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30 maggio 2011

BLOGER CONDANNATO PER NON AVER REGISTRATO IL BLOG PRESSO IL TRIBUNALE

La Corte d'Appello di Catania, sezione penale, ha condannato lo storico e saggista Carlo Ruta a pagare un'ammenda di 150 euro per le informazioni diffuse nel suo blog "Accade in Sicilia", che è attualmente oscurato. I giudici di appello asseriscono che il professore siciliano avrebbe dovuto registrare il suo blog d'informazione presso il tribunale competente, come si fa per chi edita una rivista cartacea.

La condanna emessa per il reato previsto dall' art. 16  dalla legge n. 47 dell'8 febbraio 1948, è stata confermata in appello  dopo  la sentenza di primo grado pronunciata  nel 2008 dal Tribunale di Modica.

Ll'avvocato Giuseppe Arnone, legale   del professore commenta che il reato di stampa clandestina avrebbe avuto senso qualora vi fosse stato il problema di individuare il responsabile di chi scrive, per evitare possibili diffamazioni o paritetiche situazioni delittuose, cosa che nel blog non è verosimile che accada, atteso che il creatore del blog è sempre rintracciabile.

La vicenda del blog "Accade in Sicilia" e si è in attesa della decisione della Corte di Cassazione  che dovrà dire l'ultima parola sul caso.




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30 maggio 2011

STALKING ANCHE NEL CONDOMINIO

La Corte di Cassazione, nella sentenza n. 20895 del 25 maggio 2011 ha ravvisato la fattispecie dello stalking ai danni di coloro che siano destinatari di molestie, anche solo occasionalmente, in virtù della loro appartenenza ad un gruppo sociale, un condominio.


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29 maggio 2011

PROCESSO CIVILE - NUOVE PROVE IN APPELLO

Con sentenza del 9 maggio 2011 n. 2738, della sesta sezione del Consiglio di Stato si è precisato che, ai sensi dell’art. 345 c.p.c. e dell’art. 104 c.p.a. le nuove prove in appello sono ammissibili qualora si ravvisino i presupposti della dimostrazione di non averle potute produrre in primo grado per cause non imputabili alla parte ricorrente e l' indispensabilità da parte del collegio. Secondo il dato letterale, i motivi sono da ritenersi alternativi piuttosto che cumulativi. La valutazione dell' indispensabilità della prova può essere compiuta dal giudice d' ufficio, senza la dimostrazione di impossibilità di produzione in primo grado, sia nelle ipotesi in cui le nuove prove possano determinare un positivo accertamento dei fatti di causa, determinante talvolta anche per pervenire ad un totale capovolgimento della decisione cui è pervenuto il giudice di primo grado, sia nelle ipotesi caso in cui dall’insieme delle circostanze emerga comunque che non vi siano colpe istruttorie della parte in primo grado. Nella sentenza il Collegio ha rilevato che nel processo amministrativo di primo grado, l’Amministrazione resistente ha l’onere di depositare il provvedimento impugnato, gli atti e documenti del relativo procedimento amministrativo e gli altri atti ritenuti utili. Se l’Amministrazione non provvede a tale adempimento, il giudice ordina anche d’ufficio l’esibizione dei documenti ex art. 65, comma 3, c.p.a.




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29 maggio 2011

ART.126 BIS C.D.S. - COMUNICAZIONE DEL CONDUCENTE DEL MEZZO

Cassazione Civile n. 11185 del 20 Maggio 2011


La sentenza n. 11185 del 20 maggio 2011, la Corte di Cassazione ha affermato che il proprietario del veicolo non è tenuto a comunicare i dati del conducente se la contestazione della violazione è stata notificata tardivamente. I giudici hanno considerato un principio di diritto, ex art. 363 del c.p.c., ritenendo la questione di particolare rilevanza: lo sforzo mnemonico richiesto al proprietario del veicolo deve essere limitato.

“Lo sforzo mnemonico del proprietario del veicolo – afferma la Corte – è esigibile solo se contenuto in ragionevoli tempi. Pertanto l’obbligo del proprietario, quello di comunicare entro 60 giorni dalla notificazione del verbale di contestazione i dati personali e della patente del conducente il veicolo al momento della commessa violazione, può scattare solo se sorretto da notificazione tempestiva di detto verbale”.

Non è rilevante che il primo verbale , relativo alla violazione principale, non sia stato oggetto di opposizione.

I giudici, riguardo alla contestazione della violazione di omessa comunicazione dei dati del conducente di un veicolo di cui all’art. 126bis del c.d.s., qualora essa sia pervenuta tardivamente , oltre i termini prescritti, va escluso l'obbligo, per il proprietario del veicolo, di comunicare i dati del conducente del veicolo al momento del rilevamento dell’infrazione; con la conseguenza che risulta illegittima la pretesa sanzionatoria connessa alla violazione per omessa comunicazione, contestata, successivamente alla prima, con apposito verbale di accertamento”



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24 maggio 2011

GUIDA IN STATO DI EBBREZZA - RIFIUTO ALL'ALCOOTEST

Corte di Cassazione Penale sez. IV 22/4/2011 n. 16126
Sintomatico a seguito di rifiuto - reati commessi prima del 30 luglio 2010 - il fatto relativo alla guida in stato di ebbrezza, in ragione del favor rei deve essere applicato nella misura più lieve che per effetto della legge 120/2010 non costituisce più reato

(omissis)

MOTIVI DELLA DECISIONE
Con sentenza pronunziata in data 8 giugno 2010, il G.I.P. del Tribunale di Ravenna applicava, ex artt. 444 e segg. cpp a xx  quale responsabile del reato continuato di guida in stato di ebbrezza alcoolica e di rifiuto di sottoporsi ai previsti accertamenti tecnici per la verifica, nei conducenti di veicoli a motore, dello stato di alterazione fisica e psichica, derivante dall'ingestione di bevande alcooliche, la pena di giorni .. di arresto e di Euro .. di ammenda, sostituita la pena detentiva, con Euro .. e quindi determinando la pena complessiva in Euro .. di ammenda - pena sospesa -.
Era altresì disposta la confisca e la vendita del veicolo nonchè la sospensione della patente di guida per mesi ...
Avverso la sentenza ricorre per cassazione l'imputato personalmente lamentando, con una prima censura, il difetto di motivazione in ordine all'insussistenza di cause di proscioglimento, à sensi dell'art. 129 cpp. e, con una seconda censura, la carenza di motivazione in ordine alla statuizione concernente la durata della sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida, fissata in .. e quindi in misura pari al doppio del periodo edittale minimo.
Con requisitoria scritta in atti, il P.G. ha concluso per il rigetto del ricorso, attesa l'infondatezza di entrambi i motivi di ricorso, essendo sufficiente l'enunciazione, anche implicita, che è stata compiuta la verifica dell'insussistenza di condizioni per far luogo al proscioglimento ex art. 129 cpp e non sussistendo uno specifico obbligo di motivazione qualora la durata della disposta sospensione della patente di guida non si discosti dal minimo edittale,in modo apprezzabile: fattispecie verificatasi nel caso di specie in cui si è fatto luogo al cumulo dei periodi si sospensione previsti per ciascuno dei reati commessi.
Rileva preliminarmente la Corte che la violazione sub A, va ricondotta all'illecito di cui all'art. 186 commi 1 e 2, lett. a) cds, attualmente punito, per effetto della novella Introdotta dall’articolo 33 della legge 29 luglio 2010, n. 120, con sanzione amministrativa. Il reato , infatti, veniva accertato sulla base di elementi sintomatici (come anche riportato nel capo di imputazione) ad inequivoca dimostrazione dello stato di ebbrezza alcoolica; donde, in conformità all'insegnamento di questa Suprema Corte (cfr., ex multis Sez. 4 n. 48026 del 4 dicembre 2009, dep. 16 dicembre 2009 , imp. P.G. in proc. F.; Sez. 3 n. 48023 del 6 novembre 2008, dep. 23 dicembre 2008, imp. P.G. in proc. S.) pel principio del favor rei, la sussistenza della fattispecie meno grave, atteso il difetto di acquisizione dell'accertamento del tasso alcoolico nel sangue dell'imputato, rifiutatosi di sottoporsi alle prove con etilometro. Ne discende che, à sensi dell'art. 129 cod. proc. pen., l'imputato va prosciolto dal suddetto addebito, perchè il fatto non è attualmente preveduto dalla legge come reato, con conseguente annullamento senza rinvio, in parte qua, della sentenza impugnata.
Quanto all'altra residua imputazione, l'impugnata sentenza deve essere del pari annullata senza rinvio, con trasmissione degli atti al Tribunale di Ravenna per l'ulteriore corso. Esclusa l'applicabilità nella fattispecie del disposto dell'art. 620 lett. l) cpp e posta, peraltro, la sopravvenuta modifica per effetto dell'jus superveniens, degli elementi già valutati dalle parti ai fini della determinazione pattizia della pena complessivamente applicabile per entrambe le violazioni ascritte all'imputato, il Tribunale di Ravenna dovrà procedere a nuovo esame dell'imputazione sub B, di cui all'art. 186 C.d.S., commi 2 e 7 (per essersi l'imputato rifiutato, nelle medesime circostanze descritte al capo A, di sottoporsi all'alcooltest, ai fini dell'accertamento dello stato di alterazione dovuto all'assunzione di sostanze alcooliche) agli effetti della rideterminazione sia della pena alla stregua delle valutazioni discrezionali, al giudice di merito rimesse e disciplinate dagli artt. 132 e segg. cod. pen., sia della durata della sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida.
P.Q.M.
Annulla senza rinvio la sentenza impugnata in ordine alla imputazione di cui all'art. 186 comma 2, lett. a), perchè il fatto non è più previsto dalla legge come reato .
Annulla senza rinvio la sentenza impugnata in ordine alla residua imputazione e dispone trasmettersi gli atti al Tribunale di Ravenna, per l'ulteriore corso.


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24 maggio 2011

EDILIZIA - PARZIALE DIFFORMITA' E SILENZIO ASSENSO

Il D.L. 70/2011 , inserendo il comma 2 ter all’art. 34 del D.P. R.380/2001, Testo unico edilizia, dispone che si esclude la presenza di parziale difformità del titolo abilitativo in presenza di violazioni di altezza, distacchi, cubatura o superficie coperta che non eccedano per singola unità immobiliare il 2% delle misure progettuali.

Con questa norma si ha la certezza di conoscere la possibile valutazione concreta operata dal diritto positivo con riferimento alle azioni e situazioni compiute, senza lasciare alla pubblica amministrazione il potere discrezionale della definizione di parziale difformità. Il legislatore regionale non potrà disattendere la soglia del 2% perché, diversamente, finirebbe per introdurre nel sistema giuridico una fattispecie di abuso edilizio che il legislatore nazionale ha volutamente inteso escludere.

Nelle disposizioni normative è stato inserito il silenzio assenso per il rilascio del permesso di costruire. Il  titolo abilitativo emesso dal comune potrà ora essere ottenuto automaticamente con la regola del silenzio-assenso. Ovviamente ciò è possibile nei casi in cui non sussistano vincoli ambientali, paesaggistici o culturali.



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18 maggio 2011

C.D.S. - GIUDICE DI PACE COMPETENTE ANCHE PER SOMME SUPERIORI


Il giudice di pace è competente a giudicare le sanzioni amministrative, anche se la  somma per la quale si ricorre è superiore a quella indicata per i massimali di competenza. Nella fattispecie trattavasi di violazioni al c.d.s. sequenziali, per la somma complessiva di 24.000 Euro. Cosi ha deciso la sentenza della Corte di Cassazione Civile sez. II 21/3/2011 n. 6463.



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18 maggio 2011

NOTIFICA DI CARTELLA ESATTORIALE AL PORTIERE

Corte di Cassazione Civile sez. II 12/4/2011 n. 8284
Riscossione - Cartella esattoriale - Notifica - Dichiarazione - Mancato ricevimento - Sanzioni - L. n. 890 del 1992, art. 7 - Art. 139 c.p.c.

FATTO E DIRITTO

  1. - L'avvocato M.T. impugna la sentenza n.  1985  del2005, depositata il 14 marzo 2005, del Giudice di Pace di Roma che rigettava la sua opposizione avverso la cartella esattoriale n. …,  deducendo  di  non aver mai ricevuto la notifica dei  verbali  di  violazione  alle  norme  del Codice della Strada che avevano dato luogo a tale richiesta.   
    2. - Il Giudice di  Pace  rigettava  il  ricorso,  rilevando  che  dalla documentazione esibita dal Comune  di  Roma,  costituitosi  a  giudizio  con funzionario, risultava che "i verbali erano stati ritualmente  notificati  amezzo servizio postale nei termini di legge, ai sensi dell'art. 149  c.p.c., che prevede tale notifica quando, come nel caso di specie, la stessa non sia vietata". Non era quindi applicabile l'art. 139 c.p.c. "in quanto lo  stesso prescrive l'invio della raccomandata quando l'ufficiale giudiziario notifica nelle mani del portiere o di un vicino che accetti l'atto".   
    3. - Il ricorrente articola due motivi di ricorso. Col primo lamenta  la nullità della notifica dei verbali contravvenzionali, avvenuta  a  mani  del portiere del suo stabile, senza che l'ufficiale postale  effettuasse  alcuna ricerca del notificando o di un suo familiare o addetto alla casa.  Aggiunge che non gli era stata inviata alcuna raccomandata circa l'avvenuta  notifica al portiere ex art. 139 c.p.c., comma 4. Deduce quindi  violazione  e  falsa applicazione dell'art. 139 c.p.c., commi 2 e 3 e della L. n. 890  del  1992, art. 7, comma 3. Col secondo deduce vizi di motivazione.   
    4. - Resiste con contro ricorso il Comune di Roma,  il  quale  deduce  la regolarità del procedimento di notifica, posto che l'ufficiale  postale  con"l'apposizione  della  crocettatura  della  casella  stampata  sulla   busta concernente il verbale di accertamento, relativa alla consegna al  portiere,presuppone ovviamente la infruttuosa ricerca del destinatario e  il  mancato preventivo rinvenimento delle persone indicate dall'art. 139 c.p.c.".

    5. Attivata la procedura ex art. 375  c.p.c.,  la  Procura  Generale  ha concluso per iscritto per l'accoglimento del ricorso.

     
    6. - Il ricorso è fondato. Infatti, deve intendersi  nulla  la  notifica effettuata a mezzo posta con la sola consegna  al  portiere  dello  stabile,senza attestazione dell'avvenuta  ricerca  delle  altre  persone  abilitate,attestazione che può avvenire  anche  con  la  crocettatura  delle  apposite caselle nel relativo modulo. In tal senso il costante orientamento di questa Corte (vedi tra le altre,  Cass.  Sezioni  unite  2005  n.  11332).  Nè  può desumersi il compimento di tale attività dal solo fatto che la consegna  sia stata effettuata al portiere, come deduce  la  difesa  dell'avvocatura,  non risultando alcunché dalla notifica.   
    7. - Non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto -  in  quanto dall'accoglimento del ricorso deriva logicamente il giudizio  di  fondatezza dei motivi posti a base dell'opposizione  -  è  consentito  in  questa  sede pronunciare nel merito ai sensi dell'art. 384 c.p.c., comma 1, ed accogliere l'originaria opposizione.  

    8. — Le spese seguono la soccombenza anche per il merito.   

P.Q.M.


LA CORTE    accoglie il ricorso, cassa senza rinvio il  provvedimento  impugnato  e,decidendo  nel  merito,  in  accoglimento  dell'opposizione  originariamente proposta al Giudice  di  Pace,  annulla  la  cartella  esattoriale  opposta. Condanna la parte intimata alle spese di giudizio, liquidate in 500,00  Euro per onorari e 100,00 Euro per spese per il giudizio  di  merito,  nonchè  in 400,00 Euro per  onorari  e  200,00  Euro  per  le  spese  del  giudizio  di legittimità, oltre accessori di legge.


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18 maggio 2011

VERBALE - QUERELA DI FALSO NEL RITO CIVILE

Sono interessanti le argomentazioni della sentenza della Corte di Cass. Civ. Sez. II  n. 8713/2011, nella quale si affronta la necessità di proporre la querela di falso innanzi ad un verbale ritenuto atto pubblico ai sensi dell'art. 2700 del c.c.,  redatto dai vv.uu. di Napoli. Rinvio alla lettura della sentenza.




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18 maggio 2011

SANZIONI DISCIPLINARI - PROPORZIONALITA'

La proporzionalità delle sanzioni disciplinari. La sentenza del Consiglio di Stato nr. 25/2011 mette in evidenza l'esigenza della proporzionalità nell’esercizio dell' azione disciplinare.

La giurisprudenza ha ritenuto sussistente il vizio di eccesso di potere quando il provvedimento disciplinare appare sproporzionato rispetto ai fatti accertati (Sez. IV, n. 6353/2009). Sia ai dipendenti pubblici come ai militari, un isolato comportamento illecito non può giustificare la misura disciplinare estintiva del rapporto di lavoro; a meno che i fatti commessi siano talmente gravi da evidenziare l'assenza delle doti morali, necessarie per la prosecuzione dell'attività lavorativa. Risulta violato il principio di proporzionalità quando la responsabilità per il reato commesso non può essere attribuita direttamente al dipendente civile o militare.

Il ricorso al TAR del lazio viene esperito da un agente della Guardia di Finanza contro l'espulsione dal Corpo a causa di un procedimento penale, poi archiviato. Nella fattispecie si era proceduto penalmente nei confronti del ricorrente e della consorte per un furto commesso da quest'ultima in un .

In prima istanza il ricorso contro il provvedimento viene respinto dal giudice, mentre il Consiglio di Stato ribalta la decisione evocando il principio di proporzionalità.

Il Consiglio di Stato non ha infatti condiviso la tesi dell'Amministrazione che ha posto in evidenza, nella fattispecie, un indice di carenza di qualità morali e di carattere e comunque lesivo del prestigio del Corpo – ritenendo, evidentemente, che un isolato comportamento illecito non faccia venir meno gli obblighi assunti con il giuramento.


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13 maggio 2011

RSA - SPETTA ANCHE SE RICOVERATI IN LUOGO DIVERSO DA QUELLO DI RESIDENZA

Anche il T.A.R della Toscana con sentenza n. 694/2011, dopo larecente sentenza del Consiglio di Stato N.01607/2011bastonaASL e Regione Toscana per il mancato pagamento della quota RSA. Essesostenevano che per fruire della quota sanitaria la paziente affettada Alzheimer doveva essere ricoverata in una strutturagestita dalla ASL del territorio di residenza.

Succede che una signorainvalida al 100%  affetta da alzheimer viene ricoverata in unastruttura privata convenzionata, senza copertura ASL per la quotasanitaria e del Comune per quella sociale, gli sono stati rifiutatigli emolumenti perchè la struttura non era direttamente gestitadalla ASL competente per territorio di residenza, ma bensì dalla ASL di Pistoia.

I familiari ricorronocosì al TAR Toscana per ottenere il rimborso di quanto anticipato.

IlTAR evidenzia che la quota sanitaria dovuta dal SSN tramite leRegioni è attinente alla malattia e si riferisce a parametrisanitari, mentre la quota sociale considera altri fattori, quali ilreddito e la situazione di bisogno socio ambientale. Si tengaaltresì in considerazione che è diritto del cittadino scegliere illuogo di cura ove curarsi, senza che ricada in suo sfavore la diversasede dell'amministrazione ASL competente per territorio. Alleamministrazioni spettano i conguagli e le compensazioni dei crediti edei debiti.

IlTribunale Amministrativo Regionale per la Toscana – Sezione Seconda– così definitivamente pronunciando sul ricorso originario e suimotivi aggiunti, come in epigrafe proposti, li accoglie e perl’effetto annulla gli atti con gli stessi impugnati, riconoscendoil diritto della ricorrente a vedersi corrisposta in misura integralee non limitata temporalmente la quota sanitaria per il ricovero dellapropria madre nella R.S.A. “Nuova Villa Rio” di S. Godenzo, econdannando l’Azienda U.S.L. n.3 di Pistoia al pagamento dellerelative somme.

Condannale Amministrazioni resistenti al pagamento in favore della ricorrentedi spese ed onorari di causa, che liquida in misura forfettaria incomplessivi Euro 6000,00, di cui Euro 3000,00 a carico dell’Azienda U.S.L. n. 3 di Pistoia e Euro 1.500,00 a carico rispettivamente del Comune diPistoia edella Regione Toscana, più gli accessori di legge.

Compensale spese nei confronti del Comune di S. Marcello Pistoiese. Ordinache la presente sentenza sia eseguita dall’autoritàamministrativa. Così deciso in Firenze, nella Camera di consigliodel giorno 22 dicembre 2010.



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12 maggio 2011

DANNEGGIARE BENI MILITARI E' ANCORA REATO - DUE PESI E DUE MISURE



Due pesi e due misure, questa è la situazione in Italia quando si pongono a confronto diritti e doveri di militari e normali cittadini. Il militare è subordinato ad un differente ordinamento ed oltre al giudizio del c.p. è sottoposto al giudizio del c.p.m. , all'interno del quale, sebbene in fase di rivisitazione da parte del senato, alcune norme appaiono palesemente incostituzionali. Il  dipendente di una pubblica amministrazione, qualora danneggi in maniera colposa e non volontaria un bene mobile od immobile dell'amministrazione per la quale svolge la propria attività, è chiamato innanzi alla legge, a rifondere i danni causati e non certo a commisurarsi con sanzioni penalmente rilevanti. Ciò invece non succede per il militare. Può accadere quindi che un militare che infrange casualmente un vetro di una caserma o tampona un'altro mezzo causando solo dei danni può essere chiamato a risponderne penalmente, differentemente dai cittadini senza stellette. All'uopo riporto alcuni articoli del c.p.m. su cui sarebbe opportuno fare una riflessione.


Art. 168. Danneggiamento di edifici militari.

Fuori dei casi preveduti dai due primi commi dell'articolo precedente, il militare, che comunque danneggia edifici militari, è punito con la reclusione militare fino a cinque anni.


Art. 169. Distruzione o deterioramento di cose mobili militari.

Il militare, che, fuori dei casi preveduti dagli articoli 164 e 165, distrugge, disperde, deteriora, o rende inservibili, in tutto o in parte, oggetti, armi, munizioni o qualunque altra cosa mobile appartenente all'amministrazione militare, è punito con la reclusione militare da sei mesi a quattro anni.
Se il fatto è commesso a bordo di una nave militare o di un aeromobile militare, la reclusione militare è da due a cinque anni; e può estendersi fino a quindici anni, se dal fatto è derivata la perdita della nave o dell'aeromobile, o se l'una o l'altro non sia più atto al servizio cui era destinato.


Art. 170. Fatti colposi.

Se alcuno dei fatti preveduti dagli articoli 168 e 169 è commesso per colpa, si applica la reclusione militare fino a sei mesi.


Art. 171. Circostanza aggravante e circostanza attenuante in relazione alla entità del danno.

Nei casi preveduti dagli articoli 168 e 169:

  1. si applica la reclusione non inferiore a cinque anni, se dal fatto è derivato un danno di rilevante entità;

  2. la pena è diminuita, se, per la particolare tenuità del danno, il fatto risulta di lieve entità.


Alcuni di questi articoli sono apparsi incostituzionali anche ad alcuni giudici, tant'è che con due ordinanze di contenuto sostanzialmente identico emesse rispettivamente il 7 maggio 1986 e il 18 giugno 1986, il Tribunale militare di Padova ha denunciato, in riferimento agli artt. 2, 3, 13 e 52 della Costituzione, l'illegittimità dell'art. 170 del codice penale militare di pace, in relazione agli artt. 168 e 169 dello stesso codice, che commina una pena detentiva per il reato di danneggiamento colposo di edifici militari e per il danneggiamento colposo di cose mobili militari, anche se di lieve entità.

ll giudice a quo ha anche denunciato, in riferimento agli artt. 3 e 27 della Costituzione, con la prima ordinanza gli artt. 53, 54, 77 e 79 della legge 24 novembre 1981, n. 689, e con la seconda ordinanza gli artt. 53, 54 della stessa legge n. 689 del 1981, nella parte in cui escludono che le sanzioni sostitutive delle pene detentive brevi siano applicabili anche nei confronti dei militari maggiorenni che commettano reati militari compresi nell'astratta competenza del pretore.

La Corte Costituzionale, con sentenza n. 280 del 7 luglio 1987, dopo una lunga disquisizione giuridica, ha considerato che :

la non omogeneità delle argomentazioni addotte e la conseguente diversificazione dei risultati cui i rispettivi sviluppi potrebbero condurre non permettono a questa Corte di individuare con certezza i veri termini del petitum e, quindi, di pervenire ad una risposta di sicura aderenza a quanto effettivamente dal giudice a quo. L'univocità formale dei due dispositivi, diretti ad una declaratoria di illegittimità dell'art. 170 del codice penale militare di pace, non può ovviare da sola alla non univocità della motivazione, non foss'altro perché il raggiungimento dei più circoscritti obiettivi in essa alternativamente ravvisabili risulterebbe compromesso da un epilogo drasticamente conforme a quanto in apparenza richiesto nel dispositivo.

Dichiara pertanto inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell'art. 170 del codice penale militare di pace, in relazione agli artt. 168 e 169 dello stesso codice, sollevata, in riferimento agli artt. 2, 3, 13 e 52, terzo comma, della Costituzione, dal Tribunale militare di Padova con le due ordinanze in epigrafe.

Con la seguente conclusione, che i diritti ed i doveri dei militari non vanno a pari passo con quelli di un normale cittadino, ma soffrono spesso di motivazioni che danno adito ad un affievolimento del senso diritto.

Chi è debole non avrà la forza di rialzarsi se nessuno le porgerà la mano.








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11 maggio 2011

SPESE LEGALI PER FATTI INERENTI IL SERVIZIO

Consiglio di Stato sez. VI 21/3/2011 n. 1713; Pres. Coraggio, G., Est. Polito, B.R.
Rimborso delle spese legali

Con determinazione 333.A/U.C./5769 – TL in data 12 settembre 2008 - oggetto di successiva conferma con atto dell’ 11 marzo 2009 - il Ministero dell’ interno, Dipartimento della pubblica sicurezza - acquisite le osservazioni del destinatario del provvedimento sul preavviso di atto negativo, ai sensi dell’art. 10 bis della legge 7 agosto 1990, n. 241 - respingeva, uniformandosi ai pareri espressi dall’ Avvocatura distrettuale dello Stato, la domanda dell’ ispettore superiore della Polizia di Stato @@@@@, intesa ad ottenere, ai sensi dell’art. 18 della legge 23 maggio 1997, n. 135, il rimborso delle spese sostenute per patrocinio legale in giudizio promosso nei suoi confronti con imputazione per i reati di cui agli artt. 82, 314 e 323 c.p., connessi all’ espletamento del servizio (gestione di spaccio riservato agli appartenenti alla Polizia di Stato), conclusosi con sentenza assolutoria ai sensi dell’art. 530 c.p.p. perché il fatto non sussiste.

Avverso la determinazione negativa il @@@@ proponeva impugnativa avanti al Tribunale amministrativo regionale per la Campania.
Il ricorso era respinto con sentenza in forma semplificata n. 4325 del 23 luglio 2009 .

Il Consiglio di Stato , con la sentenza in epigrafe indicata, ha deciso differentemente da quanto è stato considerato dal Ministero, dall'Avvocatura di Stato e dal T.A.R. Della Campania. A volte persitere può dare le giuste gratificazioni.

Nella specie il provvedimento di diniego impugnato in prime cure, facendo proprie le conclusioni del parere rassegnato dall’ Avvocatura distrettuale, dà rilievo alla parte motiva della sentenza, che non consente di ritenere esclusa la responsabilità dell’ imputato, perché non ha fornito prova della propria innocenza, ma ha beneficiato del ragionevole dubbio, in presenza dell’ insufficienza della prova, che dà ingresso all’ assoluzione secondo il canone processuale penalistico del favor rei.
Come prima accennato l’ art. 18 della legge n. 137 del 1997 assume a presupposto del diritto al rimborso delle spese per patrocinio legale il giudizio si sia concluso con sentenza o provvedimento che “escluda” la responsabilità.
L’ art. 530 c.p.p. al primo comma individua una pluralità di formule assolutorie, che prendono in considerazione: l’ insussistenza del fatto reato (il fatto non sussiste); la non attribuibilità della fattispecie criminosa all’ imputato (l’ imputato non lo ha commesso); l’ inesistenza degli elementi costitutivi della fattispecie criminosa (il fatto non costituisce reato); la mancata previsione per legge del fatto come reato o che sia stato commesso da persona non imputabile.
La disposizione in esame, al secondo comma, recepisce la regola di giudizio in base alla quale va pronunziata l’ assoluzione anche quando manchi o sia insufficiente o contraddittoria la prova sulla sussistenza del fatto reato, sulla sua commissione da parte dell’ imputato, sulla qualificazione del fatto stesso come reato, ecc.
Entrambe le ipotesi assolutorie escludono ogni responsabilità agli effetti penali, in esito a giudizio valutativo e di graduazione delle prove assunte, nel loro concorso, in negativo o in positivo, a qualificare la responsabilità dell’ imputato. Il dispositivo è, quindi, sempre di pieno proscioglimento, essendo stata espunta la formula assolutoria del codice di procedura penale previgente (art. 479, comma terzo) che, in assenza di prove sufficienti per pervenire alla condanna, prevedeva l’ assoluzione per insufficienza di prove.
In presenza di una sentenza che, come nel caso di specie, nega la responsabilità agli effetti penali dell’ imputato, sussiste il diritto alla misura indennitaria, in concorso con gli ulteriori elementi dall’ art. 18 della legge n. 137 del 1997, trattandosi di disposizione che non discrimina fra le diverse ipotesi di formule assolutorie prefigurate dall’ art. 530 c.p.p. e non assegna all’ Amministrazione un’ area di discrezionalità che le consenta di sovrapporsi e sostituirsi a quella effettuata dal giudice a quo.
Accedere all’ opposta tesi consentirebbe, muovendo dalla motivazione della sentenza assolutoria, una riedizione in sede amministrativa del giudizio sull’ ascrivibilità o meno all’ imputato del fatto reato per il quale è stata esercitata l’ azione penale dando, quindi, luogo ad una rinnovata valutazione nel merito degli estremi di responsabilità, che l’ art. 18 della legge n. 137 del 1997 non prevede affatto e, tantomeno, consente.
Per le considerazioni che precedono l’ appello va, quindi, accolto e, per l’ effetto, va accolto il ricorso di primo grado e vanno annullati gli atti con esso impugnati.
I particolari profili dell’ insorta controversia consentono la compensazione fra le parti di spese ed onorari per i due gradi di giudizio.


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10 maggio 2011

VEICOLO RIMOSSO - ANNULLAMENTO DEL VERBALE - PUO' SUSSISTERE IL DANNO DA STRESS

 Corte di Cassazione Civile sez. II 23/3/2011 n. 6712
Veicolo rimosso - annullamento del verbale - danno da stress - può sussistere
(omissis)
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
La sig.ra M. S. di Campobianco propose, nei confronti del Comune di Palermo e dell’AMAT – Azienda speciale per la mobilità (ora AMAT s.p.a.), ricorso ai sensi dell’art. 22 l. 24 novembre 1981, n. 689 avverso il verbale di accertamento della violazione degli artt. 158, 159 e 140 codice della strada (sosta su attraversamento pedonale) elevato il 13 maggio 2004 da un ausiliare del traffico dipendente dell’AMAT. Sostenne che l’ausiliare del traffico autore del verbale era privo di delega del Sindaco e chiese anche il rimborso di quanto versato per ottenere la restituzione della propria autovettura, rimossa a seguito dell’accertamento, nonché il risarcimento del danno.
Il Comune rimase contumace e resistette in giudizio la sola AMAT.
L’adito Giudice di pace di Palermo accolse il ricorso osservando: a) che il verbale non recava i “precisi motivi” dell’omissione della contestazione immediata dell’illecito, giustificata con il solo riferimento all’assenza del trasgressore; b) che l’ausiliare del traffico procedente era privo di delega; c) che il verbale non era stato notificato in originale o copia autentica. Annullato, quindi, il verbale, condannò gli enti convenuti, in solido, al rimborso delle spese di svincolo dell’autovettura e al pagamento di € 200,00 “a causa dello stress subito” dalla opponente, all’epoca incinta, nella ricerca del veicolo illegittimamente rimosso.
L’AMAT s.p.a. ha quindi proposto ricorso per cassazione per sette motivi, cui la sig.ra S. di C. ha resistito con controricorso. Il Comune di Palermo, nei confronti del quale questa Corte aveva disposto l’integrazione del contraddittorio, tempestivamente eseguita dalla ricorrente, non ha svolto difese.
Il P.M. ha concluso per iscritto, ai sensi dell’art. 375 c.p.c., in via principale per la declaratoria d’ufficio della radicale carenza di legittimazione passiva dell’AMAT, con condanna della opponente alle spese di entrambi i gradi del giudizio, e in via subordinata per l’accoglimento del ricorso.
MOTIVI DELLA DECISIONE
1. – Va preliminarmente disattesa l’eccezione di tardività del ricorso formulata dalla contro ricorrente sul rilievo che la notifica di esso è stata eseguita il 15 novembre 2005, sessantunesimo giorno successivo alla notifica della sentenza impugnata.
Quella che rileva, infatti, è la data della richiesta della notificazione (cfr., per tutte, Cass. Sez. Un. 458/2005), che nella specie risale all’8 novembre 2005, ampiamente rientrante nel termine di sessanta giorni previsto dall’art. 325 c.p.c.
2. – Va altresì disattesa la richiesta, formulata dal P.M. in via principale, di definire il giudizio con declaratoria d’ufficio del difetto di legittimazione passiva dell’AMAT essendo il comune l’unico legittimato a resistere all’opposizione avverso il verbale.
Se è vero, infatti, che legittimato a resistere all’opposizione al verbale era soltanto il Comune, quale amministrazione cui l’atto era riferibile, è pur vero che questi era stato convenuto nel giudizio di primo grado e che la legittimazione passiva dell’AMAT sussisteva quanto alla domande di rimborso delle spese di svincolo dell’autovettura e di risarcimento del danno, dato che la relativa condanna veniva richiesta anche nei suo confronti.
Il difetto di legittimazione passiva dell’AMAT quanto all’opposizione al verbale, d’altra parte, non è rilevabile d’ufficio anche in sede di legittimità: non si tratta, infatti, di rilevare una carenza di contraddittorio, dato che il soggetto passivamente legittimato – il Comune – è stato convenuto sin dal primo grado di giudizio.
3. – Vanno quindi esaminati con priorità il terzo e quarto motivo di ricorso, tra loro connessi.
3.1. – Con il terzo motivo, denunciando violazione di norme di diritto, si censura la statuizione secondo cui “l’ausiliare del traffico, non essendo delegato dal Sindaco se non per l’accertamento delle violazioni relative all’uso delle schede parcheggio (…) e, quindi, con carenza di delega per la rimozione dei veicoli, non avrebbe potuto e dovuto procedere alla rimozione”. Si sostiene che il verbalizzante era in realtà titolare di delega anche a disporre la rimozione dei veicoli in divieto di sosta, delega rilasciata con ordinanza sindacale 14 aprile 2003, n. 90 agli ausiliari del traffico dipendenti dell’AMAT, la quale ben può essere presa in considerazione in sede di legittimità trattandosi di “atto pubblico equiparabile alla legge”.
3.2. – Con il quarto motivo si denuncia l’inadeguatezza della motivazione addotta sul punto nella sentenza impugnata.
3.3 – Detti motivi sono infondati.
Per un verso, infatti, la delega, essendo uno specifico provvedimento amministrativo (da emettere in favore di “personale nominativamente designato”, come prevede l’art. 68, comma 2, l 23 dicembre 1999, n. 488) e non un atto normativo, doveva essere prodotta in giudizio dall’amministrazione interessata (il che, secondo la sentenza impugnata, non è avvenuto) e non poteva essere acquisita d’ufficio dal giudice di merito, ne può essere prodotta o esaminata per la prima volta in sede di legittimità. Per altro verso, l’evidenziata mancanza di delega costituisce ragione sufficiente a giustificare la statuizione di cui trattasi.
4. Vanno quindi esaminati il primo, il secondo e il quinto motivo di ricorso.
4.1. – Con il primo motivo, denunciando violazione di norme di diritto, si censura l’affermazione dell’illegittimità del verbale per la mancanza di indicazione delle ragioni giustificative dell’omissione della contestazione immediata dell’illecito nonostante l’espressa menzione dell’assenza del trasgressore.
4.2. – Con il secondo motivo si ripropone, in sostanza, la stessa questione sotto il profilo del vizio di motivazione.
4.3. – Con il quinto motivo si denuncia l’extrapetizione con riguardo all’ulteriore ragione di illegittimità del verbale ritenuta dal giudice, consistente nella nullità della sua notificazione non eseguita mediante consegna di originale o copia conforme.
4.4. – Tutte le predette censure sono inammissibili.
Il Giudice di pace, invero, ha annullato il verbale anche per il difetto di delega del verbalizzante ad eseguire l’accertamento della violazione di cui trattasi. Tanto risulta dall’affermazione contenuta nella prima parte del passo della sentenza sopra testualmente riportato, secondo cui l’ausiliare non era “delegato dal Sindaco se non per l’accertamento delle violazioni relative all’uso delle schede parcheggio” (e dunque non per l’accertamento di altre violazioni, come la sosta su attraversamento pedonale), ed è confermato (ad onta di qualche possibile incertezza derivante dal riferimento, nel medesimo passo della sentenza, alla carenza di delega per la rimozione) dal collegamento del passaggio finale della motivazione, in cui il giudice chiarisce di dovere raccogliere il ricorso “in ogni sua parte”, con il contenuto del ricorso stesso così come riferito nella narrativa della medesima sentenza, in base al quale l’unico motivo di opposizione consisteva appunto nella denuncia del difetto di legittimazione dell’ausiliare per difetto di delega “ad elevare contravvenzioni”, oltre che a disporre la rimozione del mezzo.
Poiché la statuizione del difetto di delega, sufficiente da sola a giustificare la decisione di annullamento del verbale, è stata – come si è visto – malamente censurata dalla ricorrente solo con il primo e secondo motivo e, dunque, è rimasta in piedi, perde di interesse l’esame delle censure, svolte con i motivi ora in questione, relativi ad ulteriori, autonome ragioni di illegittimità del verbale affermate nella sentenza impugnata.
5. – Anche il sesto ed il settimo motivo di ricorso sono connessi e vanno perciò esaminati congiuntamente.
5.1. – Con il sesto motivo, denunciando violazione dell’art. 115 c.p.c., la ricorrente deduce (dopo aver dichiarato di prescindere dal difetto di qualsiasi riscontro dell’affermazione del giudice che la opponente all’epoca dell’accertamento era incinta e perciò era stata costretta ad abbandonare la sua autovettura) il difetto di prova dell’asserito stress subito dalla opponente nella ricerca del veicolo rimosso e del conseguente danno, di cui non v’era alcuna traccia fattuale o documentazione sanitaria.
5.2. – Con il settimo motivo si denuncia nuovamente, questa volta sotto la rubrica del vizio di motivazione, l’apoditticità della statuizione di risarcimento del danno basata sulla mera, non riscontrata affermazione dello stress subito dalla opponente nella ricerca dell’autovettura rimossa.
5.3. – I motivi sono inammissibili.
La ricorrente non pone la questione di diritto della risarcibilità del danno da stress accertato dal Giudice di pace; pone, invece, una questione di fatto, quella dell’insussistenza, in concreto, di uno stress cagionato alla opponente dalla rimozione e conseguente ricerca della propria autovettura. Quindi deduce, nella sostanza, una censura di vizio di motivazione.
Sennonché l’affermazione che la ricerca del proprio veicolo rimosso provochi stress non può affatto dirsi del tutto ingiustificata – e in quanto tale censurabile in sede di legittimità per vizio di motivazione – alla luce della comune esperienza.
6. – Il ricorso va pertanto respinto.
Le spese processuali, liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza.
  .


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6 maggio 2011

L'ARMA DEI CARABINIERI E LA FABBRICA DEGLI UFFICIALI GENERALI

        

Maroni invece rottama 100 prefetti entro il 2013

La riforma dell’Arma avvenuta nel 2000: una moltitudine di ufficiali generali ed una moltiplicazione di incarichi inutili che una ditta privata avrebbe risolto con la cassa integrazione. E’ come avere in un governo un numero enorme di partiti con relativi segretari ognuno dei quali con la pretesa di dire la propria su come salvare la Patria, grazie anche al contenzioso amministrativo che, almeno negli anni scorsi, ha rimesso in gioco e, per giunta, in sovra organico, ufficiali generali altrimenti destinati alla rottamazione, senza bonus per acquistarne un altro.
Non vi è dubbio che forse tra di essi se ne nascondono(rari) alcuni di valore; ma, sono nascosti e in Italia la cognizione del merito è merce rara o inesistente.

Cosa c’è di più umiliante per un ufficiale generale della circostanza che lo vede “a disposizione” in attesa di essere collocato in congedo?

Niente di meglio della creazione ad hoc di comandi che vengono finanziati generalmente attraverso la riduzione di altri capitoli di spesa.

Senza poi trascurare che fare posto a un Generalone costa inventarsi cosa far fare ai colonnelli e cosi via.

E’ forse molto probabile che attraverso la cosiddetta “tecnica del girofondo”, ma questa è mera ipotesi, vengano rianimati bilanci in coma attraverso capitoli di spesa di origine e destinazione diversa. Sarebbe meglio usare il condizionale, atteso che tali operazioni non godrebbero di una evidente popolarità se rese pubbliche, qualora fossero poste in essere. Se la “tecnica del girofondo” venisse usata e fosse vera, sarebbe bello sapere se stipendio e missione di un generale di corpo d’armata vengono pagati attraverso i soldi risparmiati sui capitoli di bilancio che riguardano le competenze del personale oppure quelli che direttamente od indirettamente hanno a che fare con la sicurezza e le investigazioni. Sarebbe più logico, giocoforza, che questo particolare artificio contabile-amministrativo, venisse usato per particolari competenze stipendiali e di missione che riguardano il personale particolarmente impegnato in quelle indagini che debordano dal normale orario di lavoro. Sull’esistenza del “girofondo” restiamo con i nostri dubbi e con il connesso sospetto che nessuno, potendo, ci rivelerebbe la sua esistenza.

Il ministro dell’interno Maroni ha risolto questo problema, nel suo dicastero, attraverso l’applicazione dell’art. 72 del d.l. 112 del 2008 che autorizza le amministrazioni a risolvere il rapporto di lavoro del personale che ha raggiunto i 40 anni di anzianità.

Per ora Maroni ha deciso di applicare la normativa a quei prefetti che hanno compiuto il sessantacinquesimo anno di età. Nonostante cioè un centinaio saranno messi in pensione entro il 2013.

Nell’Arma, tale limite coinciderebbe con la pensione, per un ufficiale generale, per cui sarebbe opportuno che l’asticella fosse fissata al sessantesimo anno di età. Limite al di sopra del quale detti personaggi dovrebbero solo preoccuparsi delle disposizioni testamentarie a favore di figli e nipoti.

I soldi risparmiati potrebbero essere destinati nel disbrigo degli affari del servizio e nel benessere del personale, non solo cambiando il colore dei quadri delle tovaglie o in tinteggiature e ristrutturazioni fittizie di alloggi di servizio per i dirigenti migranti sempre dentro la legge 100.

Quando l’Arma verrà accorpata al ministero dell’interno, che resti militare o no, avremo una pletora di dirigenti nuovi di zecca che incapperanno in un decreto che li prepensionerà tutti e senza alcun danno per la sicurezza dei cittadini.

Post di:" Pierino la peste"





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