bologna, sezione 2^ penale, in data 5.12.2008.
Sentita la relazione della causa fatta, in pubblica udienza, dal consigliere P. D.
Udita la requisitoria del sostituto procuratore generale, dott. L. R., il quale ha concluso chiedendo che il ricorso sia dichiarato inammissibile.
Udito la requisitoria del sostituto procuratore generale, dott. L. R., il quale ha concluso chiedendo che il ricorso sia dichiarato inammissibile.
Udito il difensore della parte civile Autostrada per l’Italia S.p.A., Avv. P. A. il quale ha concluso chiedendo che il ricorso sia dichiarato inammissibile e che l’imputato sia condannato alla rifusione delle spese.
Udito il difensore del ricorrente, Avv. C. B., il quale ha concluso per l’accoglimento del ricorso,
osserva:

Motivi della decisione
Con sentenza in data 17.10.2007, il Tribunale di Modena, Sezione distaccata di Fidenza, dichiarò Ru. Giro. responsabile del reato di truffa continuata (consistita nell’accodarsi con la propria autovettura a veicoli muniti di telepass eludendo il pagamento del pedaggio), commessa dal 5.11.2004 al 9.12.2004 e – concesse le attenuanti generiche – lo condannò alla pena di mesi 8 di reclusione ed € 200,00 di multa, pena condonata. L’imputata fu altresì condannato al risarcimento dei danni (da liquidarsi in separato giudizio) ed alla rifusione delle spese a favore della parte civile Autostrade per l’Italia S.p.A.
Avverso tale pronuncia l’imputato propose gravame e la Corte d’appello di Bologna, con sentenza in data 5.12.2008, in parziale riforma della decisione di primo grado, qualificò il fatto quale insolvenza fraudolenta, confermando nel resto.
Ricorre per cassazione il difensore dell’imputato deducendo:
1. vizio di motivazione in relazione alla mancata assoluzione per non aver commesso il fatto solo sulla base della considerazione che l’imputato era il proprietario del veicolo e della reiterazione delle condotte, senza considerare che il veicolo avrebbe potuto essere condotto da altri;
2. vizio di motivazione in relazione alla quantificazione della pena, determinata solo in considerazione dei precedenti penali dell’imputato.
Il primo motivo di ricorso è manifestamente infondato.
La Corte territoriale ha motivato l’assunto che l’imputato fosse il soggetto alla guida del veicolo fotografato ai caselli e di sua proprietà in ragione del fatto che la condotta è stata reiterata per oltre un mese, che numerosi utilizzi erano avvenuti in uscita in territorio prossimo a quello di effettivo domicilio dell’imputato e che nessuna indicazione l’imputato aveva fornito in ordine all’utilizzo del veicolo da parte di altri soggetti.
In tale motivazione non si ravvisa alcuna manifesta illogicità.
Il secondo motivo di ricorso è manifestamente infondato.
La determinazione in concreto della pena costituisce il risultato di una valutazione complessiva e non di un giudizio analitico sui vari elementi offerti dalla legge, sicché l’obbligo della motivazione da parte del giudice dell’impugnazione deve ritenersi compiutamente osservato, anche in relazione alle obiezioni mosse con i motivi d’appello, quando egli, accertata l’irrogazione della pena tra il minimo e il massimo edittale, affermi di ritenerla adeguata o non eccessiva. Ciò dimostra, infatti, che egli ha considerato sia pure intuitivamente e globalmente, tutti gli aspetti indicati nell’art. 133 cod. pen. Ed anche quelli specificamente segnalati con i motivi d’appello. (Cass. Sez. 6, sent. N. 10273 del 20.5.1989 dep. 12.7.1989 rv 181825. Conf. Mass. N. 155508; n. 148766; n. 117242).
Il ricorso deve pertanto essere dichiarato inammissibile.
Ai sensi dell’articolo 616 cod. proc. Pen. Con il provvedimento che dichiara inammissibile il ricorso, l’imputato che lo ha proposto deve essere condannato al pagamento delle spese del procedimento, nonché – ravvisandosi profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità – al pagamento a favore della Cassa delle ammende della somma di mille euro, così equitativamente fissata in ragione dei motivi dedotti.
Alla dichiarazione di inammissibilità del ricorso consegue la condanna del ricorrente alla rifusione a favore della parte civile delle spese per questo grado di giudizio liquidate in € 2.050,00, oltre I.V.A. e C.P.A. come da nota spese ritenuta congrua.


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7 aprile 2010

ASSENZA PER MALATTIA - CONTROLLO - GIUSTIFICAZIONE

Corte di Cassazione Civile Sezione lavoro 9/3/2010 n. 5718; Pres. Sciarelli, G., Est. Morcavallo, U.
Malattia - Controllo - Assenza - Giustificazione

L'assenza del lavoratore al controllo di malattia può ritenersi giustificata dalla necessità di assistere affettivamente la madre ricoverata in ospedale. (Omissis)

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza del 6 giugno 2006 la Corte d'appello di Firenze, in riforma della decisione di primo grado, dichiarava il diritto di G.L. a percepire l'indennità di malattia dal primo giorno di assenza - 3 novembre 2001 - fino ai dieci giorni successivi.

La Corte di merito riteneva che illegittimamente l'INPS aveva trattenuto l'indennità sul presupposto che il G. era risultato assente alla visita di controllo durante le fasce di reperibilità, poichè era rimasto accertato nel corso del giudizio che il lavoratore si era allontanato dal proprio domicilio per recarsi a fare visita alla propria madre, ricoverata in un centro specialistico di riabilitazione a seguito di un delicato intervento di cardiochirurgia; tale circostanza valeva ad integrare un giustificato motivo che rendeva legittima l'assenza del lavoratore alla visita di controllo.

Di questa sentenza l'Istituto domanda la cassazione deducendo un unico motivo. Il lavoratore resiste con controricorso.


MOTIVI DELLA DECISIONE

Con l'unico motivo di ricorso, deducendo violazione ed errata applicazione del D.L. n. 463 del 1983, art. 5, comma 14, convertito nella L. n. 638 del 1983, il ricorrente Istituto deduce l'erroneità della sentenza impugnata e sostiene, formulando al riguardo apposito quesito di diritto ai sensi dell'art. 366 bis c.p.c., che il giusto motivo idoneo a giustificare l'assenza alla visita medica domiciliare di controllo durante le fasce orarie di reperibilità deve essere connotato dagli estremi della cogenza, e non anche da una apprezzabile utilità, anche morale.

Il ricorso non è fondato.

Secondo la giurisprudenza di questa Corte, il lavoratore assente dal lavoro per malattia, ove deduca un giustificato motivo della non reperibilità alla visita domiciliare di controllo, deve provare che la causa del suo allontanamento dal domicilio durante le previste fasce orarie, pur senza necessariamente integrare una causa di forza maggiore, costituisca, al fine della tutela di altri interessi, una necessità determinata da situazioni comportanti adempimenti non effettuabili in ore diverse da quelle di reperibilità (cfr. Cass. n. 4247 del 2004).

In particolare, l'assenza alla visita di controllo, per non essere sanzionata dalla perdita del trattamento economico di malattia, può essere giustificata, oltre che dal caso di forza maggiore, da ogni situazione la quale, ancorchè non insuperabile e nemmeno tale da determinare, ove non osservata, la lesione di beni primari, abbia reso indifferibile altrove la presenza personale dell'assicurato, secondo un accertamento riservato al giudice del merito (cfr. Cass. n. 22065 del 2004).

Nella specie, la situazione addotta dal lavoratore, e accertata dalla sentenza impugnata, configura un'esigenza di solidarietà e di vicinanza familiare (consistita, in particolare, nell'assistenza alla propria madre, ricoverata in un centro specialistico di riabilitazione e priva di altro sostegno morale in quanto divorziata e senza altri familiari), senz'altro meritevole di tutela nell'ambito dei rapporti etico-sociali garantiti dalla Costituzione (art. 29 Cost.).

Quanto alla oggettiva indifferibilità della presenza del lavoratore, durante l'orario di reperibilità, si tratta di circostanza pacificamente acquisita in base all'accertamento compiuto in giudizio, essendo emerso che il lavoratore si era recato presso il centro di riabilitazione, ove era ricoverata la madre, in coincidenza con l'orario delle visite dei familiari ed era rientrato in ritardo al proprio domicilio a causa di un blocco del traffico stradale; tali circostanze, peraltro, non sono specificamente contestate dall'Istituto ricorrente, che insiste sulla "non cogenza" della presenza del G. presso la struttura sanitaria in ragione della esistenza, presso quest'ultima, di personale infermieristico specializzato, non considerando, però, che la valutazione della indifferibilità va effettuata in relazione all'esigenza di sostegno morale e di vicinanza alla propria madre, addotta dal lavoratore e correttamente rilevata nella sentenza impugnata.

In conclusione, il ricorso è respinto.

L'Istituto ricorrente va condannato al pagamento delle spese del giudizio, liquidate come da dispositivo, da distrarsi in favore del difensore antistatario del resistente.


7 aprile 2010

VIGILESSA SCARTATA PERCHE' BASSA - IL TAR LE RENDE GIUSTIZIA

Inserisco un articolo di  Roberto Zorzi del 5 aprile 2010, pubblicato sul corriere della sera (www.corriere.it)

Vigilessa scartata perché bassa
ottiene giustizia dopo 13 anni
Verona, sentenza del Tar: «Bando illegittimo e discriminatorio». La donna oggi ha 45 anni. Il suo posto era in dubbio per «carenza di requisito»
VENEZIA — Dopo tredici anni, di quello «smacco» se n’era quasi dimenticata. O forse no perché, legge alla mano, in ballo c’era comunque il suo posto di lavoro «guadagnato » grazie a un bando e «perso» per colpa di una visita medica e per una statura considerata al di sotto del limite consentito. Tredici anni vissuti lavorando ma in attesa di conoscere se la sentenza le avrebbe dato ragione oppure torto. La donna lavora regolarmente presso la Polizia municipale di Verona dal 7 ottobre 1997, ovvero da quando fu assunta con delibera di giunta (la numero 1776 come risulta dalle carte del Tar). Ora però, pur con i tempi lunghi che ogni tanto riserva la giustizia amministrativa, è arrivato il riconoscimento «postumo»: quell’esclusione del 1997 «perché era troppo bassa» era illegittima (ma è bassa una donna di un metro e sessantatré?). Qualche dubbio era venuto pure al tribunale amministrativo era venuto tanto che aveva immediatamente emanato un’ordinanza sospensiva in attesa di entrare nel merito della questione. Per decidere, tempi della nostra giustizia, ci sono voluti tredici anni e venerdì scorso è stata pubblicata la sentenza definitiva.
Ora la vigilessa, oggi 45enne, si è tolta dal presente, dal passato e soprattutto dal futuro ogni minima ombra. Tutto cominciò quando il 20 aprile 1995 la giunta comunale di Verona bandisce un concorso pubblico per il conferimento di cinquanta posti di agente di Polizia municipale. La donna in realtà arriva 62esima e dunque non viene assunta immediatamente. Un paio di anni dopo, causa alcune defezioni e spostamenti, arriva il suo turno, ma alla visita medica viene bloccata: la sua statura risultava essere infatti di 1,63, ovvero due centimetri in meno rispetto al severo bando che prevedeva un’altezza minima di 1,65. Il dirigente del settore personale di Palazzo Barbieri le comunicava dunque il 24 aprile 1997 l’impossibilità di procedere alla sua assunzione, «per carenza di requisito». Immediato era scattato il ricorso al Tar del Veneto con gli avvocati Agostini, Belligoli e Dalla Santa e il 29 luglio successivo il tribunale amministrativo aveva accolto la richiesta di sospensiva, obbligando il Comune ad assumere la donna. Oggi, tredici anni dopo, la conferma che aveva ragione. Secondo il Tar infatti quel bando era illegittimo laddove prevedeva un limite minimo di altezza: una legge del 1986 affermava che «l’altezza delle persone non costituisce motivo alcuno di discriminazione per la partecipazione ai concorsi pubblici indetti dalle pubbliche amministrazioni », salvo alcuni casi poi definiti l’anno successivo: nell’elenco c’erano Forze armate, Guardia di Finanza, Polizia di Stato, Corpo forestale, Vigili del fuoco e Ferrovie dello Stato.
Un elenco tassativo in cui i vigili urbani non ci sono. Tra l’altro, osserva ancora il Tar, perfino in questi casi il limite è più benevolo dell’1,65 del bando veronese, visto che si utilizza una statura minima di 1,61: «la statura minima prescritta dal bando non appare in ogni caso congrua, tenuto conto di quanto stabilito per posizioni professionali sicuramente comparabili», scrive il Tar. La conclusione è dunque secca: «la decisione di non assumere la ricorrente per l’unica ragione che questa non aveva la statura minima prescritta, è illegittima, con il conseguente obbligo conformativo, peraltro già attuato in attuazione del provvedimento cautelare, di costituire il rapporto d’impiego con la stessa».
 


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7 aprile 2010

BUTTAFUORI

 

Decreto Ministero dell'interno 31/3/2010
Modifiche all'articolo 8 del decreto del Ministro dell'interno 6 ottobre 2009, concernente la determinazione dei requisiti per l'iscrizione nell'elenco prefettizio del personale addetto ai servizi di controllo delle attivita' di intrattenimento e di spettacolo in luoghi aperti al pubblico o in pubblici esercizi, le modalita' per la selezione e la formazione del personale, gli ambiti applicativi e il relativo impiego, di cui ai commi da 7 a 13 dell'articolo 3 della legge 15 luglio 2009, n. 94
 (*)
(G.U. 3/4/2010 n. 78)
Articolo 1 (*)
Modifiche all'art. 8 del decreto del Ministro dell'interno 6 ottobre 2009

1. Al decreto del Ministro dell'interno 6 ottobre 2009 sono apportate le seguenti modificazioni: a) all'art. 8, comma 1, ultimo periodo, le parole: «per un periodo non superiore a sei mesi dalla data del presente decreto» sono sostituite con le seguenti: «fino al 31 dicembre 2010».
 -------------
 
Dopo anni di professione selvaggia delle persone addette alla sicurezza nei locali e nei pubblici spettacoli , si cerca ora (sempre in ritardo, a mio avviso) di porre delle regole a vantaggio della professionalità degli addetti alla sicurezza, per un più consono servizio.  Per svolgere tale attività non bisogna più essere solo picchiatori, ma bensì  persone capaci e sostanzialmente preparate.
Essere maggiorenni, in buona salute fisica e mentale, non fare uso di droghe o alcol, avere la fedina penale pulita, essere almeno in possesso della licenza media e aver partecipato ad un corso di formazione specifico: sono questi alcuni dei requisiti richiesti a chi vorrà intraprendere la professione di "buttafuori". Il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, ha infatti firmato, il 6 ottobre scorso, il decreto che definisce i requisiti per poter accedere all'iscrizione nell'elenco prefettizio del personale addetto ai servizi di controllo delle attività di intrattenimento e di spettacolo in luoghi aperti al pubblico o in pubblici esercizi.
Il decreto ministeriale, previsto dalla legge n. 94 del 15 luglio 2009 sulle "Disposizioni in materia di sicurezza pubblica", stabilisce le modalità per la selezione e la formazione del personale addetto al controllo, nonché gli ambiti applicativi e il relativo impiego.
Con tale decreto è fatto obbligo ai gestori delle attività di intrattenimento e di pubblico spettacolo o ai titolari degli istituti di vigilanza, di cui i buttafuori sono dipendenti, di iscrivere il personale addetto ai servizi di controllo in un apposito elenco, tenuto, anche in forma telematica, dal prefetto competente per territorio.
In caso di perdita di uno o più requisiti da parte dell'addetto al servizio, o qualora lo stesso ponga in essere comportamenti in contrasto con quanto previsto dal decreto, il prefetto provvederà alla sua cancellazione dall'elenco con conseguente divieto di impiego nei servizi disciplinati dal decreto stesso.
Il Prefetto provvederà, inoltre, alla revisione biennale dell'elenco al fine di verificare il permanere dei requisiti degli iscritti. A tal fine i gestori delle attività di intrattenimento e di pubblico spettacolo e i titolari degli istituti di vigilanza, almeno un mese prima della revisione, dovranno depositare, presso il Prefetto, la documentazione comprovante l'attualità dei requisiti del proprio personale.
(*) Chi svolge già tale professione ha tempo fino al 31 dicembre 2010 dalla pubblicazione del decreto sulla Gazzetta Ufficiale del Decreto Ministeriale.
 
 
 


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