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24 giugno 2010

SILVIA LIVESI CANTA "PER A MI"

 

 

Nella rappresentazione teatrale della commedia in lingua Catalana denominata “LU FURISTE’” , rappresentata il 4 giungo 2010 in memoria di Gavì Ballero, riporto uno stralcio della commedia ove la giovane quattordicenne, Silvia Livesi, nella parte di “Suntina”, canta un brano scritto dall’autore “Gavì Ballero’” che dedicò al figlio scomparso prematuramente, dal titolo “Per a mì”, così tradotto :

 “PER ME SEI STATO SOLO DOLORE, DOLORE AL CUORE E DAL CUORE PASSIONE, DAL GIORNO CHE TU SEI NATO, PER TE HO BALLATO E PIANTO, VORREI CHE CON ME TORNASSI E CULLANDOTI ANCORA TU RIDESSI, BACI E CAREZZE, BELLEZZA MIA, TI AVREI DATO LA NOTTE E IL GIORNO, COME UN FIORE NON ERI NEANCHE SBOCCIATO, CHE CON DOLORE DOPO TU MI HAI LASCIATO, TORNA ANCORA, TORNA MIO TESORO, CHE IN QUESTO MONDO, MIO DOLORE E AMORE, TRA LE BRACCIA TI VORREI STRINGERE, NON TI DIMENTICHERO’ PIU’ FINO A MORIRE.”

19 giugno 2010

LA CHIESA E CIO' CHE RAPPRESENTA

 

 

Ho seguito con interesse la trasmissione di Rai 3 denominata “Report”, ed in particolare, mi ha colpito il servizio andato in onda il 30/05/2010 intitolato “IL BOCCONE DEL PRETE”

Le proprietà del vaticano, propaganda FIDE , gestite per anni da Angelo Balducci, ammontano a circa 8 miliardi di euro. Una proprietà immobiliare immensa che potrà lasciare sgomente quelle persone che di ricchezza sicuramente non vivono. Il servizio enuncia una serie di personaggi della televisione e della politica, affittuari di appartamenti di proprietà del vaticano, all’interno dei quali non ci si entra se non si hanno delle referenze. Le spese di gestione della chiesa si ripartiscono fra la “CEI” (conferenza episcopale Italiana) dallo Stato del vaticano ove risiede la banca “IOR” e la Santa Sede, che raggruppa tutti i luoghi al di fuori del Vaticano. I bilanci quindi dello Stato sono tre, quello della Santa Sede, quello dello Stato del Vaticano, e quello che riguardano le offerte che giungono alla chiesa da tutto il mondo. Il bilancio della Santa sede in riferimento all’anno di 2007 , è di duecentotrentaseimilionisettecentotrentasette Euro riguardanti le entrate, e di duecentoquarantacinquemilioniottocentocinque Euro di uscite. Lo IOR è un istituto bancario che è sempre stato considerato un corrispondente estero di una banca Italiana e di fatto non ha mai rispettato le leggi antiriciclaggio. Le indagini della Procura di Roma sulle irregolarità legate allo “IOR” hanno lasciato solo spazi oscuri mai illuminati, ed ovviamente parliamo di milioni di euro, senza considerare l’immenso patrimonio immobiliare. Ecco che in questo contesto emergono nomi come Cesare Geronzi ,  Paul Marcinkus, Michele Sindona , ( Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore della banca di Sindona che viene ucciso da un Killer di mafia inviato da Sindona), Sindona che muore in carcere per un caffè avvelenato. Roberto Calvi  (ucciso) che usa il metodo Sindona con il Banco Ambrosiano, sempre controllato dallo IOR. (Massimo Ciancimino racconta come suo padre era collegato a quella banca per la pulizia del denaro della mafia (Ciancimino Massimo viene escusso recentemente in merito). Calvi Muore, Mennini arrestato e Marcinkus non viene perseguito perché tutelato dalla città del Vaticano. Altro nome è Ortolani, legato alla massoneria P2 guidata da Licio Gelli, Etcc. Etcc. Massoneria e Ior, un connubio stretto e ombroso. Don Paolo Farinella, intervistato nella trasmissione in oggetto diceNon si può servire a Dio e a questo tipo di economia, il Papa questo lo sa e deve metterci mano altrimenti rinnega il suo mandato, perché non è stato mandato lui e il presidente della CEI per mettere su banche”.

  Gv.II,20: “Questo Tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?”; Mc. XIII,1-2: “Mentre usciva dal Tempio, un discepolo gli disse: «Maestro, guarda che pietre e che costruzioni!». Gesù gli rispose: «Vedi queste grandi costruzioni? Non rimarrà qui pietra su pietra, che non sia distrutta».

Faccio un plauso alla giornalista Milena Gabanelli ed alla trasmissione da lei condotta “Report“, forse ancora una delle poche che coraggiosamente cerca di mettere alla luce ciò che è ancora oscuro.

Per chi volesse vedere la puntata, può cliccare nella stringa sotto riportata

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-78e33a57-a79a-4ccf-9d0a-35c1eebf4c95.html

 

 


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permalink | inviato da geronimo il 19/6/2010 alle 16:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

15 giugno 2010

SIGARETTA E ALCOL-TEST

Corte di Cassazione Penale sez.IV 4/2/2010 n. 4938
La sigaretta fumata prima dell'alcol-test non inficia l'accertamento dello stato di ebbrezza

(omissis)
Svolgimento del processo
Il G.U.P. presso il Tribunale di Belluno, con sentenza in data 9 aprile 2008, pronunciata in sede di giudizio abbreviato condizionato, ha ritenuto …… responsabile del reato p. e p. dall'articolo 186 comma 2 del codice della strada per avere guidato l'autovettura …in stato di ebbrezza conseguente all'uso di sostanze alcoliche e, applicata la riduzione di pena per il rito prescelto, lo ha condannato alla pena di Euro 400,00 di ammenda e gli ha applicato la sospensione della patente di guida per giorni quindici.
Contro tale decisione proponeva ricorso in Cassazione lo ….. a mezzo del suo difensore e concludeva chiedendo di volere annullare la sentenza impugnata con i consequenziali provvedimenti. All'udienza pubblica del 12 gennaio 2010 il ricorso era deciso con il compimento degli incombenti imposti dal codice di rito.

Motivi della decisione
Il ricorrente ha denunciato la sentenza del G.U.P. presso il Tribunale di Belluno per i seguenti motivi:
1) inosservanza ed erronea applicazione della legge, in particolare dell’articolo 186 del D.Lgs. n. 285 articoli186 e 379 - regolamento attuativo del codice della strada - nella parte in cui gli agenti, laddove gli elementi sintomatici non consentano un'immediata valutazione dello stato di ebbrezza, effettuano l'alcoltest dovendosi attenere al rispetto delle modalità anche tecniche previste per l'utilizzo di esso;
2) inosservanza ed erronea applicazione della legge in particolare dell’articolo 186 D.Lgs. n. 285 del 1992 e articolo 379 d.P.R. n. 495 del 1992, nella parte relativa agli elementi sintomatici dello stato di ebbrezza;
3) mancata assunzione di prova decisiva quale perizia di accertamento circa l'influenza del fumo sul test e l'influenza della temperatura esterna sulla funzionalità del test;
4) inosservanza delle disposizioni normative sopra indicate che impongono che l'alcoltest venga effettuato con un preciso intervallo di tempo;
5) insufficienza, contraddittorietà e illogicità della sentenza impugnata.
I proposti motivi sono del tutto destituiti di fondamento in quanto investono questioni di merito, già esaminate nella sentenza impugnata.
In particolare il Giudice ha spiegato con congrua e logica motivazione le ragioni per cui la circostanza che lo …. avesse fumato poco prima di fare l'alcoltest non poteva inficiarlo, evidenziando, tra l'altro, che il secondo test effettuato alcuni minuti dopo il primo, quando il ricorrente aveva smesso di fumare, aveva dato un esito superiore al primo, cosa che non sarebbe potuta accadere se il primo test fosse stato influenzato da un fattore esterno condizionante e cioè dal fumo. Il Giudice ha altresì evidenziato che dall'esame degli "scontrini" emessi dall'apparecchio utilizzato per l'alcoltest è emerso che erano trascorsi i cinque minuti regolamentari tra il primo e il secondo test. L'alcoltest risulta quindi effettuato correttamente e quindi infondati si appalesano tutti i motivi di ricorso, essendo all'evidenza del tutto superflua una perizia volta ad accertarne la regolarità ed apparendo gli elementi sintomatici osservati del tutto in linea con i risultati dello stesso.
Il ricorso proposto è dunque inammissibile, essendo palesemente infondati i motivi, con la conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1.000,00 in favore della cassa delle ammende.

P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.


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permalink | inviato da geronimo il 15/6/2010 alle 17:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

5 giugno 2010

LA RIVOLUZIONE ITALIANA

 

In un'intervista rilasciata ad una trasmissione di “ anno zero”, Monicelli afferma che in Italia non sarebbe potuta mai esserci una reale democrazia, poiché, nella storia Italiana, non vi è mai stata, come in altre nazioni (Francia , America, etcc.. ) una vera rivoluzione . Sempre nello stesso programma, in una diversa puntata, la figlia del giornalista ucciso dai terroristi di sinistra, “Walter Tobagi ”, afferma che dagli accertamenti eseguiti sulla morte del padre, emergeva la presenza della massoneria “P2”; essa appariva dietro tutto quello che frontalmente poteva essere rilevato, in ogni situazione aleggiava la sua l'ombra . In quella stessa puntata si parlava di mafia e di collusioni con la politica di ieri e di oggi. Lo stesso Massimo Ciancimino affermava che nella prossima deposizione innanzi all'Autorità Giudiziaria avrebbe fornito i nomi dei politici collusi, che tutt'oggi occupano la copertina dei giornali.

Non pare si stesse raccontando nulla di nuovo, la solita impasse, ove pare si capiscano motivazioni e moventi ma nulla  appare in tutta trasparenza. La strategia della tensione è un terreno ove tutti i giocatori possono partecipare, dove nessuno è vinto e  vincitore. Il politico di turno presente alla trasmissione, col solito rituale proferisce la parola magica, quella che tutti si aspettano di sentire, “NON SI PUO' GENERALIZZARE, NON TUTTI I POLITICI SONO COLLUSI O RESPONSABILI DELLE VICENDE DI CUI PARLIAMO”. E' stata questa  la frase che per anni ha riecheggiato nelle nostre menti, la frase che ci lascia sgomenti, come dire, la classe politica non può rispondere in toto di tutte le vicende accadute in Italia e delle vicende cui ci si è trovati a discutere negli anni:” USTICA, MORO, FALCONE, BORSELLINO, DELLA CHIESA ETCC”. Ultimamente è stato pubblicato anche un libro ove vengono raccontate alcune verità (Vs. Moro) ma nessuno ne parla, ma si è evitato anche di entrare in merito su argomenti delicati che già esponevano riscontri oggettivi su fatti ancora oggi irrisolti http://www.g71.altervista.org/ . E' vero, il solito ritornello difficilmente condivisibile e, sebbene non opti per la colpevolizzazione generalizzata, non si può sentir dire ogni volta, estraniandosi totalmente dalle vicende:” NON TUTTI SIAMO COSI'”. Per essere responsabili di una vicenda non bisogna essere gli autori o i mandanti, ma anche far finta di niente e girarsi dall'altra parte. Questo, moralmente, per un cittadino e ancor di più per un politico, è essere correi dell'evento. La frase , "non tutti siamo uguali", è , a dir poco,  fuori luogo.  La classe politica è inerte ed assente in tutti quei frangenti ove  l'oscura presenza  massonica manifesta il suo potere. Una forte  volontà  avrebbe potuto opporsi allo stato di cose e far luce su molte  vicende Italiane tutt'oggi rimaste sconosciute. E' meglio, a volte, come dice qualcuno, non conoscere le verità!? 



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permalink | inviato da geronimo il 5/6/2010 alle 18:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

1 giugno 2010

DIRITTO DI ACCESSO AGLI ATTI - INERZIA DELLA P.A. - OMISSIONE DI ATTI D'UFFICIO

 Spesso ci si continua a chiedere se l’inerzia della pubblica amministrazione innanzi ad una richiesta formale , di accesso agli atti e/o quant’altro, possa integrare il reato penale di cui all’art. 328 del c.p.

La legge n. 241/90, per altro modificata dalla L. n.69/2009, ha rafforzato l’obbligo posto a capo delle pubbliche amministrazioni, di concludere i procedimenti amministrativi (accesso agli atti) entro il termine di 30 giorni, o, comunque mai oltre i 180 giorni, fissato dai regolamenti dei singoli enti. Viene determinata altresì una sanzione risarcitoria degli eventuali danni procurati in caso di mancata conclusione entro i termini previsti. La violazione di questo precetto determina tanto la condanna a provvedere, che l’obbligo di risarcimento del danno, inoltre, può integrare la fattispecie del reato della violazione dei doveri d’ufficio di cui all’art. 328 del c.p.

L’art. 328 c.p. prevede il reato di omissione di atti d’ufficio per il pubblico ufficiale che entro 30 giorni dalla richiesta, o in un tempo più lungo come sopra citato, non compie l’atto e non risponde spiegando le ragioni del ritardo.

Il reato si configura anche a fronte di una richiesta di accesso da parte del privato cittadino, infatti, il pubblico ufficiale ha il dovere di rispondere entro 30 giorni o rilasciando l’atto richiesto ovvero negandolo motivatamente; nella ipotesi di mancata risposta espressa nel termine previsto, ai sensi del Co. 4 dell’art. 25 della L. 241/90, la richiesta “si intende respinta”, stimolando così il meccanismo del silenzio rigetto. In siffatta ipotesi si ipotizza invece, che a carico del funzionario inadempiente si possa ravvisare il reato di cui all’art. 328 c.p.

Parte della giurisprudenza ha ritenuto inapplicabile il reato di cui all’art.328 del c.p. in materia di accesso, poiché maturerebbe comunque il meccanismo del silenzio rigetto, un provvedimento negativo, comunque emesso dalla p.a., onde scatterebbe la causa di giustificazione codificata dall’art.51 c.p. costituendo un diritto per la p.a., il potere di sostituire un provvedimento tacito a quello espresso.

E’ stato tuttavia giustamente replicato che il richiamo alla scriminante di cui all’art.51 c.p. appare fuori luogo, giacché il meccanismo del silenzio rigetto costituisce soltanto una fictio iuris e non una manifestazione di un diritto attribuito dalla p.a. (che anzi ha pur sempre il dovere di concludere il procedimento mediante provvedimento espresso ex art. 2, comma 2, legge 241/90).

La giurisprudenza prevalente, inoltre, non ha ritenuto di condividere nemmeno l’impostazione dottrinale secondo cui la consumazione del reato presupporrebbe che, a seguito della formazione del silenzio rigetto per effetto del decorso dei 30 giorni dall’istanza, l’interessato invii un ulteriore atto di diffida. La tesi, che sarebbe plausibile ove il termine per la conclusione del procedimento sia superiore a quello penale di 30 giorni, non appare esatta nel caso in cui il termine procedimentale e quello penale coincidano: in tal caso un atto sollecitatorio, volto a stigmatizzare un silenzio già intrinsecamente illecito, sarebbe sicuramente inutile. Per quanto esposto, il rapporto tra l’art. 328 c.p. e la legge 241/90 è facilmente rinvenibile. Si può affermare che la legge n. 241 fissa in modo circostanziato il precetto al quale la p.a. e i suoi dipendenti devono attenersi in materia di accesso agli atti, mentre l’art. 328 c.p. co. 2, prevede le punibilità per la violazione di tale precetto.

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