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31 maggio 2010

RIPOSO SETTIMANALE E REPERIBILITA' - ASL CONDANNATA

La Giurisprudenza sta ormai delineando in maniera certa ed incisiva i  diritti dei lavoratori,  spesso  calpestati e non presi in considerazione. Ancora oggi, nella ASL Algherese, in alcuni reparti si continuano a segnare le reperibilità  nello stesso giorno in cui il dipendente viene collocato a riposo.                                                                                                                                                                              

Il mancato pieno godimento del riposo settimanale, determinato dalla necessità di essere reperibile in una giornata festiva o di riposo e dalla mancata fruizione del riposo compensativo, si pone in irrimediabile contrasto col principio costituzionale dell'irriducibile diritto del lavoratore al riposo settimanale (art. 36 Cost.), da fruirsi di regola in coincidenza della domenica (art. 2109 c.c.), per 24 ore consecutive; d'altra parte, il lavoratore ha diritto alla propria integrità psicofisica - bene garantito dalla Costituzione ex art. 32 -, la quale non si esaurisce nella sola attitudine a produrre ricchezza, ma si collega alla dimensione stessa dell'individuo nell'ambito in cui esplica la propria personalità in tutti gli aspetti ad essa connessi. Conseguentemente, anche la "reperibilità", con le limitazioni che impone alla libertà personale e per il logorio psicofisico che produce, è sufficiente a configurare l'obbligo del datore di lavoro a risarcire il danno che consegue al lavoratore che presti il servizio di pronta disponibilità nel giorno di riposo settimanale, atteso che tale irrinunciabile diritto è qualificato dalla necessità, oltre che dalla ricostituzione delle energie biopsichiche del lavoratore, anche dalla esigenza di quest'ultimo di partecipare serenamente alle comuni forme di vita familiare e sociale, senza vincoli particolari. (App. Bari, Sez. lavoro, 02/02/2008) 

Il riposo settimanale (di regola in coincidenza con la domenica, salve le eccezioni di cui agli art. 1 e 5, l. 22 febbraio 1934, n. 370) costituisce un diritto irrinunciabile del lavoratore (art. 36 cost.), la cui fruizione, dovendo tendere alla ricostituzione delle energie biopsichiche del dipendente ed a permettergli di partecipare alle comuni forme di vita familiare e sociale senza vincoli particolari, è esclusa dal cosiddetto obbligo di reperibilità (che impone al lavoratore di fornire al datore di lavoro notizie atte a rintracciarlo in qualsiasi momento in vista di un'eventuale prestazione lavorativa), sicché contrasta con la norma costituzionale predetta la disposizione collettiva che, fuori delle eccezioni suindicate e senza prevedere recupero sostitutivo, estenda l'obbligo di reperibilità, ancorché remunerato, alla giornata domenicale (principio affermato in relazione all'art. 32 del contratto collettivo per i telefonici del 1978 ed in controversia concernente la legittimità o meno della sanzione disciplinare inflitta a lavoratore rifiutatosi di prestare servizio di reperibilità). (Cass. civ., Sez. lavoro, 05/06/1987, n.4940).

Il Giudice del Lavoro di Santa Maria Capua Vetere ha condannato l'ASL Caserta 2 a risarcire un'infermiera per ogni turno di reperibilità svolto in giornata festiva, pari al 30% della paga prevista per il lavoro prestato in un giorno festivo, perchè l'ASL non aveva concesso il riposo compensativo alla lavoratrice.

Segue il testo della sentenza n° 2384 /2007 Con riscorso depositato in data 0/01/2005 e ritualmente notificato a controparte, l’istante in epigrafe, premesso di essere dipendente dell’ASL CE /2 di Aversa , presso il P.O. di Sessa Aurunca in qualità di infermiere professionale , esponeva (omissis)

Alla luce dell’interpretazione data alla normativa dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 146 del 1971 la giurisprudenza più recente ha affermato che la regola secondo la quale tale riposo deve essere goduto dopo sei giorni di espletamento dell’attività lavorativa non assume valore assoluto sicché non solo la legge ma anche i contratti collettivi o individuali possono prevedere una disciplina difforme a condizione che sussistano situazioni che la rendano necessaria a tutela di interessi apprezzabili e che , inoltre non venga snaturato o eluso il rapporto – nel complesso – di un giorno di riposo e sei di lavoro e non vengono superati i limiti di ragionevolezza soprattutto riguardo alla tutela della salute dei lavoratori (vedi Cass. 1474/2001 n.5592). In mancanza di dette condizioni permane l’obbligo di rispettare la sequenza 6-1 nel senso che a sei giorni consecutivi di lavoro deve immediatamente seguire un giorno di riposo la cui funzione è dunque la ratio della norma che lo impone come regola è quella di consentire al lavoratore un puntuale ed efficace ripristino delle proprie energie psico-fisiche secondo il ritmo o ciclo al quale l’organismo umano si è assuefatto (v. Cass. 11419 /00 e Cass. n 623/93).

In ordine , poi, alle conseguenze relative alla mancata fruizione , da parte del lavoratore, del riposo settimanale l’orientamento più recente della S.C. distingue nettamente il c.d. danno da usura psico-fisica conseguente alla mancata fruizione del riposo dopo sei giorni di lavoro , dal c.d. danno biologico che si sostanzia in una indennità del lavoratore determinata dalla continua e sistematica violazione del diritto dello stesso al riposo settimanale.
La prima ipostesi di danno è correlata ad una inadempienza del datore di lavoro e come tale essendo oggetto (quanto all’an) di una presunzione assoluta può anche essere spontaneamente determinato dalle parti , anche in via transattiva. Esso in particolare ha osservato la S.C. (v. Cass. 11/6/96 n. 6327 ; Cass. 13/3/97 n. 2231 ; Cass. 6/7/2001 n. 9146 ; Cass. 6/4/2003 n. 5207 ; Cass. 19/11/97 n. 11524) non corrisponde necessariamente all’importo di una retribuzione giornaliera , ma deve essere determinato in concreto , eventualmente anche in via equitativa , dal giudice del merito secondo una motivata valutazione che tenga conto della gravosità delle varie prestazioni lavorative e di eventuali strumenti ed istituti affini della disciplina collettiva ( v. Cass. 19/3/99 n. 316 ; Cass. 26/1/99 n. 704 ; Cass. 4/3/2000 n. 24551 ).

Nella fattispecie che ci occupa, l’istante ha effettuato i turni di reperibilità indicati in ricorso in giorni festivi ( per un totale di n. 27 ) anche se, comunque , tale turno non si è concretizzato in servizio effettivamente prestato (c.d. reperibilità passiva) e non ha goduto nella settimana successiva al predetto turno del riposo compensativo che l’azienda avrebbe dovuto permettergli attraverso una diversa organizzazione della settimana lavorativa . Il diritto dell’istante trova il proprio fondamento nella disposizione di cui all’art. 18 D.P.R. 270/87 , che risulta trasfusa , in forma pressoché identica , nella contrattazione collettiva vigente e , precisamente, nell’art. 7 del CCNL integrativo del CCNL del personale del comparto del 20/9/2001 che , nel disciplinare il servizio di pronta disponibilità , al comma 6, riproponendo letteralmente la stessa disciplina di cui al citato art. 18 D.P.R. 270/87 , così recita “Il servizio di pronta disponibilità va limitato ai turni notturni ed ai giorni festivi . Nel caso in cui esso cada in giorno festivo spetta un riposo compensativo senza riduzione del debito orario settimanale.”

Ed allora deve concludersi che in tutti i casi in cui il dipendente è chiamato a svolgere il servizio di reperibilità in un giorno festivo o di domenica gli spetta un giorno di riposo compensativo. L’espressione “ senza riduzione del debito orario settimanale” che si legge nell’articolo 18 DPR 270/87 e nella normativa contrattuale deve essere intesa nel senso che , anche nella settimana in cui il dipendente andrà a godere del riposo compensativo , dovrà comunque lavorare per l’intero ammontare del suo debito orario con la conseguenza che in questa ipotesi le 36 ore settimanali andranno distribuite nei 5 giorni disponibili con esclusione cioè del giorno di riposo ordinario e del giorno di riposo compensativo . Alla stregua delle considerazioni che precedono si deve affermare il diritto dell’istante a fruire del riposo compensativo in tutte le occasioni in cui è stato assegnato al servizio di pronta disponibilità (c.d. reperibilità) nel giorno festivo anche se non chiamato in concreto ad intervenire.

Riguardo alle conseguenze della mancata fruizione del riposo compensativo va riconosciuto all’istante una tutela di carattere risarcitorio come affermato dalla S.C. nelle pronunce innanzi richiamate che pur riferendosi principalmente all’ipotesi in cui v’è stata una prestazione lavorativa superiore, traevano comunque piena applicazione nel caso di specie ove pure non v’è stata la concessione di un riposo compensativo e quindi il ristoro in modo pieno delle energie psico-fisiche del lavoratore.
La misura di detto risarcimento non può che essere valutata equitativamente per la mancanza di altri e più precisi e puntuali criteri di liquidazione, pertanto stimasi equo condannare l’Azienda convenuta al pagamento, a titolo risarcitorio, per ogni giornata di reperibilità non compensata con il riposo di una somma pari al 30% della paga base prevista per il lavoro prestato in giorno festivo (ciò in aggiunta alle indennità contrattualmente previste per il servizio di pronta disponibilità).
Tanto in considerazione del fatto che, comunque, la messa a disposizione delle energie lavorative da parte del ricorrente quando presta il servizio di pronta disponibilità ed in concreto non viene chiamato ad operare non ha la medesima penosità del lavoro effettivo trattandosi di prestazione qualitativamente diversa rispetto a quella ordinaria ed incidente sul godimento del riposo senza peraltro escluderlo del tutto. Atteso l’esito del giudizio e considerato il contenuto seriale del relativo ricorso stimasi equo compensare tra le parti le spese di lite per la metà : la restante parte segue la soccombenza a carico della convenuta e si liquida come da successivo dispositivo (omissis).

 

29 maggio 2010

RALLENTATORI DI VELOCITA'

Parere Ministero delle infrastrutture e dei trasporti 20/4/2010 prot.34483
Quesito installazione rallentatori di velocità modello "speed check" in centro abitato. Rif. prot. n. 36214 del 22.03.2010

Con riferimento al quesito qui inoltrato con la nota in riscontro, si premette che i dispositivi in oggetto non sono inquadrabili in alcuna delle categorie previste dal Nuovo Codice della Strada (Dls n. 285/1992) e dal connesso Regolamento di Esecuzione e di Attuazione (DPR n. 495/1992).
Conseguentemente, non risulta per essi concessa alcuna approvazione, ai sensi dell'art. 45 c. 6 del Codice e dell'art. 192 c. 3 del Regolamento, da parte di questa Direzione Generale.
Ciò premesso, il loro impiego per fini non sanzionatori non risulta coerente con la Circolare del Ministero dell'Interno prot. 300/A/10307/09/144/5/20/3 del 14.08.2009, "Direttiva per garantire un'azione coordinata di prevenzione e contrasto dell'eccesso di velocità sulle strade".
Giova considerare, al riguardo, che l'eventuale rilevazione di violazioni del limite di velocità, senza la conseguente applicazione delle relative sanzioni ai sensi dell'art. 142 cc. 8, 9 e 9-bis del Codice, potrebbe configurare l'omissione di atti d'ufficio, mentre l'acquisizione di dispositivi non previsti dalle vigenti norme, e non finalizzati all'accertamento delle violazioni, potrebbe concretizzarsi nell'ipotesi di danno erariale.
Qualora i manufatti in argomento vengano utilizzati come meri contenitori di misuratori di velocità debitamente approvati, si rappresenta che, se installati in centro abitato, essi devono essere presidiati dagli organi di polizia stradale, in quanto allo stato attuale della normativa il rilevamento a distanza delle violazioni del limite di velocità non è consentito in ambito urbano.
Infine, da quanto è dato di capire dalla documentazione fotografica prodotta, il posizionamento sulla banchina potrebbe costituire un ostacolo per i veicoli in caso di svio.
Si resta a disposizione per ogni eventuale ulteriore chiarimento.

23 maggio 2010

CONTRATTO TELEFONICO

       Sentenza n. 7997 del 1° aprile 2010
(Sezione Terza Civile, Presidente S. Senese, Relatore A. Amendola)

CONTRATTI – CONTRATTO DI UTENZA TELEFONICA – PERFEZIONAMENTO – APPLICABILITA’ DELLA DISCIPLINA CODICISTIVA – SUSSISTENZA

Il contratto di attivazione della linea telefonica è a forma libera e si perfeziona, alla stregua delle norme generali degli artt. 1325 e 1326 cod. civ., nel momento in cui il proponente ha conoscenza dell'accettazione del destinatario, con la conseguente disapplicazione dell’art. 3 del d.m. 8 settembre 1988, n. 484 (contenente l'approvazione del regolamento di servizio per l'abbonamento telefonico) che riconduce il perfezionamento contrattuale all’atto della sottoscrizione della polizza ovvero dell'attivazione dell'impianto.

19 maggio 2010

LE BOLLETTE

"La delibera n. 66/07 condannava l'Enel a circa 11 milioni di euro per mancata informazione, in bolletta, dell'esistenza di almeno una modalità gratuita di pagamento della bolletta. Essa è stata recentemente confermata dal Consiglio di Stato Sent. 2507 del 23.2.2010 dep 03.05.2010 , che ha riformato la sentenza del Tar lombardo che la annullò."

"La sentenza tratta accuratamente e approfonditamente della questione delle spese di spedizione. Prende atto della sentenza della Cassazione sul punto e anzi, partendo proprio da essa, trae argomenti a sostegno della pretesa del consumatore.

Il Tribunale civile di Napoli, sez. XII n.4044 del 12.4.2010 si pronuncia anche sull'Iva che, ad avviso del giudicante, non è applicabile sulle spese di spedizione. Censura il comportamento della Telecom consistente nel non dimostrare quanto effettivamente spende per l'invio tramite posta delle fatture ai propri clienti.

L'ulteriore importanza di questa sentenza è quella di provenire dalla XII^ sezione, cioè da una delle due "sezioni specializzate" (tra cento virgolette) nel ramo dei contratti tra professionisti e consumatori (l'altra è la XI^).

Canone idrico e consumi presunti.

Il giudice di pace di Nocera il 16 febbraio 2009 afferma che la cessione del contratto di somministrazione non può desumersi ma necessita di forma scritta, escludendo pertanto la possibilità per i gestori del servizio di distribuzione dell'acqua potabile di determinare il canone, avente natura di corrispettivo reso, sulla base dei consumi presunti in quanto il pagamento richiesto dev'essere solo per l'acuqa effettivamente erogata ( cfr. Trib. Napoli 21.11.2001). Si ribadisce l'obbligatorietà della forma scritta da parte della p.a e si esclude la cessione del contratto, allorquando provenga dalla p.a. o da un ente pubblico (cfr. Cass. 12.04.06, n. 8621). Molti gestori privati purtroppo calcolano i consumi presunti sebbene in mancanza di atto di cessione e sottoscrizione e/o consenso dei contraenti ceduti. Nella fattispecie, la cessione del contratto è nulla e non suscettibile a ratifiche. (cfr. Cass. Civ. 15.03.2004, n. 5234)

Le bollette inerenti il gas, l'acqua, la luce, il telefono, etcc.. non sono più esigibili decorsi i cinque anni (art. 2948 c.c. ) . Qualora le fatture siano oggetto di controversia il termine è di 10 anni. Dopo tale termine le bollette devono ritenersi cadute in prescrizione ai sensi dell'art.2934 del c.c.


 

16 maggio 2010

LE REGISTRAZIONI DIVENTANO ILLECITE

Il Senato si prepara a votare la riforma che tutela la corporazione degli avvocati, (gli ordini in Italia si fanno sentire quando devono tutelare il proprio orticello) e già si pensa di votare una nuova norma che vieta chiunque di effettuare registrazioni non autorizzate. Dopo un'alzata di scudi da parte di varie associazioni, il propositore della norma, Sen. Centaro, ha corretto il tiro, pare che a ciò siano autorizzati i giornalisti iscritti all'albo e chi svolge attività affini. Altrimenti, chi effettua registrazioni abusive senza l'autorizzazione di chi viene registrato, può essere perseguito penalmente, su proposizione di querela , e non d'ufficio come era disposta la nota iniziale. Così come per la riforma forense è stata perorata dall'ordine degli avvocati, questo emendamento è stato scritto dagli ordini dei giornalisti. La vicenda, per così dire “ Grottesca”, riguarda il cosiddetto emendamento Daddario, inserito nel testo in discussione al Senato sulle intercettazioni. Ma quando un normale cittadino può sentirsi libero di trovare il modo di tutelare i propri diritti? Perché una registrazione a tutela dei diritti soggettivi e oggettivi dei propri interessi non può essere usata, specialmente se la conversazione avviene fra presenti? Purtroppo l'unico pensiero delle lobby, od ordini professionali, se così li vogliamo chiamare, è quello di tutelare il loro tornaconto e non c'è alcun interesse nel voler guardare oltre il proprio naso.


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1 maggio 2010

CANI - RAZZE PERICOLOSE - LA CULTURA DELL'IGNORANZA

Una traduzione di Rosa a Marca di un articolo estratto dal quotidiano Sueddeutsche Zeitung del 29/04/2010. L'articolo, che rispecchia il mio pensiero, verte sulla capacità di relazionarsi con il mondo animale, esplicitando quello che può essere il rapporto con alcune razze canine, definite (ignorantemente) perciolose.

Germania. L'attacco mortale di un incrocio di husky a un bambino conferma che l'aggressività canina non è questione di razze, bensì di come il cane è stato allevato.
Nel fine settimana, a Cottbus un incrocio di husky ha buttato a terra la carrozzina con dentro un bambino di otto settimane; l'ha azzannato e il bambino è morto. Era il cane di famiglia e la sua razza non è tra quelle definite "da combattimento". Diversamente da altri episodi simili avvenuti negli anni scorsi, l'husky non era stato addestrato dai suoi padroni per difendere o attaccare. Eppure, qui si dimostra quanto gli esperti sostengono da tempo:
l'aggressività non dipende dalla razza; quel che conta è il corretto rapporto uomo-cane.
Benché la legge per la "lotta ai cani pericolosi" sia in vigore da dieci anni, le aggressioni a persone continuano a capitare. (...) Le cronache attribuiscono gli attacchi quasi sempre alle stesse razze -bull terrier, american staffordshire terrier, pitbull terrier- per citarne solo alcune. Sono razze che la legge classifica come pericolose; non solo loro, ma anche gli incroci tra queste razze, più alcune altre menzionate nelle specifiche normative regionali. Il termine è "cane da combattimento". In effetti, se si guarda alla loro storia, la definizione ha un senso. Pit bull terrier, bull terrier e staffordshire terrier venivano addestrati proprio per i combattimenti. Nell'antica Roma, il mastino napoletano, che in alcuni Laender è inserito nell'elenco dei cani pericolosi, serviva per i combattimenti al Colosseo o nei campi di battaglia. Il dogo argentino, anche lui presente in alcune liste nere, in Sudamerica era addestrato a cacciare i felini. E tuttavia, non è la loro storia a renderli pericolosi.
"Non si può ancorare la definizione di cane da combattimento a una razza. Le razze sono composte di molti individui con una loro particolare storia di vita e un comportamento sociale specifico con la propria o le proprie persone di riferimento. Il fulcro è questo: come è stato allevato l'animale? come e con quale affidabilità il suo comportamento è stato plasmato dalla o dalle persone cui si riferisce? Un cane pericoloso è un essere che non è stato socializzato, che non conosce i rituali del comportamento con l'uomo, che non ha zone tabù e non conosce la giusta distanza dall'uomo. La razza riveste, ammesso che entri in gioco, un ruolo inferiore", dice l'etologa Dorit Feddersen-Petersen dell'Università Christian Albrecht di Kiel, esperta di comportamento canino e famosa a livello mondiale.
Ma allora perché il legislatore menziona esplicitamente certe razze?
"Esiste un retroterra complesso. Molte razze hanno la fama d'essere aggressive, particolarmente forti e coraggiose. Per questi motivi sono ambite in certi ambienti criminali. Ma non è l'animale a essere responsabile delle azioni che fa; è il suo padrone, spiega Franz Breitsamer, del governo bavarese ed esperto in materia.
Poiché in Germania non si può impedire a qualcuno di tenere un cane se non per motivi ben precisi, il legislatore ha pensato di redigere l'elenco di quelli pericolosi. Però, secondo Breitsamer, sarebbe molto meglio se le autorità competenti proibissero a determinate persone d'avere un cane. Anche una ricerca dell'Università di Hannover, condotta dalle veterinarie Angela Mittmann e Tina Johann, porta a concludere che non è la razza a rendere pericoloso il cane. La signora Mittmann ha valutato il comportamento di 415 esemplari delle razze american staffordshire terrier, bull terrier, rottweiler, dobermann, staffordshire bull terrier e alcuni tipi di pitbull, mentre il gruppo di controllo era rappresentato da 70 golden retriver, considerati mansueti. Il test è consistito nel sottoporre i cani a varie situazioni che possono indurlo a reagire, ed è il test voluto dal legislatore per stabilirne l'aggressività.
Nessun nesso tra razza e aggressività
Lo studio non ha rilevato differenze significative tra le varie razze in merito a comportamenti aggressivi.
Un cane dovrebbe saper difendere se stesso e il suo padrone da un attacco, dice Breitsamer, "ma non reagire con violenza a qualsiasi stato d'irritazione". Stato d'irritazione per un cane è semplicemente "qualcosa di diverso". Per esempio, si può agitare di fronte a un disabile motorio che cammini in modo strano. Sta al suo padrone saper gestire una situazione di quel tipo. E non sempre ci si riesce.
"Molti padroni non sanno educare il loro cane in modo da renderlo sicuro oppure si limitano a stabilire un buon rapporto tra loro due. Così capita che l'animale non sappia cosa ci si aspetti da lui e quale sia la zona tabù", spiega Feddersen-Petersen.
I cani discendono dal lupo e perciò tendono a vivere in branco. Il cane ha bisogno di una guida, deve adeguarsi al comportamento dell'uomo e imparare che è sempre l'uomo il capobranco. "Con cani ben addestrati capitano raramente degli incidenti", dice Breitsamer. Sembra logico. A quelli da combattimento si attribuisce una qualità aggiuntiva: riescono a mordere con più forza degli altri. Ma l'etologa ribatte che non è mai stato scientificamente provato. Non esiste nessun studio che dimostri questa forza superiore nei cani da combattimento, conferma Breitsamer, che però aggiunge: "per mia esperienza, un bull terrier o un rottweiler hanno probabilmente più forza di un hovawart o di un golden retriever".
Il paragrafo 28, capoverso 1, della normativa sulla sicurezza stradale prescrive che una persone debba essere "idonea" a tenere un cane considerato pericoloso. Cosa non facile da controllare. Le regole sono così severe che è quasi impossibile ottenere l'autorizzazione. A Monaco, per esempio, bisogna inoltrare la richiesta all'autorità competente, cui va aggiunto un attestato d'idoneità e un certificato rilasciato dal Comune; inoltre bisogna dimostrare d'essere in grado di mantenere il cane in buone condizioni; sono prescritti anche un microchip e l'assicurazione per la responsabilità civile, oltre a "un interesse giustificato per il suo possesso". Interesse giustificato potrebbe essere anche la ricerca scientifica. Ma tutte queste regole non impediscono che in città vi siano almeno un centinaio di animali illegali, ritiene Breitsamer.
I cani hanno bisogno del capobranco
Molti prendono un cane senza sapere come ci si comporti con i quattrozampe. Che hanno bisogno di un ordine gerarchico stabile e di essere occupati -la semplice giratina sotto casa non gli può bastare.
Un cane ha dunque bisogno di una guida e vorrebbe vedersi assegnati dei compiti dal suo capobranco. Feddersen-Petersen suggerisce: "Chi vuole avere un cane farebbe bene a chiedere consiglio a un veterinario esperto di comportamento canino". Consiglio di solito bellamente disatteso. E spesso la conseguenza è uno stato di stress per l'animale e il suo proprietario.
La soluzione potrebbe essere un patentino che si ottiene dopo aver dato un esame. In realtà l'esame esiste già: si chiama Dogs-Owner-Qualifications-Test (D.O.Q.) e consiste in una parte pratica e una teorica; dura due ore, e s'incentra sulla natura e la cacapità di ubbidire del cane in oggetto. In linea di massima lo si può fare presso ogni veterinario. Il guaio è che è su base volontaria e costa 150 euro -soldi che molti preferiscono risparmiare, mentre invece potrebbero garantire un rapporto migliore tra il cane e il padrone e l'ambiente circostante.
Sia Breitsamer che Feddersen-Petersen concordano che un patentino aiuterebbe a migliorare la situazione. Ma è di competenza regionale, e dunque non si arriverà mai ad avere una normativa unitaria.

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